Netflix/James Franco. Il futuro del mainstream LGBT

Fin dagli esordi Netflix tiene in gran conto il concetto di categoria. L’utente è libero di sfogliare le sezioni, di raggruppare i preferiti all’interno di una lista e già nella home i prodotti rientrano nel packaging a loro più congeniale. Qualche tempo fa Facebook era subissato di post circa le vetrine “criptate” della piattaforma streaming. Un vasto universo parallelo in cui non solo le categorie esistenti pullulavano di materiale normalmente invisibile, ma anche interi corridoi digitali ricchi di catalogazioni mai rinvenute prima. Fra questi, il Pianeta LGBT. Occorre chiarire che Netflix non si è mai posto in maniera ostile verso le filmografie arcobaleno, anzi, ma resta un fatto la penuria di tali opere. Qualche commedia romantica- 4th Man Out, Tra dieci anni mi sposo- bassa qualità ma tracciato familiare; melodrammi per antonomasia: Those People e la sua tragedia urbana in contesto Gossip Girl, Loev, interessante non solo per il paese di provenienza, India, ma anche per il ribaltamento del “ti guardo oggi come se ti vedessi per la prima volta”. Discorso a parte per Holding the Man, dramma sentimentale imperniato sull’AIDS, una vera boccata d’aria, e non per l’estrema leggerezza, quanto per la necessaria distanza dal polpettone HBO The Normal Heart. Un film in cui, oltre all’immunodeficienza, si facevano strada a piacimento tutti i morbi incurabili del decennio boom, fra questi, la polio e una Julia Roberts prestata agli istinti salvifici di Ryan Murphy. Fatta eccezione per qualche documentario, in particolare il bellissimo Burning Paris, tutta la programmazione Netflix è stata sottomessa 2cd18b46dcfad1806620fe07a9b4b356--paris-is-burning-indie-filmsalla bandiera del “giusto”, ma che spesso, come sappiamo, risulta l’ultimo nella scala dell’interesse o addirittura della rivitalizzazione del genere. La partenza è in effetti una, un semplice quesito: l’acronimo LGBT rappresenta, di per sé, un genere cinematografico? I puristi annuirebbero, mentre i filamenti dell’ultima decade, quelli che non tollerano il Pride, che non vogliono accostarsi a chi “soffre” di disforia di genere, che forse traslano il termine ghettizzazione da libri di storia marziani ecc. negherebbero fino alla morte. Eppure, nel caso di addetti ai lavori, come per la stessa introduzione del concetto di genere, la categoria è una sacrosanta facilitazione, soprattutto in casi come questo.

Non a caso citiamo il magnate Ryan Murphy. Produttore, showrunner, sceneggiatore, regista…A Murphy va il merito di aver inglobato un’immensa e inascoltata porzione di adolescenza USA e non in una serie che, fatta eccezione per la dirittura d’arrivo, è riuscita a mantenere saldi equilibri di tono, età, estrazione sociale e, chiaramente, sessualità. Difficile rivedere sul piccolo schermo una serie tanto gay quanto Glee: una Broadway sovrapposta all’iconografia del paesotto di provincia. Una tematica prestata al processo di idee, sviluppi e realizzazioni solo dagli anni ’90 e che ha visto sia lo sforzo di grandi imprese, quella di Murphy ad esempio, che la “malattia neorealista” di opere come Weekend, tralasciando l’unico ad aver trasformato quella tradizione in uno straordinario bildungsroman coagulato da intelligenti stratificazioni: La vita di Adele. Oltre al magnate, c’è un altro personaggio che svestito del bagliore di lustrini, palchi e rivisitazioni di prodotti canonici in salsa omo, oppure della di nuovo giusta ma comunque pesante deriva pessimistica-tragica, e qui ci ricolleghiamo all’inflazionato “impossible happy end” del cinegif critica 2ma LGBT, si è sobbarcato un onore degno di Atlante: Mr. James Franco. La versatilità di questi, spesso canzonata, e in effetti per qualche tempo qualsiasi festival frequentassi ti saresti imbattuto in prodotti a marchio Franco, è sfociata in una singolarissima impresa. Costruire degli annali, delle chiavi di volta in grado di esplorare i terreni incontaminati di storie, esistenze ed eventi legati al mondo LGBT. Dunque, abbandonato l’assunto, possibilmente avanguardista, che quel mondo è una mera declinazione dell’esistenza umana, Franco desidera regalare a quel popolo la propria sezione su Netflix. E dunque, inchino innanzi ai puristi e spallucce per i sostenitori del villaggio globale (non siamo forse troppo ottimisti?).

