Pesaro 50 – Panorama USA: cinema sperimentale-narrativo nel nuovo millennio

John Gartenberg e Giovanni SpagnolettiJohn Gartenberg è uno studioso, restauratore, distributore di film del cinema indipendente americano e ha curato l’archivio della cineteca del Museo d’Arte Moderna di New York, occupandosi del restauro di molte opere a cominciare da quelle di Andy Wharol. In questa veste di massimo conoscitore di questo movimento artistico ha organizzato diverse retrospettive e proiezioni di questo cinema che naviga sotterraneo, ma come un fiume carsico, non smette mai di fluire e di obbligarci ad una visione differente e ogni volta originale. Gartenberg è testimone di questa volontaria differenza di questi autori e ce lo fa capire sia con i film della retrospettiva, sia con le sue introduzioni sempre doviziose di informazioni su questi registi per gli spettatori. Le loro produzioni sono tanto singolari, quanto originali per modalità espressive, per scelta narrativa o non narrativa e per struttura, se non addirittura per il supporto utilizzato che non è mai casuale o frutto di nostalgiche visioni, ma sempre scelta consapevole e aderente al progetto. L’elemento forse determinante di questa sezione pesarese così sorprendentemente stimolante, è quella di obbligarci, come spettatori, a scoprire e osservare, di film in film, la libertà espressiva di questi autori che si è manifestata sia attraverso uno o più di quegli elementi, ma anche attraverso l’originalità dell’ispirazione, del punto di partenza, rispetto al tema del film. Una libertà che si misura dall’assenza di vincoli creativi, ma soprattutto distributivi che allenta, se non elimina del tutto, qualsiasi obbligo di durata, qualsiasi struttura narrativa e qualsiasi sguardo indulgente alle politiche commerciali.

 

Il festival di Pesaro ha ospitato questa retrospettiva e ha, soprattutto ospitato i suoi registi che si sono incontrati, durante unaBill Morrison sessione prevista dal programma. Le loro opinioni a confronto ci hanno parlato del proprio lavoro, del passato e del futuro, tracciando le linee esseziali di questo movimento non organizzato e composto, essenzialmente, da singole personalità che quindi non risponde ad una logica, ad un manifesto, ad una unica idea di cinema, ma che ha, come sottolinea Gartenberg, come unica finalità la necessità di rendere visibile l’invisibile.

Questo cinema e gli autori che gli danno vita, non possono non fare riferimento al passato glorioso e unico del cinema americano indipendente dei decenni precedenti e da questo passato traggono anche l’ispirazione artistica e compositiva per le proprie opere. È proprio Thomas Allen Harris, presente alla tavola rotonda, a porre l’accento su questo passato – il suo film è in linea con le sue parole – e su chi ha ispirato il lavoro artistico degli autori indipendenti e se indubbiamente il movimento degli intellettuali, tra i quali anche Pasolini, ha creato i presupposti per questo cinema, non vi è dubbio che il movimento gay e afro-gay abbia messo in pratica alcuni di questi insegnamenti e forse solo il Sundance ha saputo raccogliere, negli anni, la sfida di questi autori e dei principi artistici che stanno dietro a quell’attività.

Bill Morrison è uno dei registi che dopo avere scoperto le tecniche sperimentali, mi erano congeniali e sono diventate metafora della mia nazione, ha realizzato i suoi film poggiando la propria esperienza di lavoro proprio sullo sguardo al passato. Un occhio ai materiali d’archivio con le sue pellicole rovinate, quasi in disfacimento, per farle diventare nuova esperienza formale, nuova forma narrativa. Le stesse immagini raccontano la propria storia. Il suo film, tra i più evocativi e commoventi dell’intera sezione, The great flood, racconta della grande inondazione del Mississipi del 1927, la più disastrosa che la storia di quei luoghi ricordi. Le immagini di quelle migrazioni e della vita che faticosamente continua nonostante la grande massa d’acqua che ha inondato più di 70.000 chilometri quadrati di terre, sono state Abigail Childaccompagnate dalla musica di Bill Frisell, bluesman sensibile la cui musica aderisce perfettamente alle immagini lavorate da Morrison. È una costante nel cinema del regista la collaborazione con musicisti di fama (Laurie Anderson, Philip Glass, Gavin Bryars, per citare i più famosi) che accompagnano con le proprie partiture le sue immagini.

