“Più reale del reale? Il cinema e le immagini (s)velate”

 

FUTURO PRESENTE
LABORATORIO PERMANENTE
SUI LINGUAGGI CONTEMPORANEI
 
Più reale del reale?
Il cinema e le immagini (s)velate
 
Rovereto 19, 20, 21 novembre 2010
 
 
Da sempre attento a indagare la trasformazione dei linguaggi, delle modalità di comunicazione e di rappresentazione della realtà attraverso l'arte, Futuro Presente prosegue lungo un avventuroso e stimolante percorso di ricerca e di riflessione, dedicato quest’anno a indagare i confini del rapporto tra la realtà e le sue rappresentazioni.
Dopo la sezione primaverile dedicata all’approfondimento del binomio realtà/finzione in ambito giornalistico, fotografico, pubblicitario, letterario e televisivo, il focus autunnale di Futuro Presente concentra l’attenzione sul fenomeno cinematografico e sulle sue interazioni con la riflessione filosofica.
Protagonisti di questo percorso di approfondimento dedicato al complesso rapporto osmotico che lega la realtà alla narrazione cinematografica saranno registi, esperti di cinema, critici cinematografici e filosofi, chiamati a confrontarsi con un tema classico della riflessione critica sul cinema: quali leggi governano i rapporti tra cinema e realtà? Le immagini prodotte dal dispositivo cinematografico sono un riflesso del reale o si sostituiscono ad esso creando scampoli paralleli di realtà? Il cinema è ancora in grado di raccontare la società o ne costituisce un semplice ornamento?
In questo viaggio spensierato alla scoperta delle capacità del cinema di “dire le cose” abbiamo coinvolto personaggi di primo piano del panorama cinematografico italiano, i quali porteranno sul palcoscenico la propria esperienza e il proprio originale punto di vista sul potere testimoniale del cinema. Sul palcoscenico si avvicenderanno Marco Bellocchio, Giorgio Diritti, Michelangelo Frammartino, Pietro Marcello, Pietro Montani, Enrico Magrelli, Enrico Ghezzi, Marco Bertozzi, Franco Rella, Leonardo Gandini, Roberto De Gaetano e il gruppo di Fata Morgana, in un dialogo fitto ma disteso alla scoperta dei segreti della settima arte.
 
 
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L’ansia da prestazione referenziale delle immagini è antica quanto il cinema. È più antica, con forme e collisioni diverse, del cinema stesso. Questo è ormai condiviso da molti. E si rischia un sorvegliato e annunciato naufragio teorico qualora si aspetti l’onda perfetta di un qualunque “mercoledì da leoni” lanciando una bottiglia piena di messaggi estremi in un oceano più vasto del già procelloso oceano cinematografico. In questi giorni di incontri e riflessioni ad alta voce, a Rovereto, sarebbe già un discreto risultato riuscire a sfiorare alcune questioni. Cominciare a sciogliere alcuni nodi da vecchi marinai della ciurma di Ulisse. Marinai più interessati alla conoscenza che alla virtù. La deriva può essere, per chi si imbarca, apparente. Come apparente o evaporato o ridotto a pixel o idolatrato o obliterato o prigioniero delle pratiche intermediali risulterebbe ridotto, smembrato, devitalizzato il reale. Il reale e il vero sono parole ingombranti. Liquidate, con malizia, dalla floscia chiacchiera della politica e, con una serrata e accigliata vertigine, da alcuni acuti pensatori. L’indifferenza o la liquidità referenziale sono due aspetti, due qualità, due difetti, due doni, due imperfezioni, due trappole del nostro guardare. I nostri sguardi e la nostra immaginazione devono ogni volta decifrare e interrogarsi sul quel mondo visibile o invisibile rifigurato dal cinema. Se il principio di realtà appare malfermo e incerto, la realtà delle immagini ha o simula una fibra forte, una salute invidiabile. Continua a pretendere qualcosa da noi.
Enrico Magrelli
 
 
venerdì 19 novembre
 
Rovereto, Auditorium Fausto Melotti
ore 14.30
The Pervert’s Guide to Cinema
di Sophie Fiennes, scritto e presentato da Slavoj Žižek USA 2006, 150’
 
Il cinema visto da Slavoj Žižek – uno dei maggiori filosofi contemporanei – non è una forma di intrattenimento di massa, ma un'arte che ci mette di fronte alle pulsioni più nascoste, rimosse e negate: “Il cinema è la forma d’arte perversa per eccellenza: non ti dà quello che desideri, ti insegna a desiderare”. Intellettuale radicale e brillantissimo conferenziere, Žižek è anche un indiavolato cinefilo. Questo esilarante documentario in tre parti è una sorta di saggio in forma di film, in cui l’irrefrenabile filosofo sloveno conduce lo spettatore in un tour de force (psico)analitico nella storia del cinema, letteralmente addentrandosi nelle loro scene e affrontando, con un approccio poliedrico e sempre sorprendente, autori classici come Hitchcock, Bergman, Chaplin, i Fratelli Marx e film recenti come Matrix o Lost Highway. Una riflessione acuta sulla natura funzionale del cinema e sui meccanismi di rispecchiamento che consentono alle ansie e ai desideri dello spettatore di abitare più o meno comodamente lo schermo.
 
