Peter Gabriel: gli album più importanti

Includendo gli album realizzati con i Genesis, i live e le raccolte, la carriera di Peter Gabriel conta di ben 26 dischi ufficiali, dal 1969 ad oggi. Senza poi considerare tutto quel sottobosco fatto di bootleg e registrazioni “ufficiose”, che contribuiscono ad arricchire ulteriormente la parabola dell’artista inglese. Prima di entrare nel vivo dell’articolo, occorre fare una precisazione: nel selezionare il meglio di questo ricco microcosmo musicale, non c’è la pretesa di essere puramente oggettivi, bensì di bilanciare l’opinione personale di chi scrive con quella della critica più autorevole.

 

1. Selling England By The Pound (Genesis, 1973): Più che un semplice disco, un opera teatrale fatta di storie, visioni geniali, viaggi strumentali. Gabriel veste (letteralmente nei concerti) i panni di Britannia, e canta della sua povera Inghilterra martoriata, venduta “un tanto al chilo”. Dancing With The Moonlight Knight apre l’album con un malinconico canto medievale per trascinare l’ascoltatore in un turbinio di atmosfere e mondi, The Cinema Show è un brano onirico, l’amore di Romeo e Giulietta e la ciclicità del tempo attraverso gli occhi di Tiresia. Pietra miliare della musica contemporanea.
 
2. Nursery Cryme (Genesis, 1971): Rozzo e brutale, ma al tempo stesso delicato e commovente. Ogni brano del disco abbraccia completamente quella poetica del contrasto già intuibile in Trespass. Il titolo stesso dell’album è significativo: rifacendosi alle nursery rhymes (filastrocche d’asilo), si gioca con l’assonanza della parola rhyme e cryme (crime, crimine), dando vita a un inquietante ossimoro. Traccia iconica è The Musical Box, che accosta la purezza dei bambini al macabro e alla sessualità, toccando tematiche come la morte, la vecchiaia e la reincarnazione. Nursery Cryme, paragonato alle altre opere mature dei Genesis di Gabriel, è un diamante grezzo, ma forse proprio per questo capace di colpire l’ascoltatore con una violenza/delicatezza sbalorditiva.
 
3. Passion (1989): Vero e proprio capolavoro della carriera solista di Gabriel, l’album è stato composto come colonna sonora del film L’ultima tentazione di Cristo, di Martin Scorsese. Gabriel riesce nell’impresa di assimilare la scuola ambient-minimalista di Brian Eno e Jon Hassel, e coniugarla alla perfezione con i suoi manierismi etno-elettronici. Ne esce un’opera unica e irripetibile, un viaggio della fede in mondi primordiali, poliritmie martellanti e poesia al servizio della cristianità. Scritto come un percorso sonoro dal paganesimo al cattolicesimo, rappresenta uno dei più fulgidi esempi di Musica al servizio del Cinema.
 
4. So (1986): Dopo aver percorso ambiziose strade che lo hanno portato fra il mondo etnico e le più spericolate sperimentazioni elettroniche, Gabriel torna per un po’ sul commerciale (grazie anche al lavoro del produttore Daniel Lanois). So è infatti il più grande successo internazionale, grazie al contributo delle hit funk Sledgehammer e Big Time. Attenzione però, Gabriel qui non fa una misera operazione commerciale all’insegna dell’orecchiabilità: il lirismo poetico, le influenze etniche e la sperimentazione continuano a muoversi sotto traccia, in un disco che è assolutamente orecchiabile. Il genio inglese dimostra ancora una volta la sua poliedrica grandezza: “occidentalizzare” l’etnico senza spogliarlo della sua essenza, rielaborare tutta la sperimentazione per renderla fruibile al grande pubblico, non abbassando di un millimetro il livello dei contenuti.
 
5. Peter Gabriel 3 o Melt (1980): Conclusa la collaborazione con il chitarrista dei King Crimson Robert Fripp, la vena artistica dell’arcangelo Gabriel può finalmente esprimersi liberamente. Questo terzo lavoro solista sancisce la maturazione dell’artista inglese, capace finalmente di lasciarsi alle spalle il patrimonio dei Genesis, e di intraprendere un percorso di sperimentazione e ricerca nuovo e innovativo. Melt è un insieme di ballate elettroniche, pervase da un profondo pessimismo, derivante da angosce metropolitane e sfiducia verso la tecnologia. Il contorno un po’ kitch, tipico degli anni 80, non va visto come un limite ma come un punto di forza: la grandezza di Melt sta proprio nell’essere avanti con i tempi pur inserendosi perfettamente nel contesto dell’epoca. I brani Intruder e Not One Of Us sono illuminanti in questo senso.