#RomaFF12 – And Then There Was Light, di Tatsushi Omori

Un film dilagante, dai tempi dilatati all’inverosimile con le emozioni lasciate a sedimentare. Sepolte sotto uno strato di terra troppo sottile per non tornare in superficie a chiedere il conto. And Then There Was Light di Tatsushi Omori vuole fare luce sul passato di un uomo, Nobuyuki (Arata Iura), che da adolescente si è macchiato di un delitto in nome di un amore, Mika (Kyōko Hasegawa), persino non ricambiato. L’arrivo di uno tsunami ne cancella le tracce insieme alla memoria, ma la sensazione dominante è che possa essere anche una conseguenza, una mano divina pronta a spingere le acque per pulire il sangue.

Il riaffiorare doloroso, nel percorso di riscoperta del passato si vede un implicito decorso naturale fuori dalle versioni stabilite per fornire una comoda scorciatoia alla coscienza, assumendo un’ennesima identità dalla fedina penale immacolata ed un’inconsapevole amnesia. Redenzione ottenuta con un semplice colpo di spugna, evitando le forche caudine del rimorso attraverso l’omissione della menzogna stessa.

In alcune inquadrature ambientali alla calma apparente è associato un sonoro acid e minimal tekno, la furia repressa degli elementi, il caos primordiale celato dietro una facciata d’incomparabile bellezza. Ed è tutto in quella voglia di esplodere, di strabordare il carattere del film, una sensazione di apnea nell’attesa venga giù la maschera, mostro o vittima che sia. Anche lo schema relazionale soffre della medesima mancanza, questo essere non ricambiato, ridotto a merce sessuale, al di là del principio di piacere, o canonica riproduzione di egocentrica replica.

Nel tracciare un discorso lungo venticinque anni la costante fuori dal principio di trasformazione è costituita dall’immutato destino dei personaggi, da questa totale attinenza alle previsioni, egoismo, cinismo e disillusione la parte fortunata, agli altri è riservato un finale esente da sorprese, vittime designate ad inghiottire pillole ancora più amare. La violenza di certo non è mai troppo esibita, solo piccoli segni, un occhio nero, qualche calcio, al pari del livello verbale modulato in forma e toni moderati. Immagini e suoni, un’orchestra impostata su un registro basso per sprigionare nel finale la massima potenza d’impatto.

Omori gira dunque un ritratto della famiglia a tinte piuttosto fosche, riducendo l’impatto di potenziali catastrofi come molestie e tradimenti, autosufficienti motivi di devastazione, relativizzandole, sacrificabili nel contesto di superamento del libero arbitrio e delle singole fortune, mettendole al servizio di una conclusione globale, non manipolabile, passiva d’interventi. Ed invece della luce avanza il buio, vestito a festa, tranquillo e silenzioso, placato solo un momento dalla sete che lo contraddistingue.