#RomaFF11 – Cantando sotto la pioggia

Come al solito, tutte le dichiarazioni ufficiali parlano di un grande successo. I numeri sono chiari. Un aumento del 18% del pubblico totale, un più 6% di accrediti e più 13% di biglietti venduti. Una maggiore copertura stampa, nazionale (+7% sui quotidiani, +1% sul web che resta la “fonte” primaria, pur se non tutti gli uffici stampa se ne sono accorti, +12% lanci di agenzia, +19% servizi TG) e internazionale, con un aumento addirittura del 38%. Sono dati impossibili da smentire. E del resto non avrebbe molto senso. Ma che vanno letti in prospettiva, rispetto al calo drastico dello scorso anno e alla flessione generale del festival, dopo il tormentato e spesso esaltante trienno diretto da Marco Müller. La percezione “diffusa” è stata, comunque, quella di un’edizione sotto tono. Auditorium molto spesso semideserto, proiezioni ufficiali tutt’altro che affollate, a volte addirittura così vuote da rasentare l’imbarazzo, come è accaduto, ad esempio, per la prima di Sword Master 3D di Derek Yee, dove una delegazione abbandonata a se stessa si è ritrovata in Sala Petrassi una trentina di spettatori al massimo. Probabilmente è il caso limite di un film penalizzato dai giochi e gli incastri della programmazione. Ma è indicativo della sensazione più generale di una festa (o festival) del cinema sottodimensionata rispetto alle potenzialità di un macroevento metropolitano. Il punto è sempre quello. Abbandonata definitivamente l’idea di un grande festival internazionale, capace di “pensare” il cinema prima ancora di mostrare i film, di costruire un’identità forte che sappia dialogare anche con il tessuto urbano, di essere come un punto di riferimento importante per le produzioni e distribuzioni internazionali, che cosa resta?

 

CAPTAIN FANTASTICLa formula è rimasta in fondo la stessa dello scorso anno, il primo del nuovo corso Antonio Monda. Un’ampia selezione ufficiale, che in gran parte prova a raccogliere il “meglio” di quanto visto durante l’anno nei più importanti festival in giro per il mondo, Toronto in particolare, ma anche Cannes, Berlino, Sundance etc… Film più o meno attesi, come The Birth of a Nation di Nat Parker o Snowden di Stone, e ultime opere di grandi/vecchi autori (Afterimage del compianto Wajda, Into the Inferno di Herzog, The Secret Scripture di Jim Sheridan), presentati in anteprima in Italia, magari anticipando di poco l’uscita nelle sale o il lancio nelle piattaforme più disparate (Netflix nel caso di Herzog). E accanto ai titoli internazionali, una selezione di nuovi film italiani, come Sole cuore amore di Daniele Vicari, 7 minuti di Michele Placido, Maria per Roma di Karen Di Porto (purtroppo ancora senza distribuzione, a quanto ci risulta), Naples ’44 di Francesco Patierno. Il tutto messo insieme in un’unica, gigantesca vetrina, senza distinzione di segni, percorsi, tracciati. E soprattutto senza il peso delle giurie e dei verdetti. Unico riconoscimento, il Premio BNL assegnato dal pubblico, che quest’anno è andato a Captain Fantastic, di Matt Ross, direttamente da Un certain regard di Cannes, film tutto sommato facile e innocuo, nonostante l’assunto “naturista” e un grande Viggo Mortensen. Poi le retrospettive, una dedicata a Zurlini e l’altra alla politica statunitense, il premio alla carriera a Tom Hanks, i recuperi e gli omaggi personali (i “film della nostra vita” scelti dai selezionatori, i tributi agli scomparsi, Cimino, Kiarostami, Gian Luigi Rondi). E gli incontri ravvicinati moderati da Antonio Monda, che, come già lo scorso anno, provano ad attraversare le discipline. Non solo cinema, ma ancora una volta letteratura (con Don De Lillo), architettura (Daniel Libeskind che raccoglie il testimone di Renzo Piano), l’arte (Gilbert & George), la musica (Paolo Conte, Jovanotti), lo spettacolo in generale (Renzo Arbore). Incontri, dunque, non necessariamente legati alla programmazione del festival, ma immaginati come eventi a sé, per dare maggior spessore e lustro alla manifestazione. E poi la conferma di Alice nella città e il cinema per le scuole (qual è il peso della sezione nel conto dei biglietti venduti?), con affianco la nuova sezione parallela Panorama, che ha presentato una delle vette del festival, Nocturama di Bertrand Bonello. E, ancora, una maggior penetrazione nella città, con il coinvolgimento di altre sale oltre l’asse Auditorium-MAXXI: lo Space Moderno, l’Admiral, il Farnese Persol, la Sala Trevi della Cineteca Nazionale, la Casa del Cinema, il drive in allestito dalla Mazda all’EUR, e le proiezioni a Rebibbia, le mostre nelle scuole nel centro multietnico intorno Piazza Vittorio, il Mercato a Via Veneto… Nell’ottica di un impegno di Fondazione Cinema per Roma “nel tessuto metropolitano e laziale”. “Cinema 365 giorni all’anno o quasi”, come dichiarato dalla presidentessa Detassis prima dell’inizio della Festa.

 

nocturamaVa tutto bene. Ma restano pur sempre alcuni dubbi sulle modalità effettive di questo impegno, che a volte sembra perseguire una specie di controllo territoriale, diretto o indiretto, senza un vero e proprio confronto con le mille realtà, più o meno grandi, del panorama cinematografico cittadino. Con il rischio di appiattire l’offerta, limitandola al mainstream più o meno autoriale, ai percorsi storiografici mille volte battuti, alla semplice riproposizione del già visto, seppur declinato in formule diverse e più accattivanti. Cosa che diviene evidente nella programmazione della Festa del Cinema, dove lo spazio per la sperimentazione è praticamente nullo, dove il rischio e l’azzardo non sembrano contemplati. Non è questo l’obiettivo, si ribatterà. Forse è vero. Ma resta il fatto che dopo undici anni, dopo svariati tentativi, più o meno fortunati, più o meno lungimiranti, fatichiamo ancor più di ieri a capire cosa sia questa Festa del Cinema, quali siano la sua identità, la sua vocazione e il suo obiettivo. Qualità e varietà, eleganza e internazionalità: queste le parole d’ordine di Monda. Certo, anche quest’anno ci sono stati grandi momenti: Manchester by the Sea, The Accountant, Bonello, Sheridan, Herzog, Hell or High Water, il western contemporaneo di Mckenzie (anch’esso in Un certain regard a Cannes), Goldstone di Ivan Sen, The Long Excuse di Miwa Nishikawa, Placido ovviamente… Ma in generale resta l’impressione di una gigantesca rassegna cittadina che prova a giocare con i lustri e i red carpet – anche se le delegazioni dei film più “stellari” erano ridotte all’osso – ma fatica ancora a costruirsi un pubblico. Che prova a parlare di mondanità, ma sembra ancora ai margini, nella penombra dei riflettori.