#PesaroFF53 – Le conclusioni dal luogo dello spirito

Si scherza a volte, nelle pause tra conoscenti, amici, sui quali, di festival in festival si scopre il passare del tempo e nei quali ci si rispecchia, allontanando da se l’idea che anche gli altri vedano su di te quello che vedi tu. Quindi si scherza dicendo che ci si ritrova tra resistenti, ultimi di qualcosa e via di questo passo. Questo accade anche a Pesaro che è un festival dove è possibile coltivare i rapporti umani ed è per questa ragione che si resta legati a questa manifestazione nella piena condivisione dell’idea pasoliniana di Pesaro come luogo dello spirito.Pesaro Film Festival 2017
È proprio forse questo profilo meditativo, di studio, di quasi clausura con gli intervalli per il pranzo e per la cena, a fare di un festival che vuole essere essenzialmente di cinema, anche qualche cosa in più. Un’occasione per ripensare il proprio ruolo di spettatore, di persona che prova a ragionare su ciò che guarda, sulla impossibilità, man mano che l’esperienza, come l’età, avanza di essere onnivori e quindi di scegliere. Pesaro offre queste occasioni. Quest’anno tra le punte massime di questi piaceri non possiamo non ricordare le tre ore trascorse a ricordare e argomentare le eccezionali qualità intellettuali di Roberto Rossellini, una lunga conversazione, in costante equilibrio tra i ricordi personali del figlio Renzo e gli approfondimenti teorici degli altri relatori. Un’occasione che ha trovato ampio spazio nel resoconto che si trova su queste stesse pagine.
Pesaro53 in piazzaLe due retrospettive con l’ostico Nicolas Rey dal nome così assonante ad un mostro sacro del cinema e invece con una produzione distante da ogni comune conoscenza e quella di Pedro Aguilera, giovane cineasta spagnolo che con il suo cinema molto personale è sempre alla ricerca della forma perfetta. Poi il Concorso con i suoi alti e i suoi bassi e con un film italo-cinese come The first shot a vincere con la direzione di Federico Francioni e Cheng Yan. Un cinema fatto anche con l’I phone premiato nel festival più radicato in un pensiero che va scomparendo. Il rito mai stanco dei film in piazza che si scontrano con pellicole autenticamente mitiche del cinema che si proiettano in contemporanea al Teatro Sperimentale, film come Paisà o La presa del potere di Luigi XIV di Roberto Rossellini e poco prima avere potuto vedere un piccolo film nato dalla scrittura di Manoel De Oliveira e dallo sguardo di Joao Botelho. Mentre sul grande schermo davanti ad un pubblico numeroso, Jasmine Trinca dava volto e voce alla sua Fortunata. Lei che al mattino aveva incontrato il pubblico in Pescheria, mettendo un po’ a Pesaro53, serata finalenudo se stessa, in questo mestiere un po’ straniante che è fare l’attore. Il cinema russo e le sue trasformazioni, le animazioni e la sezione Satellite che costituisce un banco di prova per giovani autori, sempre tanti, anche se vittime, alcuni di uno smarrimento che fa parte dei tempi, ma anche per chi ha una maggiore esperienza e ama misurarsi con il confronto più diretto mettendosi in gioco in una palestra più strettamente dedicata agli addetti ai lavori. Sezione che avrebbe bisogno di un rilancio, di una maggiore visibilità, di una collocazione che non si scontri con altri palinsesti e magari qualche replica. Sappiamo bene che è facile a parole e più difficile è, invece, mettere in pratica i rimedi. La questione come sempre è economica, quindi politica. Così come è politica la nuova legge sul cinema, sulla quale tutti si dovrebbe riflettere non potendo accettare che il merito si confonda con la solidità economica. I principi e i diritti del pubblico prevedono altro e forse nei giorni in cui scompare un uomo come Stefano Rodotà, grande difensore del diritto di tutti avere diritti, queste riflessioni non sembrino estranee al cinema e alla sua diffusione. Forse qualcuno dei nostri politici dovrebbe frequentare queste occasioni per comprendere quanta fatica c’è dietro tutto questo e quanta voglia di continuare e quanto patrimonio rischi di scomparire se sottovalutato o magari del tutto ignorato per una non soddisfacente quantità dell’audience.
Pesaro53Certo il rischio è forte per Festival come quelli di Pesaro traditi da una fragilità economica che diventa anche fragilità di esistenza. In un’epoca in cui la rete ci tenta, sempre di più ad una sedentarietà a volte improduttiva almeno sotto il profilo dei rapporti umani, sempre più virtuali, incontrarsi per una settimana per meditare sul cinema, potrà apparire bizzarro, un po’ velleitario e sarebbe molto più semplice condividere in rete esperienze e visioni.
Se Pesaro e tutti le altre occasioni come questa avranno un futuro molto dipenderà dalla politica, come sempre e dalla voglia di mettersi in gioco.
L’edizione numero 53 si è conclusa con un risultato ancora una volta lusinghiero che è quello di avere riunito esperienze e arricchito percorsi, ragionato sul cinema e meditato su quanto e come uno schermo che si riempie di immagini possa catturare l’attenzione di tanti e che quei tanti tra loro si ritrovino con le loro voci, le loro inflessioni dialettali. Tuttò ciò che si perde tra i pixel del monitor e rischia di banalizzarsi nei numerosi mi piace che assillano il desiderio di esserci, ma senza esserci.