Onirica-Field of Dogs – Incontro con Lech Majewski

“Una visionaria storia d’amore ispirata alla Divina Commedia” si legge sulla locandina di Onirica Field of Dogs del regista polacco Lech Majewski, opera questa che conferma e conclude lo studio di corrispondenze fra pittura e cinema, arte e sentimento, sogno e realtà. Il film, presentato in Concorso al BIF&ST in anteprima nazionale, verrà distribuito inizialmente in 20 copie, a partire da giovedì 17 aprile.

 

 

Quando ha inizio il suo rapporto con Dante Alighieri?

Il mio rapporto con Dante è iniziato tanti, tanti anni fa. Ho instaurato una relazione attraverso il riflesso di Dante percepito nelle opere di artisti come Gustave Doré, Thomas Stearns Eliot, Ezra Pound. Capivo che dietro le loro opere l’ombra lunga di Dante attraversava la cultura nei secoli. Ricordo che nell’approcciarmi alla Divina Commedia non riuscivo a superare la difficoltà delle note a piè di pagina che invece sono fondamentali per capire la poesia “minimale” di Dante. Il Glossario grande come una guida telefonica del 1300…Ecco questo è stato l’inizio. Poi però ho letto la sua opera tradotta in inglese che mi ha aperto gli occhi, ed ho capito che l’immaginazione di Dante non ha fine. Quando avevo 23 anni stavo concludendo l’università di cinema di Lód?. Ci era concesso di scrivere la tesi su qualsiasi argomento, ma si sa che i registi non hanno voglia di scrivere e andavano a chiedere agli studenti di filologia di farlo per loro. Io invece volevo scrivere ed un ricordo in particolare mi ha ispirato: avevo 14 anni e fui colpito da 8 ½ di Fellini pur non capendo molte cose. Ero rimasto affascinato da questo viaggio astrale tra le stelle, quelle del cielo, non del cinema, e utilizzando il solo strumento disponibile all’epoca, presi una copia del film e la esaminai fotogramma per fotogramma, rimanendo nella sala di montaggio per 6 mesi. Da quella tesi ne trassi il libro Asa Nisi Masa – Magic in Fellini 8 ½. Nonostante abbia studiato ogni scena del film, c’è un cuore divino, un nucleo che non sono riuscito a scorgere. Fra studenti di cinema ci dicevamo che per realizzare quel film Fellini aveva ricevuto l’aiuto del potere divino. Più tardi Fellini stesso venne ispirato da Dante che, citando Ruskin, rappresentava quell’uomo al centro del mondo, della storia personale assieme a quella del suo paese.


 

L’opera di Dante continua ad influenzare il cinema di oggi?

La sua opera è così potente che non può non influenzare. Si può non essere d’accordo con la sua visione del mondo ma rimane una grandiosa opera simbolista. Oggi il cinema contemporaneo è tale che i cineasti sono dislocati, non più al centro del loro mondo. Hanno paura di esprimersi e dunque assistiamo ad un cinema impersonale, e questo fa sì che il paesaggio e lo stesso media risultano diversi. Voglio dire che raramente io parlo con qualcuno ma è sempre qualcuno che mi parla, e questo è completamente diverso.

 

 

Questo trittico diventerà potenzialmente polittico?

No, non continuerò questo percorso. I maestri del passato mi hanno detto : “auguri! Ora vai avanti da solo!”. Oggi ho la sensazione che gli artisti moderni si nascondono dietro le loro opere che si autoproducono, perché è difficile esprimersi e parlare con la propria voce. Ricordo la scena bellissima di The Mirror di Tarkovskij di  quando il bambino balbetta e la dottoressa lo sprona dicendogli: “dai! Puoi parlare”.

 

 

Come ha lavorato per girare la scena finale dell’inondazione della chiesa?

Ho reso davvero un inferno la vita dei miei collaboratori perché hanno dovuto lavorare sulla scena a ritroso, misurando con un raggio laser la superfice della chiesa da riprodurre in 3D, ottenendo una differenza di soli 2 cm. Realizzare in 3D l’acqua, l’altare, le persone e soprattutto l’inondazione è davvero difficile perché ricreare virtualmente oggetti senza forma, come i tre elementi fuoco, gas, acqua vuol dire che ogni pixel è qualcosa di dinamico, in continuo e rapido movimento. Bisogna fare molti calcoli difficili con il computer soprattutto nel passaggio dall’acqua a cascata all’acqua calma, cheta.

 

Oltre al lavoro sull’acqua, quel è stata la scena più difficile da realizzare?

Sicuramente quella dei buoi che arano il pavimento del supermercato, e per una serie di motivi. Il primo è che abbiamo passato sei mesi a scontrarci col diniego dei vari supermercati che non volevano il pavimento distrutto e soprattutto animali “sporchi” che danneggiassero la loro immagine di ambiente pulito. Alla fine solo un supermarket in Inghilterra, dove conoscono le mie opere, ha accettato. Il fatto è che sotto le mattonelle c’è il cemento e questo implicava chiaramente riprodurre la scena negli studi, solo che doveva risultare comunque reale, pur se immagine estrapolata dal sogno, insomma alla fine abbiamo riprodotto le luci del supermercato negli studi, assoldato due squadre per la posa delle mattonelle e lavorato duramente. Il secondo motivo è che non esistono più in Europa dei buoi in grado di arare. Mi hanno detto “allora vai in Cina”. La produzione mi ha scongiurato di usare dei cavalli. Ma io volevo i buoi. E alla fine li ho trovati nel museo dei contadini, al confine tra Polonia e Germania. Solo che non erano assolutamente trasportabili per le loro zampe fragili. Nel viaggio avrebbero rischiato di rompersi le ginocchia, così abbiamo girato e riprodotto l’ambiente lì, ma poi la velocità dei buoi non coincideva con quella del padre di Adam…insomma, a film montato, qualcuno della produzione mi ha detto: “non dirmi che abbiamo fatto tutto questo per una scena da 18 secondi!”

