Nick mano fredda, di Stuart Rosenberg

Cool Hand Luke potrebbe benissimo essere il titolo di un western, ma forse lo è, un western atipico semmai che prende piede, o mano, dalla violazione della Legge (in questo caso la maiuscola è d’obbligo), una legge strana in verità che condanna un uomo (Paul Newman) a due anni di detenzione in un penitenziario rurale per aver decapitato, da ubriaco, una serie di parchimetri. La vita qui è sottoposta a regolamenti severi, puniti con atti altrettanto severi, ed è scandita dal ritmo di vanghe e falci che lavorano una terra la quale non restituirà i frutti tanto attesi. La fuga, allora, quella improvvisa, inaspettata, diventa il rimedio necessario per ritrovare la libertà…

Fermiamoci un attimo, però; perché, da queste premesse, Cool Hand Luke sembra delinearsi come il classico film ambientato in carcere, dove l’azione e l’invenzione, l’astuzia del galeotto, gareggiano per intrattenere lo spettatore che fa il tifo per il suo beniamino. Il mirino, in realtà, quello dell’infallibile boss che toglie la vita a uomini e animali senza esitazione, punta verso l’individuo, il protagonista, un veterano che ha prestato servizio per la sua nazione, e che adesso si sente disilluso, escluso, costretto a contare e a bastare a sé stesso. Privato dei suoi affetti, la madre in fin di vita, e del suo amore, la ragazza che l’ha lasciato per uno più ricco, preferisce la strada della solitudine, benché i suoi compagni di catene dimostrino solidarietà nei suoi confronti (il bonario George Kennedy, che vinsecool_hand_luke l’Oscar per la parte); neppure la fede può consolarlo: Dio è sordo alle sue richieste, non risponde alle sue preghiere o semplicemente non vuole sentire perché sa che sono finte, come la foto che Luke fa stampare nella rivista. Il suo grido di ribellione contro l’Autorità, contro un sistema che professa una lingua di azioni e non di parole (“What we’ve got here is failure to comunicate”, gli intima il capitano), acquista un valore ancora più tragico in virtù del suo stato di eroe errante condannato da un essere indefinito (la società, Dio, lui stesso?) a un destino incerto, a cercare qualcosa che probabilmente non troverà. L’ordine, interno prima che esterno, che tenta di ristabilire, la frontiera che tenta di raggiungere (un mito), e torniamo così al western, sono un’onda che cavalca nella speranza di non essere disarcionato e perire sotto lo zoccolo gelido del mare.

Lo sguardo di Rosenberg, tuttavia, non coincide con quello del cinico cecchino, che indossa sempre un paio di occhiali da sole – impenetrabili alla luce e in qualche modo scudo della sofferenza umana: nonostante le vessazioni verbali, le torture fisiche, la violenza psicologica, quello che alla fine resta nello spettatore e nel ricordo degli amici detenuti è l’eterno sorriso sul volto bronzeo e ferito di Newman, quasi a sostenere che un sacrificio, seppur inutile, in fondo può essere d’aiuto a qualcuno. Il regista, grazie alla complicità del direttore della fotografia Conrad Hall e delle musiche di Lalo Schifrin, rende palpabile l’arsura e udibili le ingiustizie (le sequenze iterate dei lavori forzati o le inquadrature dal basso con i piedi incatenati), creando un’opera iconica e popolare, che si inserisce a pieno titolo nel rinnovamento cinematografico di quegli anni.

Titolo originale: Cool Hand Luke
Regia: Stuart Rosenberg
Interpreti: Paul Newman, George Kennedy, Strother Martin, Robert Donner, Dennis Hopper
Durata: 126’
Origine: Stati Uniti, 1967
Genere: drammatico

Mercoledì 1 marzo, Rete 4, ore 16:40