Reset – Storia di una creazione, di Thierry Demaizière e Alban Teurlai

Storia della creazione di una prima mondiale che ha voluto farsi gesto rivoluzionario nel panorama mondiale del balletto. 24 settembre 2015, all’Opéra Garnier di Parigi, tempio sacro della musica e del balletto, il sipario si alza su Clear, Loud, Bright, Forward, otto ballerine e otto ballerini, non le stelle più brillanti, ma uomini e donne scelti tra il corpo di danza dell’Opéra e 33 minuti sulla musica propulsiva e imprevedibile composta da Nico Mulhy, fatti di fluidità ed energia, emozioni e tecnica, e coreografati da quell’enfant terrible che porta il nome di Benjamin Millepied, primo ballerino del New York City Ballet’s che, dopo aver immaginato i passi di danza della sua futura moglie, Natalie Portman, in Black Swan, diventa il direttore del Balletto dell’Opéra Garnier.

Thierry Demaizière e Alban Teurlai, gli stessi che hanno firmato il documentario su Rocco Siffredi, seguono di nuovo la strada dell’agiografia. Il processo creativo di Clear, Loud, Bright, Forward, ritmato dal conto alla rovescia che scandisce i concitati giorni di lavoro prima che il sipario si alzi sul balletto e tutto incentrato sul corpo di Benjamin Millepied, è la storia sì di una creazione artistica, ma soprattutto di una visione capace di sovvertire il mondo paludato dell’Opéra come spazio chiuso nell’eccellenza delle sue tradizioni, per farne invece punto di partenza di una nuova esplorazione emotiva del e attraverso il corpo. Una rivoluzione che non passa solo dall’ammodernamento dei mezzi tecnologici del teatro, con anche il lancio di una nuova piattaforma digitale, e dalla necessità di superare il mero dato della tecnica di ballo per innervare nel movimento vitalità e sentimento e cercare in ogni ballerino la valorizzazione delle sue specificità. Benjamin Millepied cerca anche di incrinare la rigida gerarchia che regola il corpo di ballo dell’Opéra, con le sue selezioni e categorie, con la sua indifferenza alle esigenze dei ballerini, e soprattutto, affidando per la prima volta ad una ballerina meticcia un ruolo principale, di spezzare la logica di omologazione che lo regola, a partire dal superamento dell’idea assurda che la diversità di razza possa distrarre lo spettatore.

Nessuna ombra insomma, se non quelle proiettate dai vizi di forma di un sistema chiuso per troppo tempo su se stesso, oscura la superficie di Reset, neanche l’abbandono di Millepied del posto da direttore, dopo solo poco più di un anno, trasformato in una veloce scritta prima dei titoli di coda che non lascia neanche il tempo di rimanere interdetti di fronte all’epilogo di una rivoluzione che, alla fine, si scopre abortita. Ma volendo anche perdonare l’entusiasmo acritico di Thierry Demaizière e Alban Teurlai, quello che davvero non torna è il compiacimento della forma che fa di questo documentario un oggetto perfettamente levigato e dalla confezione scintillante, ma del tutto vuoto. Mentre le parole e il corpo di Millepied dicono di voler aprire un nuovo orizzonte, la danza come continuo scorrere di sensazioni, come scambio emotivo capace di sfidare lo spazio, Reset precipita invece sempre più a fondo in un gioco estetizzante fine a se stesso, incapace di sporcarsi con le emozioni, che ha tutto il sapore, freddo e calcolato, di quell’ancien régime del balletto di cui invece promette a gran voce di celebrare la disfatta.

Titolo originale: Reset
Regia: Thierry Demaizière, Alban Teurlai
Interpreti: Benjamin Millepied
Distribuzione: I Wonder
Durata: 110’
Origine: Francia, 2015

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