Only Lovers Left Alive: un ricordo di John Hurt

«L’armatura fece il cavaliere, il Regno il Re… chi siamo noi?».

E dopo questa battuta John Hurt scompare. Risucchiato dall’immagine, dal paesaggio, dal West, dalla Storia e dai cancelli del cielo di Cimino. Ecco: quel personaggio in particolare, Billy Irvine, dice moltissimo delle immense doti recitative dell’attore britannico (scomparso ieri all’età di 77 anni). Un attore che in memorabili ruoli da protagonista e soprattutto in moltissimi ruoli da “non protagonista” è riuscito sempre a marchiare a fuoco ogni suo film con i segni indelebili dei sentimenti e delle passioni umane. Billy è spocchioso e fragile, regale e maldestro, sognatore e malinconico, ubriacone e lucidissimo, imprigionato nel suo status sociale di “padrone” ma consapevole della caducità di ogni guerra che porta alla “rovina”… John Hurt è perennemente dentro quei sentimenti contrastanti, in ogni inquadratura è amabile e detestabile insieme, si agita come un vampiro che sa già tutto della storia e scompare come un fantasma fondendosi con l’immagine del West.

ImmagineJohn Hurt poteva recitare tutto. Dalle origini shakespereane del teatro inglese al West americano, dallo spazio infinito del seminale Alien di Scott (dove è il primo corpo contaminato dall’alieno…) al ruolo di una vita in The Elephant Man: il mostro/umanissimo lynchano, il deforme John Merrick che urla la propria umanità sotto la maschera, sotto l’immagine, sotto ogni cicatrice, rendendo straziante e leggerissimo ogni dolore. Proprio come fa John Hurt in ogni suo ruolo (pensiamo al detenuto eroinomane di Fuga di mezzanotte). Insomma: dal suo volto resta sempre qualcosa di più rispetto a ciò che sceneggiatore, regista e personaggio gli richiedono. Ci resta un eco, un percorso “autorial/attoriale” che parla solo di emozioni prime (anche negative, come nel villain interpretato in V per Vendetta), culminato nel magnifico ruolo/testamento del vampiro morente in Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmusch. Marlowe è la memoria di tutte le storie (come Olivander in Harry Potter…), è la matrice shakespereana di ogni conflitto umano, e nessuno come John Hurt poteva prestargli corpo, volto, voce, movimenti stanchi e cicatrici immaginarie. Un attore indimenticabile e “immortale”. Perché ha capito sin dagli esordi che soffrire e gioire della condizione umana, rendendo palese e vivo ogni singolo sentimento, è il cuore profondo del suo mestiere. Insomma: in più di 50 anni di cinema il suo volto non ha mai smesso di chiederci, nemmeno per una singola inquadratura: «L’armatura fece il cavaliere, il Regno il Re… chi siamo noi?».