Rabbia Furiosa – Er Canaro, di Sergio Stivaletti

La storia di Pietro De Negri, detto il Canaro della Magliana, a distanza di 30 anni dai fatti, con il film di Matteo Garrone ha conosciuto notorietà internazionale. Una curiosa coincidenza tempistica porta sul grande schermo un’altra storia estrapolata dal racconto di quello che fu un agghiacciante fatto di cronaca nera, con la firma di Sergio Stivaletti, effettista per alcuni dei più grandi registi dell’orrore italiani come Dario Argento, Michele Soavi e Lamberto Bava. Rabbia Furiosa – Er Canaro è il terzo lungometraggio del regista dopo Maschera di Cera (1997) e I tre volti del Terrore (2004), e resta nello stesso registro narrativo di genere del suo importante apprendistato e dei due precedenti.

Le importanti differenze produttive tracciano il solco tra i due lavori, ma è evidente che un approccio di confronto vada svolto con il dovuto riequilibrio dei parametri di partenza. Il discorso di genere è soltanto il primo punto di distanza.

I grigi riflessi del cemento nell’ambiente apocalittico di Castel Volturno del film di Garrone, scelti per collocare lo sfondo della tragedia umana, immagine di un degrado fisico e morale, nel film di Stivaletti scompaiono per lasciare il posto al Mandrione, una zona urbanistica nel quartiere Tuscolano di Roma, dove Claudio Er Pugile (Virgilio Olivari), un criminale di piccolo calibro, ambisce a diventare il boss, tra prepotenze, estorsioni e combattimenti di cani. Il suo amico Fabio Er Canaro (Riccardo De Filippis), uscito dalla prigione nella quale scontava una pena per un reato commesso da Claudio, nel retrobottega della sua toelettatura per cani si occupa di ricucire gli animali rimasti feriti durante gli incontri clandestini, oltre a dedicarsi a piccole attività di spaccio.  Il frutto nefasto dell’ingiusta detenzione e delle cattive amicizie Fabio lo sconta a casa nel rapporto con la moglie, Anna (Romina Mondello, protagonista già del primo film di Stivaletti), che vive di un numero sempre maggiore di incomprensioni.

Riprodurre uno scorcio di vita cittadina torna utile per rispettare una regola di plausibilità, fondamentale in un racconto di paura, che dalla verosimiglianza al reale ottiene un accesso personale al timore di restarne coinvolti.  Rispetto a Dogman cambia l’ambientazione e cambia l’intervallo temporale della storia stessa, privata dell’antefatto che apre al protagonista le porte del carcere, per spostare tutta l’attenzione sulle conseguenze e sulla natura del protagonista che non vive i passaggi del cambiamento ma l’ha già assorbito e ne subisce la deriva violenta. I caratteri stessi dei personaggi principali si allontanano, dal grado di predisposizione alla criminalità, alla maggiore o minore complicità nel finire dentro un ruolo di vittima o carnefice nel medesimo inaccettabile insieme di asoprusi.

L’esplosione emotiva, somma delle umiliazioni e della vergogna come giustificazioni sufficienti a scatenare l’impulso vendicativo di Marcello, viene legata, anche questo nel rispetto degli assunti di genere horror, ad una reazione di Fabio provocata da una degenerazione anche corporea. La parte migliore di Rabbia Furiosa è quella dove Stivaletti può ricreare la scena di tortura, mostrare le mutilazioni e lo smembramento, che all’epoca suscitarono scalpore, utilizzando gli strumenti del mestiere. Meno efficaci i dialoghi e le caratterizzazioni dei personaggi a volte troppo caricaturali che non riescono ad evocare a fondo la dimensione onirica, risentendo dei limiti di una sovrabbondanza narrativa che apre moltissimi fronti di conflitto destinati a restare inesauriti.

Regia: Sergio Stivaletti
Interpreti:  Riccardo De Filippis, Romina Mondello, Virgilio Olivari
Origine: Italia, 2018
Distribuzione: Apocalypsis
Durata: 116’

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