#Oscars2018 – Strong Island, di Yance Ford

Questo 2018 si annunciava già da tempo anno caldo e laborioso per materie e soggetti, dentro e fuori il cinema e le sue sale; anno cruciale, specialmente per Hollywood e i suoi grandi protagonisti, che ha contribuito a (ri)portare a galla questioni che hanno letteralmente invaso, diremmo pressappoco usurpato, ciò che pertiene al bacino cinematografico stesso e alla sua natura. Ci si chiede, pertanto, se la cerimonia della consegna degli Oscars, in programma il prossimo 4 marzo, si rivelerà ancora una volta indice e conferma di ciò che nel panorama cinematografico (americano) appare come rimarchevole, degno di risonanza in qualche modo; o, se vogliamo, come (ma soprattutto con chi), in quest’annata così turbolenta, Hollywood vivrà il suo rilucente red carpet, in quella che è notoriamente l'(auto)rappresentazione enfatica e smoderata di ciò che all’America piace e chiede, pertanto, di ricevere riconoscimento universale.

I temi roventi, fortunatamente, non stanno solo dalla parte delle stars; il cinema, come sempre è stato, sa riconoscersi ancora quale specchio sociale e motore di riflessione sul contemporaneo, e usa i suoi strumenti per aprire al mondo e alla vita con sempre nuove consapevolezze. Candidato a miglior documentario, nonché vincitore dello Special Jury Award for Storytelling al Sundance Film Festival dell’anno scorso, il film diretto dal regista Yance Ford, dal titolo forte per la sua risonanza semantica, Strong Island (2017), è uno di quei casi in cui la macchina da presa può davvero scavare nella realtà inclemente e cruda di tutti giorni, usando un caso peculiare – e personalissimo del regista – per consegnare allo spettatore una visione più ampia (e schiettamente drammatica) della società, dei suoi governi, dei suoi presunti sistemi di difesa e, soprattutto, di giustizia. E quest’ultimo termine, qui come altrove – si pensi all’enorme clamore di un film quale Tre manifesti a Ebbing, Missouri, di Martin McDonagh – , diventa motore di un’impalcatura finzionale eppure verissima, così singolare e universale alla pari, perché storia di uno che avrebbe potuto essere di tutti, quella storia appunto di un dolore per il quale, nel caso di Ford ma meno in quello di McDonagh, non c’è possibilità di redenzione o riscatto nel senso più alto del termine.

Yance Ford, a più di vent’anni dall’assassinio brutale del fratello William, consumatosi per ragioni decisamente inammissibili, nel retro di una carrozzeria abusiva, si porta dentro l’urgenza, o forse qualcosa di più, di raccontare la sofferenza per non avere trovato riparo e giustizia negli organi di Stato. Usa il suo stesso volto e quello di amici e cari per riattraversare la vicenda del fratello allora giovanissimo, ma ancora più per rivivere in collettività momenti e storie di famiglia, quasi un’elaborazione del lutto attraverso il medium. 171679-fullNe deriva un enorme collage di fotografie dal passato, impressioni di attimi felici e di travagli di vita di una famiglia di colore di Long Island come tante. Tuttavia, a ben guardare, il lavoro di Ford sulle fotografie familiari rappresenta maggiormente una sorta di stratificazione di livelli e tempi distinti, nei quali rintracciare molteplici rapporti inevitabilmente intrecciati e cartografati: prima di William, c’è la storia del nonno materno, deceduto per la noncuranza del sistema sanitario verso i neri (negli anni Quaranta); c’è il trasferimento dei Ford in un quartiere nero circondato da un’intera popolazione bianca e ostile (all’incirca negli anni Settanta); c’è la scoperta dell’omossessualità di Yance, taciuta per lungo tempo a se stessa e alla sua famiglia, tenuta a freno in una gabbia di negazione e paure; c’è infine il tradimento più amaro, quello dello Stato, della polizia, della giustizia e degli stessi concittadini – il Grand Jury, chiamato a raccolta per decidere il proseguimento del processo penale a partire dalla “probabile causa” – , sorta di tacito complotto che (ci) ricorda che in America, quando si è neri, bisogna cercare ancora, in qualche modo, la sopravvivenza (negli anni Novanta e oggi).

Ford, con le sue fotografie e il suo film, parla di sé, ma ancor più dell’America e della sua natura perversa; parla l’immagine stessa che, in quel lutto storpiato e impunito, riemerge dal buio per rischiarare i fatti principali dell’omicidio di William, raccontando nel frattempo di un processo irreversibile di deterioramento: il corpo si ammala, «i suoni lasciano il mondo», la casa-America si riempie di ossa. Ci chiediamo, allora, dove finiscano le testimonianze rese da questi lavori, subito dopo avere sfilato sul tappeto rosso per quell’unica notte di gloria, e quale impatto abbiano e avranno sull’America trumpiana; quale senso profondo sia rimasto sepolto a far da spettro silenzioso ma anche un po’ guastafeste.