 
 
Rovereto, Sala conferenze del Mart
ore 16.30
Il cinema in contumacia
LEONARDO GANDINI
Secondo l'autorevole studioso americano David Rodowick, "il realismo 'fotografico’ rimane il Santo Graal dell'immagine digitale". Per quale motivo dunque l'affermazione del digitale ha gradualmente alimentato l'opinione che il cinema stia smarrendo contatto con la realtà e con la propria inclinazione a riprodurla e raccontarla? L'alto grado di manipolazione introdotto dal digitale ha infatti determinato una riflessione nella quale il cinema figura come imputato assente al proprio stesso processo, e dove il principale capo d'accusa che gli viene mosso riguarda l'abdicazione al ruolo di riproduzione fotografica della realtà. Oggi il cinema va però inevitabilmente contestualizzato ad un'epoca nella quale, come scrive lo studioso dei media Peppino Ortoleva, si è venuto a creare, tra gli oggetti e i significati simbolici, uno scarto tale che "risulta quasi ovvio scrivere tra virgolette la parola realtà".
Leonardo Gandini è nato a Bolzano nel 1961, insegna Iconografia del Cinema al DAMS di Bologna e Retorica del Film alla Facoltà di Scienze della Comunicazione all’Università di Modena – Reggio Emilia. È curatore del Convegno Memoria e Mass-Media che viene organizzato ogni anno dal Museo Storico in Trento all’interno del Progetto Memoria. È autore di diverse pubblicazioni sul cinema contemporaneo e hollywoodiano. Tra le sue più recenti pubblicazioni si ricordano Il film noir americano (2008); Cinema e regia (2006), Ventuno per undici. Fare cinema dopo l’11 settembre (2008).
 
 
Rovereto, Sala conferenze del Mart
ore 18.00
Apocalisse ora. La scomparsa del futuro
FRANCO RELLA
 
Il pensiero dell’Occidente si è mosso opponendo realtà e apparenza. Ma fin dall’inizio, con Esiodo e con i neoplatonici poi, il mondo viene presentato come fosse costituito da un canto, o da più canti, e dunque da narrazioni vere o simili al vero. Nietzsche riprende questa tradizione, per così dire laterale, e afferma, rovesciando la tradizione filosofica dell’Occidente, che non esistono fatti ma solo interpretazioni e che la via verso la verità è affidata appunto alla capacità di dare forma a questo insieme di interpretazioni. È il panorama della modernità, anche della nostra modernità. Ciò che caratterizza le narrazioni del ‘900 è la sparizione del futuro. Gli eroi di queste narrazioni sono K. di Kafka e Vladimiro e Estragone che, in Aspettando Godot, attendono chi mai verrà. Nella modernità estrema, nella nostra contemporaneità, la corrosione del tempo, e del futuro in particolare, ha modificato anche la grammatica del linguaggio comune, da cui è scomparsa la possibilità di articolare le nostre attese, così come sono anche si sono dissolti i congiuntivi e i condizionali che costituivano lo spazio del possibile contro l’impero del presente. Anche la narrazione filmica si confronta con questa diversa percezione del tempo. Apocalypse now di Francis Ford Coppola ne è un esempio drammatico. Il film inizia con la parola “fine” della canzone The end di Jim Morrison. Come ha scritto Eliot: “Ciò che chiamiamo principio è spesso la fine” e “la fine è la donde partiamo”. Il film procede con una rivisitazione di alcuni grandi elementi mitici dell’Occidente, il viaggio, la quête, o preoccidentali come il sacrificio. Tutto implode alla fine nel now, nel tempo ora, nell’eone del presente su cui, come ha scritto Jakob Taubes, spira l’alito della morte.
 
Franco Rella insegna Estetica alla Facoltà di Design e Arti-Iuav Venezia. È autore di numerosi saggi e libri, più volte ristampati e tradotti, sull’intersezione della riflessione filosofica con il pensiero che si esprime attraverso l’arte e la letteratura. I suoi libri più recenti: Il silenzio e le parole (2001); Figure del male (2002); Miti e figure del moderno (2002); Dall’esilio. La creazione artistica come testimonianza (2004); Scritture estreme. Proust e Kafka (2005); L’enigma della bellezza (2006), Micrologie (2007); La responsabilità del pensiero (2009).
 
 
Rovereto, Auditorium Fausto Melotti
ore 20.30
Notte di luce in ombra. Cinema, Pre(e)s(ist)enza dell’assente
ENRICO GHEZZI
La strada 'to nowhere' è anche quella per NOW HERE, oltre a quella palindroma che la completa all'infinito rovesciata in 'erehwon'. Quale 'era' vinse vincerà vince, nello spiraglio spaziale spietatamente elastico che è il presente?.
Promemoria per un oblio, il cinema (tutto il suo filmarsi) è anche il cancellarsi scultoreo che scolpisce il visibile nascondendone la maggior parte.
Questa notte si gioca lì, dove l'acqua ribolle infida intorno alla linea di galleggimento dell'iceberg e del suo titanic. Dove la notte della caverna con i suoi perduti o salvati si trasforma nella caverna in pieno giorno assolata a manhattan un undicisettembre in cui salvati e quindi i persi sono sia gli invisibili che i visibili, spettatori e attori secati da una stessa linea frattale. 
Il mondo tutto e' da anni in vendita, comprabile più volte dal denaro nero in circolazione. questa è la verità luminosa del capitale, che non esiste ma è più reale della realtà. la lentezza e il ritardo del cinema e della televisione ci permettono, per l'ennesima ultimavolta, di stare in piedi opponendo la nostra ombra alla nerezza capitalistica, la nostra lenta velocita' della luce filmica all'accelerazione che ogni istante fermi ci ringoia. (dimostrazioni e rimostranze: rossellini debord ozu lang ford e mann e godard e mille altri, e tutto il cinema, irredimibile NOSTALGIA DEL PRESENTE)
egh 
 
