Ildikó Enyedi: “Riscopriamo il fanciullo che è in noi”. La nostra intervista esclusiva

Il tempo è un bimbo che gioca, con le tessere di una scacchiera: di un bimbo è il regno. (Eraclito, frammento 52)

Il XIX Festival del Cinema Europeo ha visto il ritorno della regista ungherese Ildikó Enyedi, che nel 2000 con Simon the Magician aveva vinto l’Ulivo d’Oro proprio alla prima edizione della manifestazione. È stata quindi un’occasione per ripercorrere insieme la sua carriera e per assistere alla retrospettiva dei suoi film, compreso il recente restauro del Mio XX secolo.
Ma come raccontare il cinema di Enyedi? È una domanda che prima o poi assale chi si trova davanti a un suo film o a un suo personaggio. Probabilmente non c’è un’unica risposta, ed è giusto così. Cercare di definire, razionalizzare, porre in antitesi aspetti ricorrenti delle sue opere, credendo di ricondurre il tutto a un principio di finitezza è un’impresa vivamente sconsigliata.

Prendiamo ad esempio Vakond (The Mole), che esce nel 1986. In quel periodo Enyedi, che ha iniziato la sua carriera come artista concettuale, faceva ancora parte del gruppo ungherese d’arte figurativa InDiGo, che combinava un pensiero interdisciplinare con l’avanguardia degli anni ’70. Questa esperienza e il romanzo L’invenzione di Morel di Bioy Casares sono i punti di partenza per una storia bizzarra e cerebrale (ma con un’anima): quella di un agente in missione che, disceso in paracadute su un’isola, scopre che le persone che la abitano sono delle proiezioni registrate e riprodotte all’infinito, come le loro azioni e i loro drammi. Riduttivo descriverla a parole, Vakond sembra un tributo all’immagine stessa, al cinema e alle sue possibilità di interazione (tra mondo esterno – il protagonista/spettatore – e virtuale) e reiterazione:
Lo è. Ma in quegli anni leggevo anche tanto Borges e pensare alla realtà che è intorno a te come a una struttura immaginaria – e questo è il cinema – è stato così emozionante. E in qualche modo il fatto di cambiare la struttura, e da questo semplice cambiamento cambiare le emozioni umane, è stato molto interessante per me.

Lo sguardo originale della regista non tarda a incontrare l’apprezzamento generale. Tre anni dopo, il suo lungometraggio d’esordio Il mio XX secolo vince a Cannes la Caméra d’or per la miglior opera prima. Anche qui siamo davanti a un’opera che attraversa il tempo – l’800 e l’inizio di un’epoca “illuminata”, con l’invenzione del telegrafo e della lampadina –, narrata come una favola – due gemelle separate dall’infanzia e destinate a percorsi di vita diversi – con uno humour visionario e leggero che guarda al cinema muto e alla condizione della donna, una verrà sfruttata per la sua bellezza l’altra per intenti rivoluzionari:
In quel periodo avevo trentaquattro anni. Semplicemente la tua testa è piena di pensieri ma anche di speranze, e avevo la sensazione che noi siamo tanto fortunate: intendo le donne che vivevano nel ‘900 e ora nei Duemila. Perché c’erano stati un successo, in così tante fasi, e cambiamenti talmente radicali che ho iniziato a pensare: perché non andare indietro nel tempo di cent’anni? A volte la Storia non è politicamente corretta, l’evoluzione non è politicamente corretta. Quindi non si tratta di essere gentili con le donne, ma del fatto che probabilmente c’era bisogno di noi. Tutta la società ha bisogno di noi e la nostra energia non è più probabilmente così tanto apprezzata a causa dei i cambiamenti tecnologici. Per questo motivo mi sono concentrata anche sulle strepitose invenzioni che sono state fatte negli ultimi vent’anni dell’Ottocento. C’era un sentimento abbastanza diffuso di euforia, e ho voluto mostrare come questo secolo iniziato in maniera meravigliosa è finito con due guerre mondiali, dittature, società di massa e così via. In quel periodo, poi, stavo cercando delle risposte nella vita privata, e se segui le regole e non i tuoi istinti, è facile che tu venga manipolato – quindi si diventa molto vulnerabili. Volevo capire ad esempio come tutti quei tedeschi che negli anni ‘30 sono diventati complici dei nazisti fossero forti e al tempo stesso emotivamente provati, cioè come una persona possa essere distrutta così velocemente. Ho provato solo a fare una storia divertente, questi personaggi sono costretti in un ruolo e alla fine devono uscirne.

