Noi siamo tutto, di Stella Meghie

L’ostacolo al lieto fine è direttamente proporzionale all’intensità del sentimento in gioco. Una regola valida fin dagl’albori del grande romanzo ottocentesco e della sua vetta romantica: la love story. L’impedimento, corroborato dall’estrazione sociale, dalla lontananza geografica, dalla mancata purezza purezza, ricordiamo il capolavoro Tess dei D’Uberville di Thomas Hardy, viene incanalato, dopo lo spaesamento del Secolo Breve, nell’evanescenza. La medaglia d’oro spetta a Tredici, la serie Netflix, che ha dimostrato una volta per tutte come la rottura della vicinanza appartenga, oggi più che mai, solo alla morte e tuttavia la fine è ricostruibile nella sua venuta, ed estendibile in seguito grazie alla proliferazione di una figura, più figure che si astraggano dalla contingenza. Il melodramma è diventato melo-anti dramma, a meno che non esista la ricostruzione e a questa sia legato un corpo con un’attuale difficoltà ad esistere. In effetti, prendendo spunto dal film di Stella Meghie, la malattia, tumore su tutte, non basta più. Si tratta di null’altro che un dosso, un rallentamento, ma se il corpo 2.0 si irradia esso stesso in un milione di bit, allora occorre sottrarlo al suo desiderio più “basso” e naturale, quella ricerca spasmodica del contatto. Motivo per cui quelli che potevamo considerare, fino a poco fa, piccoli gioielli della cinematografia Young Adult, A time for dancing, Io prima di te e il super cult Colpa delle stelle, vengono brutalmente scalzati dal semplicissimo acume, è così che succede, di Nicola Yoon, autrice del best-seller da cui si innalza Noi siamo tutto.

277334.jpg-r_640_600-b_1_D6D6D6-f_jpg-q_x-xxyxxMaddy, Amandla Stenberg, la piccola Rue di Hunger Games, è affetta da SCID (sindrome da immunodeficienza combinata): un’allergia al mondo, a qualsiasi virus o batterio circolante, e dunque docce di decontaminazione per chiunque giunga dall’esterno, ricambio d’aria filtrata, una prigione, casa sua, e tuttavia unico spazio esistenziale, in senso stretto. Torna il mare, in questo caso l’oceano, e il legame con la castrazione della malattia, già visto nella sensazionale sequenza de La custode di mia sorella di Cassavetes Jr. Maddy, come dicevamo, può vivere in rete, e quando il bel Olly, Nick Robinson, si trasferisce nella casa accanto, i due possono conoscersi nel dating più gettonato del nostro secolo.

Meghie è consapevole che la barriera al contatto esige l’esplosione interna, ossia il voice over, i sogni, le speranze riversati nell’immagine immaginata, sebbene in stile grafico-tutorial, e però aderente all’ambientazione e allo spirito generale. Fossilizzarsi classicamente sulla distanza fisica, magari inquadrando ossessivamente Maddy alla finestra, riprendendo il giardino-fossa dei leoni, per quanto più sottile, più interessante, avrebbe disarcionato dal cavallo il primissimo target del film, per cui è assolutamente vitetato non vedere. A questo proposito la familiarità di Meghie con i linguaggi everything-everything-nick-robinson-amandla-stenbergdell’utenza dribbla la grossolanità descrittiva di Yoon, rendendo il fratello cinematografico decisamente più godibile. Francamente non ci interessa se la musica è straripante, se anche la coppia si esibisce in Let My Baby Stay di Mac DeMarco, perché la sdolcinatezza non è sradicabile dal genere in questione ed è palese come il campo d’interesse di queste poche righe sia di spogliare e studiare un fenomeno così importante. Torneremo un po’ più in là, quando non saremo più passibili di esecuzioni su patibolo causa spoiler a ridosso della release, per trattare meglio non tanto le differenze tra film e romanzo, ma per concentrarci su questa e altre simili narrative.

Titolo originale: Everything, Everything
Regia: Stella Meghie
Interpreti: Amandla Stenberg, Nick Robinson, Ana de la Reguera, Anika Noni Rose, Taylor Hickson, Danube Hermosillo, Dan Payne, Sage Brocklebank, Fiona Loewi, Peter Benson, Robert Lawrenson, Francoise Yip
Origine: USA, 2017
Distribuzione: Warner
Durata: 96′

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