Nasce il gruppo facebook “Salviamo la sigla di Fuori Orario”

Era il 2 novembre 1989: nasceva un fascinoso connubio audiovisivo, diventato poi patrimonio immarcescibile dell’immaginario collettivo, tra le liquide immagini oniriche in apnea de L’Atalante di Jean Vigo (1934) e le note rock di un inno generazionale come Because the Night, scritto da Bruce Springsteen e reso immortale da Patti Smith che lo incise nel 1978 come singolo di traino dell’album Easter. Il tutto ad introdurre ed accompagnare lo spettatore televisivo nel calderone sperimentale ideato da Enrico Ghezzi e, tra gli altri, Marco Giusti, Marco Melani, Ciro Giorgini e Mario Sesti –  Fuori Orario. Cose (mai) viste – che mescolava con traiettorie anarcoidi immagini, cinema d’essai italiano ed internazionale presentato spesso in lingua originale, vari inserti audiovisivi estratti dal ricchissimo archivio assemblato in precedenza per le maratone cinematografiche della RAI (La Magnifica Ossessione), cortometraggi, cartoni animati, frammenti di pellicole, vecchie pubblicità, documenti di rilevanza storica e stravaganti dialoghi a comporre un surreale talk-show.

Come illustrato da Martina Ponziani nel suo articolo di intervista a Ghezzi di tre giorni fa, una recente verifica legale sugli archivi ed i prodotti televisivi RAI ha innescato una serie di problematiche legate alla questione dei diritti d’autore della canzone – di proprietà della Universal – unitamente allutilizzo delle immagini del capolavoro del realismo cinematografico degli Anni Trenta, dopo che la casa di produzione francese Gaumont ha riproposto per il mercato home-video una nuove versione della pellicola di Vigo (sul mercato italiano per conto della BIM Distribuzione s.r.l.). Per quanto la celebre cantante americana non abbia mai avanzato pretese o espresso la volontà di adire le vie legali per il riconoscimento dei diritti, il seminale programma ha dovuto andare in onda negli ultimi tempi senza la sigla di apertura. Una scelta, quella di sottoporre un prodotto audiovisivo ad un improvviso e zelante (?) scrupolo di “normazione” disciplinare, che appare figlia di una manovra ben più vasta e generalizzata, tesa a limitare i costi di acquisizione di pellicole inedite per la televisione al fine di non gravare troppo sullo striminzito budget destinato dalla RAI alla ricerca e all’arricchimento della propria cineteca e a velocizzare tecniche di montaggio considerate troppo laboriose ed obsolete per la moderna industria televisiva. Segno inequivocabile di un progressivo inaridimento dell’offerta culturale – nella sua pluralità di voci e di proposte – e di una politica televisiva sempre più anacronistica rispetto alla fluidità del web e di altre piattaforme on demand.

Intanto, prosegue la mobilitazione da parte del team creativo della nota trasmissione per aggirare il problema – attraverso l’utilizzo di una cover della celebre hit della “sacerdotessa del punk” o la rivisitazione dello stile visivo delle immagini – e, soprattutto, monta la campagna social in difesa della sigla, sostenuta con forza da Sentieri Selvaggi anche attraverso il blog di Federico Chiacchiari, che pone l’attenzione sulla questione, tanto antica nelle sue prime definizioni concettuali quanto attuale nelle sue più recenti riformulazioni teoriche, di cosa debba intendersi per “prodotto d’arte” nel terzo millennio, e che invita a riflettere sulla necessità di riplasmare ed adeguare ai tempi la vecchia e spinosissima querelle del diritto d’autore, attraverso un format giuridico meno cavilloso e più flessibile ed aperto alla contaminazione dei generi e delle proposte culturali. D’altra parte, ci troviamo di fronte ad una “creatura” – quella originata dalla canzone della Smith in sinergia con i frammenti visivi de l’Atalante – che, supportata da una stratificazione mentale, sociale e culturale operata tramite un arco temporale che supera i cinque lustri, vive ormai di vita propria e non può più essere riconosciuta, tout court, come “quella canzone di Patti Smith” e “quelle scene tratte dal film di Vigo”. Un po’ come per le musiche dei Pink Floyd che accompagnavano negli Anni Settanta qualsiasi documentario spaziale trasmesso in televisione o come l’utilizzo simbiotico e destrutturante della musica che Stanley Kubrick proponeva per le sue pellicole, siamo davanti ad una “scheggia d’arte” che nasce da un’opera d’arte, singola e irriproducibile – certo – ma che al tempo stesso se ne allontana, viene decontestualizzata, attualizzata, ricomposta, remissata – per usare una serie di termini cari alla cultura dada e al linguaggio discografico moderno – per veicolare significati altri, emozioni nuove, percezioni diverse. La stessa esigenza della società contemporanea di un avvicinamento alle opere d’arte ha portato alla scomparsa di quell’aura che la caratterizzava sin da quando aveva una funzione rituale e religiosa, in ultimo sacra. Come ci ricorda Picasso, “l’arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità”. E sarebbe forse il caso di capovolgere questo brillante assunto: servirsi di una verità – come il valore simbolico e, appunto, artistico acquisito con il tempo dalla sigla di Fuori Orario, nonché imprescindibile strumento di riconoscimento per una folta schiera di cinefili – per continuare a trasmettere e propagare il brivido immaginifico di un’illusione, di un sogno, in sostanza di una bugia a fin di arte.

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