#PesaroFF53 – Sguardi da Russia e Cina

Le prime visioni di questo 53esimo festival di Pesaro ci arrivano dalla Cina e dalla Russia. Il primo è una specie di esperimento visivo che vuole essere anche una sperimentazione narrativa, coraggiosa, anomala, ma ancora da sistemare, forse troppo detto e sopratutto troppo ridetto. Il secondo fa emergere la sensibilità della nuova onda russa fatta soprattutto di cineaste capaci di raccontare il loro passato con la sensibilità e la freschezza di una stringente attualità, contestualizzando anche visivamente il racconto attraverso un uso sapiente del mezzo espressivo.
Il Concorso di questa edizione numero 53 del Festival di Pesaro si apre con un controverso film cinese dall’articolato titolo e fin troppo didascalico Children are not afraid of death, are afraid of ghosts, il regista Rong Guang Rong è un 34enne fotografo e documentarista, qui alla sua opera prima.
In un villaggio sperduto del Paese il regista viene a conoscenza di un fatto di cronaca. Children are not..., Rong Guag RongQuattro bambini, fratelli e sorelle, si sono suicidati ingerendo del pesticida. La sua indagine si svolge su due fronti, quella della ricerca di una verità ufficiale e quella più segreta che riguarda le vite dei bambini in un Paese in cui vige la regola ferrea del figlio unico. La ricerca della verità fa del regista un detective anche dei sentimenti. Il film scorre su due registri. Da una parte una favola nera nella quale si identificano i bambini impauriti dal drago a due teste che impedisce la fuga dal rifugio. Su un altro versante la verità sociale quella che impedisce ai genitori di dare notizia della nascita dei figli successivi al primo e quindi della loro inesistenza sociale. Rong Guang Rong lavora davvero come un reporter e costruisce il suo film sull’intermittenza dei due registri narrativi. Il risultato fa emergere la sua natura di fotografo, ma si evidenziano anche alcune incertezze narrative, una certa voglia di sottolineare per più volte profili già raccontati della storia. Forse al fondo c’è una certa volontà di stupire con un film al di fuori dei contesti narrativi soliti, ma poiché oggi nulla più stupisce, tanto vale utilizzare le idee, che nello specifico ci sono, sfruttando meglio la materia sulla quale si ha occasione di lavorare.
Diverso il caso del film Sofička di Kira Kovalenko, allieva di Alexander Sokurov. Il film che si propone esplicitamente come ponte tra cinema e letteratura è tratto da un racconto di Fazil Iskander. Ambientato nel Caucaso prima e dopo un non meglio definito evento bellico, il film, girato sugli stessi luoghi nei quali si svolge è tutto in lingua abcasa. la regista compone un piccolo affresco sulla vita degli abitanti di quei luoghi, con al centro il personaggio di Sofička.
SofichkaIl cinema russo svela piacevoli sorprese e sono ancora maggiormente piacevoli quando arrivano da giovani autori o come in questo caso autrici. Di certo gli insegnamenti ricevuti da Sokurov alla scuola di cinema frequentata hanno giovato alla giovane regista di questo denso lavoro sulla memoria e sulla storia segreta di una regione rurale dell’ex impero russo che oggi, dopo molti anni di speranze coltivate, ha ottenuto l’indipendenza. Kira Kovalenko sembra volere avvolgere la sua narrazione dentro una patina di leggera malinconia che evidenzia sotto il profilo visivo saturando i colori della sempre curata fotografia, smorzando ogni cromatismo e virando sulla scala dei grigi che rende il colore immagine di un’epoca precisa. Questa operazione che riesce a contenere ogni rischio di leziosa cura ed eccessivo nitore, si adatta invece molto bene all’intreccio di sentimenti, ma anche degli eventi che si succedono nel breve volgere della durata del racconto. Ne deriva un film che ha l’unico punto vulnerabile nella possibile incomprensione di eventi storici, strettamente legati alle vicende del Caucaso che condizionano la vita degli abitanti del borgo nel quale si svolge la storia. Ma la giovane autrice sa imprimere al film un tocco di universale umanità che supera ogni ignoranza dei fatti e ci porta dritti ad una comprensione delle emozioni, materia prima di cui è fatto il suo lavoro.