Ha (?) quasi sedici anni nel maggio del 1968. Ama Eddy Merckx come Jean Vigo come Max Stirner come gli 8metri e 90 centimetri di Bob Beamon come.. Si occupa di cinema e di televisione (o, peggio/meglio, ne è occupato). Dal 1979 lavora e gioca a RaiTre (della quale ha diretto il palinsesto e è stato vicedirettore), dove ha curato e inventato cicli di film, le 40 ore non-stop de La Magnifica Ossessione per i 90 anni Lumière nel 1985), e i programmi FUORI ORARIO, SCHEGGE, BLOB (e Publimania, Ventanni Prima, Fine senza Fine) Gli piace troppo scrivere per non lasciarsi quasi annegare nelle immagini. Dirige il festival di Taormina dal 1991 al 1998, e quello di Bellaria. Ha fondato e dirige, dal 2001, Il Vento del Cinema/Chi Pensa il Cinema, incontri tra cineasti immagini filosofi., a Procida. Ha realizzato il cortometraggio GELOSI E TRANQUILLI (1988), haiku per la Biennale di Venezia (su Kubrick, Eastwood, Rohmer), Parola (su una) Data, videoconversazioni intorno all’11 settembre 2001 con Derrida Eco Žižek e diversi altri filosofi e registi, Con Aura/Senz’Aura (insieme con Luciano Emmer) e dei videoclip (tra cui STRANI GIORNI, per Franco Battiato). Ha pubblicato libri per Bompiani, tra i quali PAURA E DESIDERIO, e nel 1994 un PANTA dedicato al cinema. Ha (non)curato l’edizione italiana delle Opere Cinematografiche Complete di Guy Debord. Sta (non) finendo una cosa che (non) assomiglia a un romanzo, ORO SOLUBILE.
Come tutti, crede di amare e non sa se è amato.
egh
 
 
sabato 20 novembre
 
Rovereto, Auditorium Fausto Melotti
ore 10
I pugni in tasca
di Marco Bellocchio Ita 1965, 107’
 
In una villa di campagna vivono una madre cieca e i suoi quattro figli. Una vita familiare difficile, segnata da profondi problemi psichici. Augusto, il più “normale”, aspira a una famiglia, al benessere e all’integrazione sociale. I fratelli Alessandro e Leone, come la sorella Giulia, soffrono invece di disturbi mentali. Nemmeno venticinquenne, Bellocchio firma soggetto, sceneggiatura e regia di una delle opere più folgoranti e dissacranti del cinema italiano degli anni Sessanta, messa in scena con un linguaggio ellittico e una sintassi nervosa molto vicina alle temperature emotive della Nouvelle Vague. Dopo aver ottenuto a Locarno la Vela d'Argento per la miglior regia e grazie all'aura di opera maledetta subito conquistata, il film d'esordio di Bellocchio divenne un caso nazionale e su di esso intervennero gli intellettuali più prestigiosi (Soldati, Moravia, Calvino, Pasolini). Dopo Ossessione di Visconti non c'era mai stato nel cinema italiano un esordio così clamoroso e autorevole. Sempre sull’orlo del grottesco, un gelido ritratto di borghesia in nero e un grande film sulla desertificazione morale della società italiana. Duro, crudele, angoscioso.
 
 
Rovereto, Auditorium Fausto Melotti
ore 14
Buongiorno, notte
di Marco Bellocchio Ita 2003, 105’
 
Gli anni di piombo rivisti attraverso la vicenda di Chiara, brigatista coinvolta nel rapimento Moro; una ragazza che fatica a conciliare la lotta armata con la vita di tutti i giorni, fatta di lavoro, fidanzato e relazioni comuni. Bellocchio getta il proprio sguardo attento su quello che per 25 anni l’Italia non ha potuto vedere. Buongiorno, notte ci racconta forse molto di più sull'oggi che su quel particolare momento della nostra storia. Con le sue sfilate di politici, ripresi dai servizi televisivi dell'epoca, con i suoi cenni di televisione-spazzatura (che proprio in quegli anni cominciò a rodere i nostri cervelli), e soprattutto con la sua privata ostinazione, con il suo "fuori" angosciante e minaccioso, descrive i germi che si sono insinuati nella nostra realtà e indica con chiarezza chi li ha seminati. La soluzione? Una fuga nel sogno, un mondo sospeso tra realtà e irrealtà. Più che un film, un riuscitissimo azzardo che “riesce a compattare meravigliosamente Realtà e Finzione, Vita e Sogno, a coniugare perfettamente (Grande) Storia e Intimismo, a mantenere in equilibrio Visionarietà e Istanza Realistica”.
 