Le incursioni di Franco nel cinema gay si perdono nella notte dei tempi, tuttavia il ruolo del partner storico di Harvey Milk/Sean Penn in Milk, di Gus Van Sant, è forse il primo ad allinearsi con la nostra perizia. Il secondo è quello più ambiziosa, in una pellicola che non teme le critiche alla tracotanza: Howl (Urlo), in concorso al Sundance e in lizza per l’Orso d’oro alla 60sima Berlinale. L’attore presta corpo e voce al sommo poeta della beat, Allen Ginsberg, buttandosi alle spalle il quartiere di Castro, San Francisco, e la voglia di renderlo L’Oz delle minoranze. Un’opera incautamente sperimentale in cui le fasi di vita di Ginsberg si segmentano attraverso un volgare colore, poi bianco e nero, poi animazione, interrompendo il celebre flusso, lo streaming, il Sacro Graal della Generation. Ma proprio Castro ritornerà in uno dei film accolti nel calderone Netflix: I am Michael (2015), di Justin Kelly, in cui Van Sant figura come produttore esecutivo. Franco interpreta Michael Glatze, fondatore di unatrasferimento (2) delle prime riviste con target omosessuale, blogger, attivista, un vitello d’oro idolatrato dalle comunità gay sparse per il paese, dai giovani terrorizzati a morte dal coming out familiare, e da un fidanzato, Zachary Quinto, imprestato dalla scuderia Murphy (American Horror Story). Dopo alcuni malori cardiaci, Glatze si convince di aver ereditato il morbo del padre, eppure qualsiasi medico lo persuade del contrario, attribuendo i dolori alla sfera psichica. Incontrato un giovane cristiano che ha scelto di non scegliere l’omosessualità, si convince del peccato intrinseco in tale condotta e sposa l’ortodossia cattolica (eterosessualità compresa). Il film di Kelly non si può definire brillante, eccetto per le gocce di elettronica glitch nella transizione, tuttavia il cambio di rotta, le conseguenti e multiple conoscenze, sia di luoghi che di persone, nonché l’abbondanza di tematiche: amore gay, moralità/immoralità/possibilità di coppia aperta, Cristianesimo vs omosessualità, chance di integrazione delle due ecc. vanno a braccetto con le mire di Netflix.

Franco non può sbarazzarsi di Kelly, non quando questi ha dato prova di tenere alle traiettorie a latere, a quelle esperienze apparentemente normali che assorbono il seme della tragedia (follia, pazzia, amore-ossessione). Inoltre, proprio quel glitch, quell’interferenza, avalla l’ambizione di Franco al monopolio del NON classico, al primato dell’URLO di generazioni soffocate, ma solo ed esclusivamente in termini narrativi (Howl è stato un insuccesso di pubblico e Harry Osborne non si accontenta del favore critico). Se i ruoli precedenti incarnano un certo grado di assuefazione al genere, inutile negarlo, I am Michael e il successivo King Cobra (2016), sempre diretto da Kelly, sembrano marcare un’esigenza al superamento. Narrative delicate, buoniste, attiviste, tutto ciò rappresenta un muro per 1242911076001_4856590770001_et-jamesfrancoclip-042116-huluquella visone atta al raggruppamento del tanto nell’uno. King Cobra, in cui l’interprete figura come attore e produttore, è decisamente più canonico nelle sue intenzioni da thriller erotico. Parliamo dell’ascesa del pornodivo gay Brent Corrigan, nome d’arte di Sean Paul Lockhart, e dell’assassinio del suo produttore Bryan Kocis, un magnifico Christian Slater, da parte di due avversari del settore. Di nuovo una storia vera, di nuovo l’incontinenza ad apparire nella Grande Enciclopedia Gay. Entrambi i film di Kelly gli hanno offerto ottime opportunità di provarsi come interprete, eppure, chi ha avuto modo di studiarlo, non avrà difficoltà ad ammettere che la recitazione esula dai primi campi di interesse. Franco è ambizioso come pochi. Vuole il giocattolo nuovo: romanzo mai adattato, storia mai raccontata, solleticare il leader intoccabile, ecc. Il giudizio circa il mondo gay come figliol prodigo lo lasciamo a qualcun altro.