“Nessuno mi può giudicare”, di Massimiliano Bruno

Paola Cortellesi Raoul Bova Nessuno mi può giudicare Massimiliano Bruno Fausto BrizziBisogna dare atto a Federico Moccia d’aver inventato quantomeno una seconda giovinezza per il Raoul Bova post-avventura americana. Il Bova “leggero” di questi ultimi anni è progressivamente sempre più clamoroso: qui è fenomenale come questo personaggio fortemente caratterizzato per la sua romanità (tifoso sfegatato della Magica, un passato da attivista d’estrema sinistra, gestisce un internet point al Quarticciolo frequentato unicamente da migranti a cui puntualmente non fa pagare le ore di connessione), burbero e scostante, con l’avanzare del film non riesca a tenere nascosti senza farli venire a galla assumendoli tic, trucchetti e movenze del Bova sentimentale. Un po’ come succedeva al ruolo di Raoul in Immaturi (titolo squisitamente programmatico?).
E il bello è che il film s’accende e emoziona proprio in quei frammenti lì, quando Bruno porta avanti questa storia d’amore sul tetto quasi ozpetekiano di una palazzina popolare tra il Bova del popolo e la Cortellesi dei telespettatori borghesi (quelli che seguivano la sua trasmissione rai Non perdiamoci di vista, per esempio). Da segnalare soprattutto la scena in cui i due intonano una sgangheratissima Se mi vuoi di Pino Daniele e Irene Grandi sul palchetto della festa di quartiere, bella e toccante.
Per il resto, lo schermo dell’esordio da regista dell’attore e sceneggiatore Massimiliano Bruno è piuttosto piccolo, e non solo perché affollato di volti televisivi: viene anzi da dire che le performance degli attori siano la cosa che più funziona del film.
Da comico e caratterista, Bruno conosce il modo di valorizzare le peculiarità grottesche di ognuno dei suoi personaggi, protagonisti compresi (in fin dei conti è dalla tv che viene Paola Cortellesi, e Bova è appena reduce del successone in prima serata Come un delfino) – l’occasione per Lillo, Lucia Ocone, Rocco Papaleo, Caterina Guzzanti, più una quantità sterminata di cammei di amici e colleghi (la voce narrante è di Valerio Mastandrea) è ghiottissima, e forse siamo davanti da questo punto di vista all’esperimento meglio riuscito di trapianto di volti tv-cinema dell’ultimo periodo.
Il problema è che il face off funziona meno dal punto di vista del respiro cinematografico dell’opera, e tutte queste storie di quartiere che la protagonista incrocia, trasferendosi a vivere in un attico fatiscente al Quarticciolo alla morte del miliardario marito che la lascia piena di debiti da pagare, oppure tutte queste solitudini che la donna scopre iniziando a lavorare come prostituta di lusso da mille euro al giorno, sembrano più il pretesto per sketch e siparietti grotteschi spesso riusciti (e a volte decisamente meno, come la “vendetta” di Rocco Papaleo su Nanni Moretti di cui nessuno sentiva sinceramente il bisogno), ma alla fin fine privi di reale anima.
Peccato perché il soggetto di Fausto Brizzi sembrava voler forse suggerire un film più intimo, meno ostentatamene kitsch. Non è un caso infatti se la storia che più colpisce tra tutta la galleria di caratteri è Eva, la prostituta che si fa mentore della protagonista, interpretata da Anna Foglietta, capace di infondere al ruolo tutta l’umanità di un personaggio che ha soprattutto bisogno di un’amicizia, di qualcuno che riesca a farla riappacificare con i propri genitori che l’hanno cacciata di casa.

Regia: Massimiliano Bruno
Interpreti: Paola Cortellesi, Raoul Bova, Rocco Papaleo, Anna Foglietta, Hassani Shapi, Caterina Guzzanti, Massimiliano Bruno

Distribuzione: 01 Distribution (2011)

Durata: 95'
Origine: Italia, 2010