 

 

Esistono due tipi di immagini nel film? Quelle legate ai sogni, elaborate nelle citazioni di Epiteto e Heidegger, e l’immagine-menzogna rappresentata dalla ragazza in bikini?

Beh spero proprio di no perché personalmente ho difficoltà a distinguere la realtà dal sogno, anzi trovo che la realtà sia più onirica rispetto ai sogni. Quando ti ritrovi in un sogno credi di essere nella realtà ed è proprio questo che ho voluto rappresentare.

 

 

E’ possibile parlare di una certa influenza, di memoria teatrale, che si ispira ai lavori di Kantor? Ed anche di Kie?lowsky, del suo Film Blu nella scena dell’incidente?

Sì c’è un’influenza ma non così tanto. Io sono influenzato dall’Italia e dai suoi artisti, spiritualmente io sono nato in Italia, precisamente a Venezia, dove ho passato moltissimo tempo in gioventù nell’appartamento di mio zio. Ricordo che passavo ore nella Galleria dell’Accademia soprattutto a guardare l’opera di Giorgine “La Tempesta” che esercitava in me lo stesso fascino di 8 ½. Allo stesso modo ammiravo a Vienna i dipinti di Bruegel e tutto questo l’ho trasferito nei miei lavori (così come Buzzati ha ispirato i miei racconti). Fellini, Antonioni soprattutto con Blow up e Tarkovskij sono la mia fonte d’ispirazione. E non è un caso che Tarkovskij passò i suoi ultimi giorni proprio in Italia.

 

 

Come mai ha scelto la voce narrante di Massimiliano Cutrera per leggere i brani tratti dalla Divina Commedia?

Ho assistito alla lettura di poesie da parte di Massimiliano presso l’istituto polacco e sono rimasto molto colpito, così gli ho proposto un provino che ha subito accettato. Il suo amore per Dante e l’incantesimo della sua voce sono così particolari che ho deciso di lasciare la voce originale in tutte le versioni del film.


 

Qual è il suo rapporto con la Polonia di oggi? Farà dei film che parleranno di questo?

E’ proprio quello che ho descritto in questo film. Ho guardato molto alle cronache del medioevo perché avevano un modo di guardare alla storia e agli eventi molto particolare. Amo raccontare con lo sguardo rivolto al passato, ricco di simboli. Per la Polonia è stato un periodo denso di tragedie. Il gelo dell’inverno che ha provocato moltissime vittime, le inondazioni che vediamo nel film con le immagini di repertorio, scene apocalittiche come quella del cimitero con le bare che galleggiano (e non ho voluto inserire quelle degli animali morti trascinati dall’acqua) ed infine l’intera leadership polacca spazzata via nel tragico incidente aereo. Era la prima volta che si commemoravano le 20.000 vittime uccise all’inizio della Seconda Guerra Mondiale dai sovietici. Durante il regime comunista polacco non se ne poteva neanche parlare. Questo evento ha creato un vero e proprio scisma in Polonia dove c’è una parte che pensa si sia trattato di un incidente, e un’altra che lo ritiene un attentato terroristico. Esistono infatti due versioni da parte governo russo: una ufficiale che conferma si sia trattato di un incidente e una ufficiosa che non si esprime. Ai funerali di stato avrebbero dovuto partecipare 80 capi politici e proprio quel giorno, 6.000 voli sono stati cancellati a causa della nube provocata dal vulcano islandese. Sono eventi simbolici. Oggi non riusciamo ad attribuire agli eventi la giusta importanza perché siamo bombardati da informazioni. Mi sono chiesto come avrebbe descritto Dante tutto questo. Mi sono risposto che avrebbe raccontato la sua vita privata intrecciata alla vita pubblica del suo paese. E’ incredibile che contemporaneamente a quell’evento ci fu il terremoto ad Assisi: vidi le immagini della Basilica di S. Francesco crollare e quattro monaci polacchi era lì a controllare le condizioni del soffitto dopo la prima scossa. Quella nube bianca mi ha ricordato la stessa dell’attacco alle Torri gemelle.

 

 

Se oggi Dante fosse vivo, dove crede che inserirebbe un personaggio come Karol Wojtyla nella Divina Commedia?

Dante è vivo oggi più che mai. Non so dove inserirebbe Wojtyla, ma so dove collocherebbe Berlusconi e Putin…Papa Woytila mi piaceva molto, lo considero un poeta.

 

 

Nel film viene rappresentato un dio problematico, che commette errori. Qual è il suo rapporto con la religione e dunque con dio?

Parlare di dio è difficile, impossibile. Come dice il prete nel film “se spieghi dio, egli svanisce”. Per me è mistero assoluto. L’ironia sta nell’affermare che gli esseri umani sono perfetti mentre è dio che commette errori. Ma la verità è che noi umani siamo troppo stupidi per parlare di dio.


 

Com’è possibile oggi rapportare la pittura al cinema? Si tratta di indagine come in questo film o piuttosto di rappresentazione come ne I colori della passione?

Credo nel modo più personale possibile. Quando ero adolescente ogni anni ero alla Biennale di Venezia dove ho avuto modo di conoscere grandi artisti come Giorgio de Chirico, Andy Warhol e Lichtenstein a cui mi sono ispirato. Quando ho cominciato a fare film non sono più andato alla Biennale perché sentivo di aver tradito l’arte. Quando tornai mi resi conto che molti artisti si stavano dedicando alla video-arte e dunque non ero solo a voler esprimere me stesso attraverso il passaggio dall’arte al cinema.