#PesaroFF53 – Kollector (L’esattore), di Aleksej Krasovskij (Sguardi russi)

C’è un che di scorbutico in questo serrato film russo che va per le spicce e in poco meno di ottanta minuti risolve il tema delle nuove relazioni personali alla luce della rete e delle implicazioni che condizionano ormai la vita.
Artur è un esattore per banche e grandi società. Contatta i debitori e li attacca psicologicamente per costringerli a saldare i debiti. Qualcuno gli vuole male e prova a ricattarlo. In una notte risolve il problema. Ma la vicenda non è finita e uscito dalla rete il pericolo ritorna nella realtà.
Il film si svolge tutto dentro un elegante ufficio, segno dello status raggiunto dal protagonista; tutto dentro i labirinti della rete tra computer e cellulari, segno della lontananza da una contingenza reale del suo protagonista e tutto centrato su Artur che è L'esattore, Krasovskijl’unico attore che occupa la scena restando gli altri personaggi voci senza volto, oppure ombre sinistre come accade nell’ultima e decisiva sequenza, segno di un solipsismo irreversibile delle relazioni ai tempi di internet.
Il racconto è incalzante e il cinema russo come la sua nuova letteratura, sembra volere cambiare pelle. Per rendersi conto del fenomeno basta sfogliare l’illuminante l’antologia di racconti raccolti e tradotti da Giulia Marcucci – anche selezionatrice della sezione Sguardi russi – dall’inequivocabile titolo Falce senza martello (Stilo editore) e per quanto riguarda il cinema soffermarsi sulle nuove forme narrative di questo film in rapporto alla tradizione. Perché L’esattore è essenzialmente racconto e la sua serrata consistenza che lo fa assomigliare ad un film hollywoodiano, sembra volere istituire un nuovo statuto all’interno della cinematografia della Russia dopo gli assestamenti politici e quelli sociali che, dai primi, prendono le mosse.
Aleksej Krasovskij che è anche autore della sceneggiatura, ci porta a sbirciare dentro la Russia del neocapitalismo in cui i rapporti di forza non sono più legati alla vera o presunta solidarietà collettiva, ma alla forza dell’individuo che fa leva sul peso economico e alla sua prevalenza per gli stessi motivi, nelle relazioni sociali. In questa prospettiva lo spregiudicato Artur non può che essere quello che è, il rappresentante di un nuovo ordine sociale che impone, con arroganza, le proprie regole, senza alcuno scrupolo e senza tentennamenti. Un killer psicologico al soldo del potere economico che bene si muove tra web, parola e rete. Ma quando il gioco gli sfugge di mano le possibili conseguenze gli fanno paura. Conosce il gioco e le sue regole.
La struttura e l’impianto che Krasovskij assegna al suo film non è nuovo nello sviluppo e certo non stupisce una storia che funziona anche con un solo protagonista che occupa la scena dall’inizio alla fine. Ciò che forse costituisce una novità è l’avere spostato il baricentro della consuetudine russa nell’approccio al cinema. La dove il racconto era L'esattorefunzionale allo studio dei personaggi e alla loro psicologia, che restava il senso profondo di ogni film, qui assistiamo, invece, ad un primo atto che forse preannuncia una mutazione. Il racconto dei fatti, l’aggiungersi di elementi narrativi restano preponderanti rispetto ad una ricerca del profilo caratteriale dei personaggi. Assistiamo quindi all’abbandono di ogni necessità meditativa cui lo spettatore era sottoposto e che ricercava tra le pieghe di una narrazione non sempre necessaria. In L’esattore questo processo resta scalzato da un indispensabile sviluppo della trama e dalla curiosità sulla sorte dei personaggi, del personaggio nel caso specifico. Da qui quella specie di spigolosa natura di questo film che sembra farsi tutt’uno con il suo assoluto protagonista, così privo di scrupoli da essere ormai privato anche del piacere dei sentimenti, troppo tardivamente (ri)scoperti.
Non è molto, ma è dal poco che si avviano le trasformazioni e in Russia qualcosa sembra essere definitivamente cambiato anche al cinema.