#Oscars2017 – A Man Called Ove, di Hannes Holm

Lo scorbutico Ove (Rolf Lassgård) sembra essere un uomo dall’apparenza nevrotica innata: il suo mondo, posto in un quartiere/condominio abitato dai soggetti più disparati, è fonte di una continua ed innarestabile forza di controllo che deve esercitare a tutti i costi. L’arrivo dei nuovi vicini, una famiglia con due bambine, lo porterà a piccoli passi ad un inedito atteggiamento nei confronti della vita: impareremo a conoscere le sue verità e il vuoto lasciato dalla scomparsa dell’amata moglie in una serie di flashback che, come un puzzle, completeranno il quadro dell’esistenza di un uomo colpito da troppe ferite, incise in un’animo glaciale solo nella sua superficie.

L’irascibile Clint Eastwood di Gran Torino o l’aspro vecchietto di Up sono esempio di un immaginario che più volte ci sovviene nella prima visione della pellicola di Hannes Holm. Un’associazione che inizialmente potrebbe non lasciar spazio ad elementi originali, nel retrogusto di un ‘già visto’ che difficilmente si riesce ad apprezzare. Ma la storia di Ove, nel suo incedere ed evolversi, ci cattura in un connubio che oltrepassa il lato emozionale portando lo spettatore ad assistere alla stesura di una grande tela che presenta un messaggio di totale celebrazione dell’esistenza. Un pensiero scritto ed elaborato nel suo più grande contrasto: i continui tentativi di suicidio dell’uomo, sempre interrotti da ‘forze’ esterne, divengono emblema di un’energia che sprofonda nell’essenza stessa di una vita che spinge alla sua considerazione medesima, come spirito universale che non si annienta nel gesto estremo di snaturarla ma vuole farsi presenza con ogni mezzo.
I giorni passati tra monotone abitudini nel residence (che sembra la versione sobria di quella ideata da Burton per Edward mani di forbice) sono le uniche sicurezze rimastegli e da difendere a spada tratta, insieme ad una passione viscerale per le auto Saab che, in un contesto drammatico, creano una venatura di commedia quasi esilarante come nel ricordo dell’amicizia persa con il suo vicino, colpevole di amare le Volvo.
E così, la tristezza del 59enne Ove e la sua rabbia ostentata, si alternano a momenti mancalledove2comici e piacevoli: l’incontro con la nuova famiglia trasferitasi e l’insistenza di quest’ultimi nel rapportarsi con lui, lo apriranno a nuove comprensioni nei confronti di se stesso e del rapporto con gli altri, portandolo a capire che se dovrà lasciare questo mondo non sarà per mano sua, pronto a non perdere la battaglia con le avversità.
Holm, in questa pellicola ispirata al romanzo “L’uomo che metteva in ordine il mondo” di Fredrik Backman, confeziona un inno alla vita che va contro ad ogni possibile volontà di rassegnazione, esemplificando tramite il personaggio di (L?)Ove quanto il rammarico verso il nostro vissuto possa portare a scelte sbagliate, ad un atteggiamento scorretto e provocatorio, e come questo sia solo un elemento di intralcio al nostro cammino. Un film che va contro le apparenze, le abbatte nel suo raccontarle, in un buon tentativo cinematografico che dalla Svezia ci riporta un esempio di accortezza verso l’amore e ogni sua sfumatura.