 
Rovereto, Sala conferenze del Mart
ore 15
I discorsi e le opere. Genealogia del cinema italiano contemporaneo
ROBERTO DE GAETANO
 
I vicoli ciechi in cui spesso si caccia la critica derivano da uno sguardo angusto che non sa pensare le “forme della contemporaneità” all’interno di una storia delle forme del cinema italiano. Roberto De Gaetano rifletterà sulla genealogia delle pratiche artistiche (film) e discorsive (critica) del cinema italiano contemporaneo, collocandole in un orizzonte temporale più ampio, e toccherà non solo le opere  ma anche i discorsi che le hanno accompagnate, e i concetti-chiave intorno ai quali questi discorsi hanno ruotato,  a partire da quello, abusato, di “realismo”.
 
Roberto De Gaetano è nato a Roma nel 1965. È professore ordinario di Filmologia presso l’Università della Calabria. Si è occupato di cinema e filosofia(Il cinema secondo Gilles Deleuze, Roma 1996, Il visibile cinematografico, Roma 2002, Teorie del cinema in Italia, Soveria Mannelli 2005) e di analisi delle forme del cinema italiano (Il corpo e la maschera. Il grottesco nel cinema italiano, Roma 1999, La sincope dell’identità. Il cinema di Nanni Moretti, Torino 2002). Ha dedicato importanti studi alla contemporaneità cinematografica, che hanno riguardato le figure del tempo (Passaggi, Roma 1996), l’evento d’amore (Tra-Due, Cosenza 2008) e il rapporto tra forme di rappresentazione e mondo presente (L’immagine contemporanea, Venezia 2010). Dirige il quadrimestrale di cinema "Fata Morgana”.
 
 
Rovereto, Sala conferenze del Mart
ore 16
Potere e potenza del cinema. Sul cinema di Marco Bellocchio
Seminario a cura della rivista Fata Morgana con ROBERTO DE GAETANO, ALESSIA CERVINI, DANIELE DOTTORINI e BRUNO ROBERTI
 
Il concetto di potenza riassume, a partire da Aristotele e dalla sua celebre definizione nella Metafisica, la dinamica dell’essere nel pensiero occidentale. Nel corso della modernità e del pensiero contemporaneo, il concetto è stato rivisto, offrendo poi lo spunto ad una serie di riflessioni che mettono in gioco – soprattutto nel Novecento – la linea di biforcazione tra potenza e potere, tra politica ed estetica. Dalla centralità della potentia nel pensiero di Spinoza alle forme di mediazione del potere rappresentate, ad esempio, nel pensiero di Hegel; dalla dinamica trasgressiva della Volontà di Potenza nietzschiana fino all’ambivalenza del termine tedesco Gewalt, al tempo stesso potere, legge, potenza e violenza (come sottolinea Benjamin nel suo famoso saggio Per la critica della violenza). Il cinema, nel corso del Novecento, ha visto in vario modo intrecciarsi il potere delle immagini con le immagini del potere: l’esperienza dei totalitarismi è stata possibile anche a partire dalle immagini che sono sorte in vario modo all’interno o all’esterno delle strutture totalitarie. Ma è tra le immagini della potenza (della vita, del desiderio ecc.), intrecciate ma irriducibili al potere, che il cinema rivela la sua capacità di porsi come zona di resistenza al potere stesso. Sono le immagini della potenza, delle capacità generative ad essa connesse, ad affermarsi contro il potere e le sue forme. Marco Bellocchio è stato uno dei grandi nomi del ‘900 che ha saputo comporre e contrapporre figure della potenza a immagini del potere: potere della famiglia (I pugni in tasca), psichiatrico (Matti da slegare), militare (Marcia trionfale), fino all’ultimo Vincere, dove la contrapposizione fra il potere maschile e la potenza femminile è il centro di tutto il film.
 
 
Rovereto, Auditorium Melotti
ore 18
Sorelle mai
di Marco Bellocchio Ita 2010, 105’
 
Il film con cui Bellocchio torna a casa è una pellicola composta di sei episodi girati a Bobbio tra il 1999 e il 2008 con i corsisti di “Fare cinema”, il laboratorio estivo che tiene da anni nel suo paese natale. La protagonista è una famiglia, quella dello stesso regista, composta dalla figlia Elena, dal figlio Giorgio e dalle due sorelle, Letizia e Maria Luisa. Un documento lineare e concreto di come il buon cinema sgorghi dalla realtà e ad essa si ispiri per raccontare qualsiasi storia, dalla più grande a quella più intima e minuta. In realtà – ha dichiarato il regista – si trattava di sei episodi indipendenti e non avevo in mente di farne un lungometraggio. Poi invece ho notato che esisteva un filo conduttore: il tema di chi va e chi resta. Il film è un prodotto realizzato con grande libertà, non c’era l’ossessione di girare un film tout court, di pensare a come poteva venire accolto dal pubblico. Abbiamo lavorato con grande spensieratezza”. Un omaggio sentito ai rapporti familiari, i quali da rifugio si trasformano a volte in dolci prigioni.
 
