Pane e Tulipani, di Silvio Soldini

Regia: Silvio Soldini
Sceneggiatura: Silvio Soldini e Doriana Leondeff
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Carlotta Cristiani
Musica: Giovanni Venosta
Scenografia: Paola Bizzarri
Costumi: Silvia Nebiolo
Interpreti: Licia Maglietta (Rosalba), Bruno Ganz (Fernando), Giuseppe Battiston (Costantino), Marina Massironi (Grazia), Antonio Catania (Mimmo), Felice Andreasi (Fermo), Tatiana Lepore (Adele)
Produzione: Daniele Maggioni per Monogatari srl
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 115'
Origine: Italia, 2000

Gli specchi dovrebbero riflettere un momentino, prima di riflettere le immagini (Cocteau)

Chissà perché è così pieno di specchi, di immagini che si rifrangono, di corpi riflessi attraverso 'altri' punti di vista, questo ultimo film di Silvio Soldini. Come se i personaggi di questa buffa e tenera commedia (non all'italiana, come ci tiene a precisare il suo autore), avessero continuamente il bisogno, la necessità di confrontare se stessi, il proprio corpo che compie azioni 'nuove', e guardarlo e riguardarlo, il corpo e la realtà, in un gioco infinito di rifrazioni, di azioni che si riflettono, di azioni fatte d'istinto, appunto senza ri-flettere. Come a dire, restando al gioco: meno riflettono le menti, più riflettono i corpi. E tutto Pane e tulipani è un gioco di corpi, nello spazio: corpi che si inseguono e cercano in continuazione, corpi che si perdono (Rosalba che rimane a lungo nel bagno e viene lasciata sola all'autogrill), corpi massaggiati (Grazia che fa la massaggiatrice olistica), corpi immaginati (i continui sogni surreali di Rosalba).
Non c'è alcun messaggio sociale in questo piccolo, delizioso film di Soldini. Se ci fosse sarebbe banale, qualcosa tipo la casalinga che si prende una vacanza dalla sua vita reale noiosa di tutti i giorni, e si costruisce una nuova vita, all'improvviso. Si, è vero, in fondo è ciò che, di fatto, avviene nel film, ma Soldini sa trattare i personaggi con tanta grazia e – soprattutto -'leggerezza' da conferire alla storia un alone di 'magicità' che lo proietta completamente nell'olimpo dei film senza tempo, senza luogo (e Venezia è qui davvero la città senza tempo, luogo dell'astrazione urbana, fuori dalla mischia della metropoli moderna).
Cambi di direzione (della vita) gesti da compiere, improvvisi (Rosalba che decide di non aspettare il pullman che viene a riprenderla all'autogrill, che decide di non tornare a casa e di proseguire per Venezia, che continuamente 'perde il treno' del ritorno, che trova lavoro da un vecchio fioraio anarchico – un grande Felice Andreasi – che trova ospitalità nella casa di un non più giovane cameriere di un ristorante, ecc..). Tutto avviene così, apparentemente senza grandi motivazioni, ed è forse questa la straordinarietà del film di Soldini, che è bravo a non 'caricare' di senso e di segni i continui gesti di liberazione di Rosalba. Che non sono movimenti di liberazione dalla famiglia opprimente, questa è solo superficie cui il film non dà molta importanza. La liberazione è del tutta 'immaginaria', nel senso della libertà interiore, dell'immaginario, della creatività, dello scegliere in continuazione di fare quel che si sente, lontano dalle responsabilità. Ecco, proprio il disagio dalle responsabilità, motivazione che vale non solo per Rosalba, ma un po' per tutti i personaggi del film (Fernando che deve occuparsi di un'altra famiglia, e passa le sue giornate tra un tentativo di suicidio e l'altro; Costantino così disperatamente bisognoso di lavorare da accettare un incarico di detective per il quale non è assolutamente portato, pronto a lasciare ogni impegno non appena il cuore lo porterà da un'altra parte, ecc..) è il leitmotiv del film. Che gioca tutto il suo rigore stilistico proprio sul versante della libertà di agire, di muoversi, lontano dagli stereotipi che il mondo 'reale' ci impone in continuazione. E così possiamo fare cose che non facciamo più (e, ci domandiamo noi, perché- non le facciamo più? già, perché? chi lo sa?), e possiamo volteggiare in una ballo dopo anni e anni in cui abbiamo rinchiuso in un armadio il nostro corpo. La trasformazione 'fisica' di Rosalba è eloquente, dai rozzi vestiti 'quotidiani' della gita turistica in pullman alla progressiva acquisizione, pezzo dopo pezzo, di parti di 'nuova se stessa'.
Soldini ci regala momenti divertenti e commoventi allo stesso tempo. La scena del ballo, con Don Backy che canta è tra le più intense e gioiose viste nel cinema italiano degli ultimi anni. Ma la 'leggerezza' di Soldini di cui parlavamo prima è tutta nei dialoghi mai pesanti, mai ammiccanti, mai presuntuosi dei suoi personaggi ( e qui il plauso va anche alla brava Doriana Leondef, già collaboratrice di Soldini per Le acrobate ,e anche del Calopresti del bellissimo La parola amore esiste), quand'anche essi si esprimano con un linguaggio curioso e 'aulico' come il Fernando di Bruno Ganz. La forza di questa particolare ed emozionante pellicola sta tutta nella tenerezza e affetto che Soldini nutre per i suoi personaggi, per quella misteriosa energia che il lavoro con gli attori, profondo e 'umano' ha saputo tirar fuori dal film. Come quando Grazia (una Marina Massironi sempre più brava) letteralmente esplode di brividi al contatto con il corpo di Costantino; ma tutto il film è fatto di sfioramenti, quasi impercettibili. I corpi si avvicinano e si allontanano, come nelle continue scene tra Rosalba e Fernando, dove sembra sempre che sta per venir fuori un bacio, una carezza, un abbraccio e invece tutto rimane così, nell'aria, sospeso. E di questa sospensione il film vive, grazie soprattutto a una Licia Maglietta straordinaria e ispirata, con una capacità di essere 'vera' e magica allo stesso tempo, di conferire al suo personaggio dei tratti di umanità incredibili, come oggi forse nessuna attrice italiana è in grado di fare con tanta ricchezza di espressioni, tanta profondità e spessore di recitazione 'sotterranea', quasi invisibile. Dobbiamo ringrazia e Soldini ( e Martone) che, unici regalano al cinema questa meravigliosa interprete altrimenti 'confinata' esclusivamente nei luoghi del teatro, che da anni percorre con evidente professionalità e consapevolezza (Licia è anche spesso regista dei suoi spettacoli).
Pane e tulipani, con questo imprevedibile mix di storie umane, tenerezza e commedia leggera, ci restituisce un cineasta che, film dopo film, ha ormai acquisito una sua sottile e impercettibile 'poetica' del quotidiano, con una capacità di sguardo sui piccoli grandi gesti della vita di tutti giorni e una forza rara nel raccontare personaggi semplici, mai irreali o banali.
Con quello di Bertolucci, Bellocchio, Moretti, Calopresti, Martone e pochi altri, quello di Soldini è il solo cinema italiano di cui, oggi, è possibile innamorarsi.