Il mio XX secolo si apre, e prosegue, nel segno della luce con Edison che ammalia una folla di passanti accendendo una serie di lampadine che, appese agli alberi, illuminano il buio della notte. E la luce, del resto, è l’elemento primario del cinema…                   

Il mio XX secolo è effettivamente basato sull’irrazionalità della luce artificiale, e i film in bianco nero sono una questione di luce e non luce. Non ho mai pensato semplicemente alla storia, per me sono immediatamente immagini. È un processo complesso e generalmente la storia arriva in un secondo momento. Per esempio, nel Mio XX secolo il primo elemento è la luce, che diventa protagonista di molte scene. Ma questo non significa che la fotografia nei miei film non abbia una valenza personale: ad esempio in Vakond, per parlare di questioni drammaturgiche, a volte la luce o elementi visivi hanno una coscienza drammaturgica.

Il cinema di Enyedi è sempre imprevedibilmente affascinante, nutrito di un misticismo epifanico e terapeutico. I suoi personaggi attraversano spesso il regno della natura e del sovrannaturale, come se esso fosse in grado di rivelare più della realtà stessa. In Magic Hunter (1994), tra le tante sospensioni, una Madonna dipinta prende vita per proteggere un coniglio inseguito da cani; Simon the Magician e Corpo e anima (premiato con l’Orso d’oro alla Berlinale 2017), pur essendo ambientati in un’epoca contemporanea, vivono nel tempo interiore dell’inconscio:
Non so perché sono interessata così tanto a questo aspetto. Ad esempio in Simon the Magician, il mago non fa le sue magie ed era molto importante per me inserirlo in situazioni sempre più umili, perfino chiedere l’elemosina per strada e non mostrare al pubblico nessun grande miracolo; volevo che questa persona avesse un’integrità e una presenza così forti che per lo spettatore sarebbe stato un vero mago. Dovevano bastare solo la forza del suo carattere e della sua personalità. Mi interessava anche il fallimento. Simon fa una scommessa con Péter, Péter sopravvive e lui muore, quindi perde la scommessa. Tutto il mondo pensa che sia lui il perdente. E proprio alla fine del film quello che vediamo è che lui non sopravvive, ma risorge. Se vuoi risorgere, devi prima morire. Nessuno vede questo, nessuno lo sa, solo la ragazza.

Enyedi, che è anche sceneggiatrice, gioca spesso con lo spettatore, accompagnandolo per mano e poi lasciandolo libero di fare un’esperienza che è tanto mutevole quanto autentica e ancestrale:
È divertente a volte non essere incastrati nei ruoli. Se cambi genere lo spettatore può sentirsi tradito ed è una cosa molto delicata da fare, perché quello che desidero è che lo spettatore sia elettrizzato e curioso, come un bambino che non sa cosa aspettarsi e che si chiede: “Wow, cosa sta succedendo? Non lo so”. In realtà la mia carriera non è tanto normale. Ho scelto di essere una regista per raccontare ciò che mi appassiona e che mi interessa. Come registi non abbiamo certezze. Continuiamo a spingerci in avanti con tutte le nostre forze e a volte dobbiamo tornare al punto zero. Essere troppo sicuri non è un buon segno. Penso sia importante conservare la propria anima da bambino per chi fa questo lavoro che è molto duro. Quando siamo bambini abbiamo una coerenza di carattere che poi perdiamo a causa delle pressioni da parte di amici e genitori. Per questo bisogna cercare di ritrovare e seguire la nostra piccola voce interiore.