 
Rovereto, Sala conferenze del Mart
ore 18
Il cinema ci salverà? La realtà delle immagini nel mondo ipermediale
PIETRO MONTANI
Nell'era digitale le immagini tendono a produrre una sempre più forte indistinzione tra documento e simulazione. Le nuove tecnologie (si pensi a Photoshop) ci inducono a rimodellare arbitrariamente la realtà e a manipolare a piacere i nostri archivi personali. Il rapporto tra le immagini prodotte tecnicamente e la realtà si sta dunque modificando in modo considerevole. Non tanto nel senso che il mondo reale è progressivamente sostituito da un mondo simulato, quanto nel senso, più inquietante, che il riferimento delle immagini al mondo reale si realizza con un crescente disinteresse per la loro veridicità e con una crescente indifferenza nei confronti della loro capacità di rendere testimonianza. Si va verso la progressiva sostituzione del mondo simulato a quello reale? Le immagini sono ancora specchio fedele della realtà? Per rispondere a questi interrogativi Pietro Montani propone un avvincente viaggio attraverso i linguaggi visuali e i processi di costruzione tecnologica dell'immagine. Da La valle di Elah ad Avatar passando per Buongiorno, notte, una salutare riflessione condotta ai limiti del visibile.
 
Professore ordinario di Estetica all’Università La Sapienza di Roma, si interroga da anni (e con grande lucidità) sul rapporto tra tecnica e arti. Forte della lezione di Garroni, per cui l'arte è un modo che l'uomo si è dato storicamente per attribuire un senso all'esperienza, si è a lungo occupato del rapporto tra realtà e finzione dal punto di vista dell’estetica cinematografica. Fondamentali i suoi studi sulle teorie estetiche dell’avanguardia e sull’autonomia formale del racconto cinematografico. A suo agio tra Lukács, Bachtin, Heidegger e Gadamer, è stato il curatore degli scritti teorici di Dziga Vertov (L’occhio della Rivoluzione, Milano 1976) e i dodici volumi delle Opere scelte di Sergej M. Ejzenšteijn. Ha appena dato alle stampe per Laterza un felice libro dedicato al valore testimoniale delle immagini (L' immaginazione intermediale. Perlustrare, rifigurare, testimoniare il mondo visibile, 2010).
 
 
Rovereto, Auditorium Fausto Melotti
ore 20.30
Immagini di (ir)realtà. Quando il cinema reinventa la vita
MARCO BELLOCCHIO E ENRICO MAGRELLI
 
Documentario, finzione, teatro, tv. Quello di Marco Bellocchio è un percorso lungo e stratificato mosso in tutte le sue volute da un’indubbia originalità e da un’ostinata passione per la ricerca. Sia nei modelli di messinscena (il documentario, le regie operistiche, il film di finzione) sia nei soggetti prescelti per le proprie avventure cinematografiche (le dinamiche familiari della piccola borghesia, la psiche, gli anni di piombo, la storia italiana) il suo cinema testimonia un’irriducibile tensione che spinge a scavare nel proprio specchio per trovarvi riflesse le immagini del mondo. Tra i registi più raffinati della storia del cinema italiano, Bellocchio è senza dubbio uno degli autori in cui la mediazione tra realtà e finzione, tra restituzione e (re)invenzione del reale è condotta con maggior consapevolezza. Molto del suo cinema sembra abitare un mondo di mezzo sospeso tra sogno e realtà: i suoi personaggi, anche quelli storicamente più connotati come Moro e Mussolini, vivono una doppia vita, quella consegnatagli dalla storia e quella rivissuta sullo schermo. Per non parlare, restando all’ultimo riuscitissimo progetto del regista piacentino, del Rigoletto di Verdi, che nel “film in diretta TV” cucito da Bellocchio con incredibile eleganza ha superato i limiti angusti del palcoscenico e si è fatto cinema. Cinema maiuscolo.
 
Nato e cresciuto a Bobbio, Marco Bellocchio frequenta in giovane età il Centro sperimentale di cinematografia di Roma. Il suo primo film, I pugni in tasca (1965), è uno degli esordi più maturi e sfrontati della storia del cinema italiano. Dopo La Cina è vicina (1967), film slogan sulla borghesia italiana, gira tra gli altri Sbatti il mostro in prima pagina (1972), amara riflessione sul giornalismo. Regista tra i più impegnati politicamente, denuncia i soprusi delle istituzioni (Nel nome del padre, 1972; Matti da slegare, 1975; Marcia trionfale, 1976) alternando il documentario al cinema di finzione. Con a fianco lo psicanalista Massimo Fagioli gira Il diavolo in corpo (1986), inaugurando un prolungato percorso cinematografico lungo le rotte dell’inconscio. Nel 1997 porta sullo schermo un testo di Heinrich von Kleist, Il principe di Homburg con cui riscuote un grande successo di critica e di pubblico, riconfermandosi regista lucido, rigoroso e appassionato. Confermato il successo con una trasposizione cinematografica pirandelliana (La balia, 1999), volge la sua attenzione ai dilemmi del presente e della storia recente (L'ora di religione, 2002; Buongiorno, notte, 2003; Il regista di matrimoni, 2006). Unico italiano in concorso, nel 2009 partecipa al festival di Cannes con Vincere, ottenendo grandi apprezzamenti dalla critica internazionale. All’ultimo festival di Venezia ha presentato Sorelle mai, film in sei episodi di ambientazione familiare.
 