Nessun rifiuto aprioristico del supporto digitale, ma è l’idea di partenza che prevede spesso la pellicola come materiale d’uso principale. Non si tratta sempre della spettacolare pellicola 35mm che abbiamo conosciuto in questi anni, ma di quella nei suoi formati più ridotti dall’8mm, il 16, senza disdegnare comunque l’uso del formato più conosciuto. La pluripremiata Penny Lane ha realizzato il suo Our Nxon utilizzando i filmini in Super 8 girati dagli stretti collaboratori del presidente; The ballad of Genesis and Lady Jane di Marie Losier è stato realizzato con una cinepresa a 16mm e anche l’animazione quasi schieliana di Chris Sullivan in Consuming spirits è stata ottenuta con il metodo del frame by frame girando in 16mm e mescolando disegni a matita e collages per un effetto che sembra avere a che fare con il mistero. Per Abigail Child veterana regista, autrice del composito The suburban trilogy – film in tre parti che racconta i miti e sogni dell’adolescenza femminile - l’errore è parlare di “video” e sarebbe meglio esprimersi con la parola “digitale”. Il suo discorso abbraccia anche i temi della fruizione e se restano sufficienti quelle delle gallerie d’arte per mostarre la sperimentazione formale di queste opere, questi luoghi non sono utili per la verifica dei contenuti di questi film. Per questi film c’è bisogno di nuovi spazi che impongano attenzione e tempi diversi e perfino pubblici diversi.

È presente in questi registi una decisa volontà di indipendenza – Sono ferocemente indipendente afferma MatthewMatthew Porterfield Porterfield regista di Hamilton passato sugli schermi del Festival – oltre che un innato rifiuto della tecnica fine a se stessa. Che il movimento non sia una scuola, né accetti con facilità l’idea della didattica come metodo necessario per imparare il mestiere di regista lo confermano le stesse parole di Porterfield: Ho visto tanti film da bambino, ho fatto fotografia e teatro, ho imparato sia da studente che da insegnante. Ma come studente ho lasciato l’università perché in quei luoghi si imparano le tecniche, ma non si lavora sulle idee, sulla creatività. Con il mio cinema voglio esplorare la visione come mettere uno specchio davanti al mondo e rifletterlo. Questa per me è la conoscenza.

È davvero così il cinema di Porterfield, il suo Hamilton è una cronaca di due giornate di una famiglia e di una ricerca. Un cinema che sembra davvero imitare la vita, con le sue pause e le sue accelerazioni, un racconto e un lavoro in cui si vuole familiarizzare con i propri personaggi.

Dentro una logica di allucinato racconto di una quotidianità da reclusa, in un diario quasi quotidiano, sta il bel film di Jennifer Reeves The time we killed. È la storia di una scrittrice che non riesce a lasciare il proprio appartamento e questa sua agorafobia la spinge sempre di più dentro una irresolubile solitudine. Il vero e l’immaginario trovano spazio nel racconto della protagonista e il film in un bianco e nero acido e a tratti velenoso, restituisce pienamente la confusione e la lucidità della scrittrice raggiungendo momenti di insospettabile poeticità.

Thomas Allen HarrisSono questi, vari e molteplici, i percorsi di questi non sempre giovani registi che esplorano quest’invisibile fosse pure il territorio americano come fa James Benning con RR, acronimo di railroad. In un ostinato 16mm l’oggi settantenne regista americano, ma il film è del 2007, osserva e scruta il paesaggio americano disegnando nuove traiettorie dello spazio e ragionando, attraverso un minimalismo essenziale, formale e di contenuto, sul suo Paese e sull’enormità di un territorio che la macchina da presa non sembra mai poter contenere. Le immagini del suo film sono fisse e guardano lo scorrere dei treni sui binari consegnadoci una staticità quasi apparente che invece e paradossalmente vive di un movimento incessante.

Si tratta per gran parte di film narrativi, fatti con la materia delle storie e l’intento principale è quello della simulazione della realtà o quello di farla rivivere come nel caso di Morrison o di Thomas Allen Harris che con il suo Trough a lens darkly: black photographers and the emergence of a people partendo dai propri album familiari, valorizza la fotografia come strumento che ha plasmato l’identità afro-americana. Un film che riesce a raccontare attraverso queste immagini la complessità di questo percorso e degli ideali sui quali quella cultura si sia fondata.

Tra le opere della retrospettiva anche Francophrenia di James Franco che è un’ironica, divertente e brillante riflessione sulla propria identità di attore, regista e autore sempre più poliedrico. Il suo rapporto con il pubblico dentro i meccanismi dello star system trovano nella storia appigli critici mai spinti all’estremo e guardati con la leggerezza tipica di chi pur volendo prendere le distanze comprende di essere parte di quel mondo.

Pesaro è stato quindi un appuntamento di rilievo ma anche e soprattutto l’occasione per mostrare questi film, riflettere su questo cinema così invisibile, ma altrettanto ricco, vivace nel suo molteplice atteggiarsi e nel variegato e artistico utilizzo di materiali, forme e stili. Come è naturale ha ragione Gartenberg quando afferma che questo nutrito gruppo di talentuosi filmakers … hanno creato dei lavori estemamente ispirati che sfidano, a livello tematico, strutturale, tecnico e percettivo, il modo in cui noi, come spettatori, siamo abituati a percepire il mondo.