#PesaroFF54 – Cholera, di Svetlana Černikova e The net, di Aleksandra Streljanaja

Ridotta nel numero, ma non nella complessiva qualità, la pattuglia di registe russe, ancora una volta misura il proprio cinema con il gusto sempre trasversale del Festival di Pesaro. Frutto di una collaborazione, ormai duratura tra il Festival e il Centro dei Festival Cinematografici e dei Programmi Internazionali della Federazione Russa, la sezione Sguardi Femminili russi, curata sempre con accortezza da Giulia Marcucci, ci permette di gettare uno sguardo, sicuramente sintetico, sulla evoluzione di un cinema che ha sempre suscitato grande interesse per il pubblico occidentale. Le opere di registe russe, d’altra parte, costituiscono ragione di ulteriore interesse attesa una condizione, tutto sommato più favorevole, rispetto ad altre realtà, così come abbiamo imparato a sentire dalle loro stesse parole in questi anni. La presenza di istituzioni cinematografiche con finalità didattiche, diventa passaggio essenziale per la creazione di percorsi artistici per le autrici.
In questi anni, con i comprensibili alti e bassi, le cineaste russe hanno proposto film che hanno confermato un andamento lineare nella loro produzione e marcato da una sorta di autarchia narrativa in cui lo sguardo si restringe sulla cultura, a tutto tondo intesa, come cultura russa, senza nazionalismi, ma con il desiderio di raccontare un Paese tanto vasto, quanto differente. Spesso, anzi quasi sempre, si tratta di microstorie, in cui si riconoscono quelle radici che abbiamo imparato a vedere e ad amare, nel frequentare gli artisti russi, tutti portatori, magari anche inconsapevolmente, di una tradizione invidiabile ed esclusiva.
In questo senso il breve lavoro di Svetlana Černikova, Cholera, e quello di Aleksandra Streljanaja con The net, riassumono perfettamente il senso di ogni riflessione sul tema. Il breve film della giovane Černikova in cui si racconta di Sergej che si rifugia sul lago Onega per incontrare il fantasma della amatissima moglie, condensa nei suoi quindici minuti, quella lunga e fruttuosa tradizione che si è materializzata nel cinema non solo di Andrej Tarkovskij che è sicuramente il nome che prima di ogni altro sembra conferire contenuto e sintesi rispetto a qualsiasi altra descrizione e narrazione di un cinema dalla quale prendano evidenza quelle caratteristiche comuni, ma anche in quello di Andrej Zvjagintsev o quello di Aleksej Balbanov e ai molti altri che hanno tradotto la policentrica cultura dei luoghi. Un cinema essenzialmente meditativo in cui le immagini si rendono immediatamente partecipi di uno stato di grazia e di profonda ispirazione che rendono quasi naturale il loro fluire e per questo sembrano radicarsi definitivamente come forme della memoria e della solitudine che la stimola e la riproduce. Non dissimile, anzi quasi consequenziale il racconto di Aleksandra Streljanaja che con il suo The net, visto in sequenza immediata, rispetto al cortometraggio precedente, sembra proseguire, sotto altro profilo nella narrazione di una ostinata ricerca che diventa ragione di vita. Qui la ricerca è quella di una ragazza che è fuggita e si è forse rifugiata sulle rive del Mar Bianco, al nord della Russia. Ma il film è più che altro sguardo generoso che esplora le anime dei personaggi, ancora una volta si tratta di un cinema che rifugge, quando è autentico, da ogni contingenza ed esigenza narrativa per offrire una visione interiore dei suoi protagonisti. Anche The net persegue questa direzione e pur senza abbandonare il tema conduttore della narrazione, per strada diventa altro e comincia a scandagliare le anime inguaribilmente dolenti dei suoi smarriti protagonisti. Un film che si fa apprezzare anche per la capacità di consegnare allo spettatore la gelida bellezza dei luoghi attraverso una fotografia curatissima che conferisce ricchezza espressiva all’immagine. Il racconto smette di essere quindi quello della ricerca della donna amata, per trasformarsi in una indagine impietosa nel proprio passato e negli errori che hanno condizionato gli eventi successivi.
Se c’è un’anima comune in questi film è quell’anima russa che conosciamo anche dalla grande letteratura di quel Paese. Un senso di comunanza che non sembra affievolirsi nonostante la polverizzazione dell’impero russo. Il cinema, fortunatamente, diremmo, in modo inconsapevole, per quanto ci è dato conoscere, continua a raccontare quest’anima comune e a non diventare specchio di quella frammentazione che alza confini e steccati. Pesaro è uno dei pochi (se non il solo) festival che tenta una sistematizzazione della cinematografia russa, e in questa prospettiva i film che vediamo sono accomunati da questi intenti, da questo comune afflato che sembra trasformare le prospettive del passato diventando forma espressiva e non ripetibile in altre forme della convivenza quotidiana di un tormentato e ineguale presente.