Enrico Magrelli, giornalista e critico cinematografico, è uno degli autori e conduttori del programma radiofonico quotidiano di Raitre Hollywood Party (la sua voce è quella più calda e posata). È stato direttore delle news di cinema di Tele+, poi autore e conduttore di Ciakpoint, un programma di Raisat Cinema. Dal 1979 al 1982 ha fatto parte dello staff ideativo e organizzativo di Carlo Lizzani alla Mostra del Cinema di Venezia. Dal 1988 al 1990 è stato Direttore della Settimana della Critica del festival veneziano. Nel 1991 è stato braccio destro di Guglielmo Biraghi alla Mostra del Cinema. Sue le monografie dedicate a Robert Altman, Roman Polanski, Nanni Moretti. Ha curato una dozzina di volumi tra i quali: Pier Paolo Pasolini, Marilyn Monroe, Rainer Werner Fassbinder, Nagisa Oshima, Satyajt Ray. Fa parte, dal 2004, della Commissione di Selezione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, manifestazione all'interno della quale lavora fianco a fianco con il direttore Marco Müller. Come autore televisivo ha firmato numerosi programmi, tra gli altri "Domenica in", "Festival di Sanremo", "Telegatti", sette edizioni del "Concerto di Natale in Vaticano" e vari speciali dedicati al cinema. Dal 2009 è Conservatore della Cineteca Nazionale.
 
 
Rovereto, Auditorium Fausto Melotti
ore 22.30
Vincere
di Marco Bellocchio Ita 2009, 128’
 
Nel 1909 Ida Dalser conosce Mussolini durante il soggiorno a Trento di quest’ultimo. Innamoratosene, lo rincontra a Milano, dove Mussolini dirigeva l’Avanti. Finanzia il giornale dell’amato, gli dà un figlio, poi la guerra li separa. Nella vita del futuro Duce non ci sarà più spazio né per Ida né per il piccolo Benito Albino. Bellocchio lega i temi più cari del suo cinema (la costrizione della follia, il potere, gli uomini della Storia, il cattolicesimo, le idee rivoluzionarie) e imbastisce un grande melodramma a sfondo storico. Complici il montaggio impeccabile di Francesca Calvelli, la fotografia straordinariamente plastica di Daniele Ciprì e la perfetta colonna sonora di Carlo Crivelli, la tragedia rigonfia di passione e sentimento inscenata da Bellocchio convince e ammalia. A partire dall’uso sapientissimo dei materiali d’archivio, reinventati e rimodellati in un seducente gioco di incastri tra finzione e realtà. Una lezione di stile e di intelligenza.
 
 
domenica 21 novembre
 
Rovereto, Auditorium Fausto Melotti
ore 11
La bocca del lupo
di Pietro Marcello Ita 2009, 76'
 
Le vite di Enzo e Mary tornano a incrociarsi dopo anni di assenza. Il loro amore invincibile, nato dietro le sbarre e sopravvissuto alle prove della lontananza, torna a camminare tra i vicoli lividi di una Genova fuori dal tempo. L’opera seconda di Pietro Marcello è un'esperienza unica e affascinante, un gioiello cinematografico che intrecciando le forme del documentario e la finzione racconta con straordinaria delicatezza le vite di reietti ed emarginati. Tra filmini d'inizio secolo e tuffi dallo scoglio di Quarto, prende forma un flusso di immagini e di emozioni che vanno dritte al cuore. Coprodotto dai gesuiti della Fondazione San Marcellino, un film a bassissimo budget che ha raccolto premi in tutta Europa (vincitore del Festival di Torino, ha trionfato al Forum del Festival di Berlino). Zavattini sosteneva che il cinema italiano è morto quando sceneggiatori e registi hanno smesso di prendere il tram. Marcello il treno lo prende eccome (sugli espressi notturni ci ha girato per intero il primo bellissimo lungometraggio). Sarà per questo che riesce ad avvicinare le pieghe più intime e sofferte dei suoi protagonisti con tanta misura e dignità. Il cinema italiano non è morto.
 
Rovereto, Auditorium Fausto Melotti
ore 14.30
Le quattro volte
di Michelangelo Frammartino Ita 2010, 90'
 
C'è il cinema che pretende di mostrare tutto, si imbroglia nelle parole e alla fine non dice niente. Poi c'è il cinema che non usa parole e non racconta storie, ma del mondo e della vita è in grado di svelare più di un segreto. Il cinema di Michelangelo Frammartino appartiene a questo seconda sparuta famiglia. Dopo il notevole Il dono, al suo secondo lungometraggio il giovane regista milanese sceglie di portare lo spettatore in territori sconosciuti, liberandolo dalla tirannia del racconto. Un film senza storia ma con quattro protagonisti: un pastore, una capra, un albero e poi i cantieri del carbone. Vietato dire di più, se non si vuol correre il rischio di sciupare un’opera tanto cristallina e delicata. “Un film temerario, fatto di silenzi e contemplazione, semplice come una filastrocca antica ma anche misterioso e appassionante come un’epopea di fantascienza”. “Arcaico, bellissimo e diverso da tutti”, uno spettacolo difficile da dimenticare, che alle false verità dei proclami in forma di cinema sostituisce la contemplazione estatica. Se ne è accorto il pubblico dell’ultimo festival di Cannes, che al film di Frammartino ha tributato un’accoglienza vibrante e commossa. Come ha ricordato la critica internazionale, “è nato il nuovo Michelangelo del cinema italiano”.
 
