NERO/NOIR – The Unjust e il noir coreano

Lontani gli anni della New Wave e di quando con un nome dopo l’altro si imponeva all’attenzione internazionale una generazione di audaci, brillanti registi, il cinema coreano oggi sembrerebbe aver perso quell’energia e potenza espressiva che a cavallo dei due millenni aveva dimostrato di saper dispensare a piene mani.
Tuttavia da cosa giudichiamo l’importanza di un’onda, dalla forza dell’impatto sulla costa o dai cambiamenti che lascia dietro di sé al suo ritirarsi? Perché dietro le presenze festivaliere e i riconoscimenti internazionali, negli ultimi 20 anni la Corea del Sud ha messo in essere un rinnovamento cinematografico sorprendente, secondo in oriente soltanto alla spropositata crescita del vicino mercato cinese.
Privata, per motivi anzitutto storici e politici, di una tradizione cinematografica strutturata e soprattutto capace di perdurare nel tempo, quella coreana è la scena che più ha assimilato la lezione fordiana di Hollywood, intesa come verticalità industriale di una macchina che si nutre anzitutto di genere, riproposto e rielaborato da registi che non chiamiamo canonicamente Autori, ma ai quali si deve intanto il moltiplicarsi di un mercato cinematografico nazionale che non possiamo non invidiare.
Al centro della macchina – popolata da commedie brillanti e ricostruzioni storiche, racconti bellici e melodrammi – ovviamente il noir, declinato nelle forme del gangster movie e dell’action ma sempre comunque cuore pulsante di una fabbrica di storie che cresce ad un ritmo incessante. Esempio perfetto di questo nuovo assetto industriale è proprio un film come The Unjust, incontro di due personalità forti (Ryoo Seung-wan alla regia e Park Hoon-jung alla sceneggiatura) ma soprattutto declinazione personale di temi e atmosfere e codici tipicamente occidentali, adattati e rinverditi da quell’approccio di genere b-movie di cui la Hollywood dei tentpole e della serializzazione a tutti i costi si è ampiamente disinteressata.

unjustAmbientato in una Seul fredda e disumanizzata, caratterizzata soprattutto da grattacieli imperanti da cui dominare con lo sguardo tutta la città, The Unjust mette in scena il duello tra due uomini di legge che con la giustizia hanno poco a che fare: da una parte Choi Cheol-gi, detective della polizia metropolitana, e dall’altra Joo Yang, procuratore distrettuale, due corruzioni che entrano in contatto casualmente e prendono parte ad una sfida in cui, da un certo punto in poi, non rimane più nulla in palio, se non la soddisfazione ghignante di vedere l’avversario sconfitto e umiliato al suolo.
Da questo gioco al massacro emerge una società ossessionata dalla scalata sociale e dalla vittoria sull’altro, un panorama desolato all’interno del quale lo spettatore viene condotto e poi lasciato vagare, senza alcun appiglio morale che possa permettere una via d’uscita. Nessuno dei personaggi coinvolti – poliziotti, procuratori o gangster che siano – permette la seppur minima identificazione, in uno script dal cuore nerissimo che rende The Unjust un posto freddo da abitare. Non a caso a fare da motore della vicenda è un caso di estrema brutalità (un serial killer che uccide e violenta bambine) che nessuno è realmente interessato a risolvere. Ogni personaggio pensa al proprio tornaconto, e si impegna a manipolare gli altri tessendo una rete di promesse, minacce, ricatti.
Per riflettere questa logica spietata Ryoo Seung-wan inabissa i suoi personaggi dentro ambienti urbani ultra-moderni, manifestazioni concrete di una Seul in pieno rinnovamento economico, forte di quella decadente ipertrofia tipica di un sistema sociale che deve la sua crescita al rapporto triangolare tra crimine, finanza e forza pubblica.

The_Unjust001Pur non essendo esente da difetti (su tutti un finale inutilmente carico imposto dalla produzione), The Unjust è quindi un ottimo esempio di come l’industria cinematografica coreana abbia saputo assimilare codici occidentali adattandoli a moduli espressivi tipicamente orientali. Tutto il film è attraversato da una costruzione della tensione tipica del miglior thriller, mentre la sceneggiatura dipana una rete di legami che ricorda (in piccolo) la complessità e la radicale oscurità degli intrecci a là Ellroy. In un contesto in cui il crimine cerca di ripulirsi per approdare alla finanza e le figure di potere si impegnano anzitutto a compiacere chi per primo sia disposto ad aiutarle, non può esistere forza pubblica esente dal marchio della corruzione, che diventa così prassi di comportamento da reiterare ad uso e consumo della propria convenienza e del proprio ego. A questa prospettiva sociale, propria di un film interessato a rappresentare soprattutto i rapporti di potere tra i personaggi, si deve un approccio al genere privo di particolare scavo psicologico, ma che anzi fa del ritratto asciutto e funzionale il suo punto di forza. Attraverso la bidimensionalità dei caratteri coinvolti, emerge infatti al meglio il peso del contesto che ne caratterizza e determina i comportamenti. Come nel miglior noir i personaggi sono schiavi delle proprie ossessioni, pedine del proprio stesso fato, simboli fragili di un mondo deterministico dominato da regole che gli restano, sempre, superiori.

Alcune note a margine: dopo The Unjust lo sceneggiatore Park Hoon-jung approderà alla regia, firmando come opera seconda una folgorante epopea gangster sospesa tra Coppola e Scorsese, l’imperdibile New World. Altro fronte invece per Ryoo Seung-wan, che con il successivo The Berlin File (intrigo spionistico ambientato a Berlino con protagonista un agente della Corea del Nord) firmerà un altro riuscitissimo incontro tra genere occidentale e caratterizzazione orientale. Abbiamo forse perso per strada alcuni degli autori coreani più interessanti degli anni passati (Kim Ki-duk su tutti), ma il noir in quel di Corea non è mai stato così vivo e disperato.