#PesaroFF53 – Belle dormant, di Ado Arrietta

Il momento decisivo e più surreale di Belle dormant, è quando Egon, il principe di Letonia, attraversa il regno di Kentz, abbandonato nel suo letargo stregato, e comincia a fare fotografie con il suo smartphone. Il mondo addormentato è anche immortalato. Un istante prima del risveglio è congelato una seconda volta, al quadrato, contro tutte le regole…. è chiaro che, al di là dell’ironia, quando la contemporaneità entra nel fiabesco, i tempi stanno impazzendo…

Ado Arrietta, o Adolfo Arrieta di ritorno con un nuovo nome, ancora… il regista, ecco, sposta la favola di Perrault dal tempo indefinito del “c’era una volta” alla pienezza furiosa del “secolo breve”. Cent’anni di sonno per la Bella addormentata: dal 1900, anno dell’Expo di Parigi, al 2000. Cento anni in cui, ovviamente, il mondo è cambiato alla velocità della luce, seguendo il ritmo incandescente delle innovazioni tecnologiche, con tutte le complicazioni conseguenti sul piano delle relazioni sociali e delle forme di espressione. E Arrieta dissemina i segni di questo cambiamento ovunque, a cominciare dalle percussioni modernissime cui si dedica Egon, con sommo disappunto del re di Letonia, suo padre, il quale, d’altro canto, non ha problemi a metter in bella mostra un PC sulla sua scrivania regale. E poi elicotteri, rombi d’aereoplano, paracadutisti. La modernità ha invaso la fiaba. Com’è naturale che sia. Del resto, se i personaggi delle fiabe vivono fuori dal tempo, sono “immortali”, allora vuol dire che sono in grado di attraversare tutti i tempi senza farsi cambiare da essi, mantenendo inalterati i loro caratteri e le loro funzioni. La fata Gwendoline, l’angelo Gérard, la strega cattiva, attraversano i secoli e appaiono quando serve, per garantire la tenuta dei racconti e giustificare la traiettoria delle storie… e del resto la voce stridula di Ingrid Caven e la recitazione quasi estraniata di Agathe Bonitzer e Mathieu Amalric (sempre sommo) sono i segni più evidenti di questa atemporalità delle funzioni.

 

belle-dormant2Ma resta, comunque, la minaccia del moderno. È ancora possibile la fiaba oggi, è ancora possibile raccontare storie di fate e streghe cattive, lasciarsi andare al piacere di un racconto libero, aperto allo slancio fantastico, con tutto ciò che ne consegue in termini di verità, verosimiglianza, attenzione al mondo? È questa la domanda, il punto di frizione che, forse, interessa ad Arrieta. Che sembra fare i conti con un mondo sempre più incredulo, perché abituato allo scalpore tecnologico dell’effetto speciale, alla finzione portata all’ennesima potenza, ma pur sempre spiegabile in termini “digitali”, computerizzati. È il momento in cui il re contesta la verità della storia della Bella addormentata sulla base delle foto che gli mostra Gérard. Potrebbe essere un trucco, potrebbero essere state prese ovunque… Del resto il cinema è finzione, lo è sempre stato e oggi più che mai. Non c’è neppur bisogno del dato di ripresa reale, del mondo… Tutto è finto, dunque non esiste verità, non esiste storia. Il trucco ha preso il sopravvento.

belle dormant3Arrieta, però, medita la sua vendetta. E ce ne rendiamo conto quando pensiamo a un altro incredibile anacronismo. Perché, per quanto possiamo sforzarci, non ricordiamo telefoni in grado di fare foto nel 2000. Cara Maestà, quelle immagini che stai guardando, quelle foto lì, non dovrebbero neppure esistere, sono tecnicamente impossibili. Ecco, nel momento in cui mescola i tempi, fino a farli impazzire, Arrieta non fa che rivendicare il suo diritto all’invenzione, a far cinema giocando con le storie e con le immagini. Esattamente con la stessa libertà con cui gioca con il proprio nome, cambiandolo all’infinito, come fosse uno sciolingua. Ma, oltre il gioco, c’è tutto un lavoro sulla trama di luce e colore delle inquadrature. Come fosse un pittore di altri tempi, quasi un fiammingo dell’epoca d’oro, Arrieta utilizza la mescola, la pasta traslucida del digitale, il mezzo nuovo, con la sua economia e la sua leggerezza, ma per cogliere quel pulviscolo luminoso che illumini il dettaglio quotidiano fino a renderlo magico. Girare per lui è mettere in scena, mettere in quadro, scoprire il movimento come giustapposizione di immagini fisse, nette, immobili. Che è poi come incontrare la vita, il suo flusso, attraverso la fiaba e i c’era una volta