Rovereto, Sala conferenze del Mart
ore 16
Più vero del vero? Immagini e culture del cinema documentario
MARCO BERTOZZI
 
Da Robert Flaerthy a Michael Moore, quella del cinema documentario è la storia di una complessa forma di appropriazione della realtà. Il documentario è ad oggi un territorio aperto, linguisticamente vario e incerto, che raccoglie percorsi e prospettive assai differenti. Cos’è il documentario? Quali le sue caratteristiche? Cosa nascondono espressioni come “cinema del reale” e “cinema verità”? C’è posto, al cinema, per la verità? Quali le ragioni del crescente successo dei “falsi documentari”? Marco Bertozzi, figura di riferimento degli studi sul cinema del reale, ci guiderà alla scoperta delle differenti facce del documentario: da "creatore di realtà" e strumento di propaganda a mezzo privilegiato del "cinema di pensiero". Negli ultimi anni sembra che il documentario sia riuscito a trovare nuovamente posto nell’orizzonte mentale dello spettatore italiano, ma le forme poetiche legate al cinema di realtà sono oggetto di scarsa valorizzazione. Ecco una buona occasione per conoscere e rivalutare le raffinatezze dell’idea documentaria e scoprire i segreti del carattere ambiguamente documentale del cinema.
 
Marco Bertozzi, documentarista, professore di Cinema documentario e sperimentale all’’Università IUAV di Venezia, fa parte di quel gruppo di autori che, negli ultimi anni, si è accostato al cinema del reale in molteplici direzioni, unendo una forte ricerca espressiva all’impegno per la crescita del cinema indipendente e del documentario di creazione. Fra le sue opere: Appunti romani (2004), Il senso degli altri (2007), Predappio in Luce (2008). All’attività di filmmaker associa da sempre la riflessione teorica sulle forme del cinema realista, con saggi in riviste nazionali e internazionali e testi quali L’idea documentaria (Torino, 2003) e Storia del documentario italiano (Venezia, 2008); l’attività di promozione culturale; l’impegno didattico (al Centro Sperimentale di Cinematografia, al DAMS di Roma Tre, all’Università di Macerata). Ha pubblicato, fra l’altro, La veduta Lumière. L’immaginario urbano nel cinema delle origini (Bologna, 2001), L’occhio e la pietra. Il cinema una cultura urbana (Torino, 2003) e curato Bibliofellini (la bibliografia generale su Federico Fellini, 3 voll., Rimini/Roma, 2002-2004).
 
 
Rovereto, Sala conferenze del Mart
ore 17.30
Si fa presto a dire realtà. Ma come mostrarla?
PIETRO MARCELLO, MICHELANGELO FRAMMARTINO E ENRICO MAGRELLI con la partecipazione di MARCO BELLOCCHIO
 
Negli ultimi anni il cinema italiano sembra guardare con maggiore attenzione allo spazio del reale. Se per un attimo mettiamo da parte il cinema più schiettamente commerciale, veicolatore di un’idea di realtà spesso forzata quando non direttamente inventata (le vacanze degli italiani sono davvero quelle di Boldi e De Sica?), e se ignoriamo i non pochi film che raccontano il Paese senza uscire dai cliché un po’ stantii e spesso indigesti di un cinema narrativamente ed emotivamente fiacco e involuto, troviamo un significativo numero di autori che sceglie di raccontare con coraggio e spericolatezza frammenti di vita e porzioni di mondo. In questo orizzonte le filmografie di Pietro Marcello e Michelangelo Frammartino si stagliano con grande nettezza e sorprendente autorevolezza. È, il loro, un cinema che nasce dai corpi e dai luoghi, dove tutto odora di realtà e la messinscena si fa rispettosa e misurata. Un cinema che cammina nei vicoli e nei boschi, sale sui treni e si perde nelle campagne, non disdegna il pensiero e ai facili proclami preferisce le emozioni delle vite vissute. “Non ho nulla da dire, solo da mostrare” diceva Walter Benjamin. Ecco, i film di Marcello e Frammartino camminano, si guardano in giro, “mostrano”. E tonificano lo sguardo.
 
Michelangelo Frammartino nasce a Milano nel 1968. Nel 1991 si iscrive alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, contesto in cui matura l’interesse per la relazione fra gli spazi concreti e costruiti dell’abitare e la presenza dell’immagine fotografica, cinematografica o video. Nel 1997 si diploma in regia alla Civica Scuola del Cinema e continua autonomamente il proprio percorso di sperimentazione sull’immagine. Dal 2005 insegna Istituzioni di regia all’Università degli Studi di Bergamo. Tra le sue produzioni: Io non posso entrare, 2002 (vincitore Festival di Bellaria); Il dono, 2003 (premiato a Annecy, Thessaloniki, Belfort, Mons, Tiburon, Spalato, Bellaria, Varsavia); Le quattro volte,2010, presentato in anteprima al Festival del Cinema di Cannes, è stato premiato nei festival di Cannes, Monaco, Sant’Arcangelo di Romagna, Bobbio, Annecy, Reykjavík.
 
Nato a Caserta nel 1976, Pietro Marcello si forma come assistente alla regia di Leonardo Di Costanzo e aiuto regista di Sergio Vitolo. Fin dai primi lavori (Il Tempo dei Magliari, Il cantiere, La baracca, Grand Bassan) la critica specializzata guarda con attenzione ai suoi documentari. Nel 2007 firma la regia de Il passaggio della linea, un documentario girato interamente sui treni espressi che attraversano l’Italia. Il film è stato presentato alla 64° edizione del Mostra del Cinema di Venezia all’interno della sezione Orizzonti e si è aggiudicato il Premio Pasinetti Doc e la Menzione speciale premio Doc/it. Nel 2009 realizza La bocca del lupo, ottenendo numerosi riconoscimenti nei principali festival internazionali del documentario (Torino Film Festival, Festival Cinéma du Réel di Parigi, Festival di Berlino, Festival di Buenos Aires). In Italia ha vinto il Nastro d’Argento e il David di Donatello per il miglior documentario dell’anno.
 
Rovereto, Auditorium Melotti
ore 20.30
La verità del realismo
GIORGIO DIRITTI E ENRICO MAGRELLI
 
Con due sole pellicole alle spalle, Giorgio Diritti è a pieno titolo uno dei più importanti “autori” italiani. Il suo è un percorso cinematografico personale e rigoroso, nel quale il film diventa uno strumento di riflessione e di intervento sulla realtà. Si sa, una pellicola non cambia la società, ma a volte è in grado di aggiustarla anche solo di poco. L’attenzione all’elemento antropologico e al realismo delle situazioni costituisce una delle più evidenti caratteristiche del percorso artistico di Diritti, schierato in favore di un cinema che scansa banali stereotipi e indigesti didascalismi, si mette dalla parte degli umili e fa parlare i luoghi e le facce (quelle dei suoi film sono tra le più sincere di tutto il cinema nostrano contemporaneo). È, ancora, un cinema di storie, sviluppate con un profondo senso morale e una partecipata attenzione agli elementi poetici. Nel caso di Diritti raccontare storie non vuol dire coglierne gli elementi romanzeschi; significa piuttosto andare dritto agli eventi, ricostruire gli ambienti, lavorare sulle sfumature, aggredire la realtà fattuale. Quel che salta fuori è un cinema autenticamente “popolare”, costruito all’insegna del realismo e del più caldo coinvolgimento emotivo. Non è da tutti prendere sulle proprie spalle l’identità di piccole comunità, raccoglierne il dolore e rielaborarlo in forma di cinema. Diritti lo fa e non è cosa da poco.
 
Giorgio Diritti si è formatocollaborando con diversi autori italiani di grande rilievo, come Pupi Avati e Federico Fellini, e partecipando all’attività di Ipotesi Cinema, istituto per la formazione di giovani autori coordinato da Ermanno Olmi. In ambito cinematografico dal suo primo cortometraggio, Cappello da Marinaio selezionato in concorso a numerosi festival europei, sono passati più di 15 anni. In questo tempo come autore e regista ha realizzato numerosi film, documentari, produzioni editoriali e televisive, per arrivare alla presentazione della sua opera prima Il vento fa il suo giro, rivelatosi un singolare fenomeno produttivo e distributivo capace di aggiudicarsi numerosi riconoscimenti a livello internazionale. L’ultimo film, L’uomo che verrà, è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma 2009, dove ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria.
 
 
Rovereto, Auditorium Melotti
ore 22
L’uomo che verrà
di Giorgio Diritti Ita 2009, 117’
 
Appennino emiliano, estate 1944. La comunità di Monte Sole non lo sa, ma il suo destino sta per essere drammaticamente falciato dalla furia nazifascista. Dopo Il vento fa il suo giro Giorgio Diritti posa lo sguardo tra le pieghe della storia, dando voce e memoria a una delle pagine più dolorose del Novecento italiano. Prima di essere un film sulla strage di Marzabotto, quello di Diritti è un film sulla vita agra di una comunità povera ma dignitosa, girato con un pudore, una vicinanza alla vita degli umili e un′eleganza che non hanno eguali nel cinema italiano contemporaneo. Lo stile quasi documentario di Il vento fa il suo giro fa largo a una scabra ma impeccabile ricostruzione d’ambiente, confermando l’amore del regista per l’aderenza antropologica ai riti delle piccole comunità, raccontati con un taglio che richiama Olmi senza mancare, come già il film precedente, di ritrarre la durezza di chi ha fatto un’esistenza aspra e antica. Un film per il quale non ci sono aggettivi, un capolavoro che toglie il fiato, esempio commovente di un cinema poetico e civile.
 
 
Incontri e film
Ingresso gratuito
con prenotazione tramite sito www.festivalfuturopresente.it o telefonica 0464 431660
 
Info
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