#RomaFF12 – Nysferatu. Incontro con Andrea Mastrovito

Un’opera d’arte più che un film, vorrei che fosse considerata soprattutto come tale“. Andrea Mastrovito ci tiene a sottolineare questo aspetto del lavoro Nysferatu: Symphony of a Century, tanto da confessare la fatica anche solo a pensarlo come qualcosa di diverso da una creazione artistica e pertanto lontana da una logica di classificazione e l’dentica difficoltà ad immaginarsi regista. Dimostra invece un vivo interesse nel tentare di darne qualche spiegazione supplementare, a partire dalla scelta di affidarsi al disegno in un’era dominata dalla tecnologia. “Disegnare è necessario, un passaggio primario tra le idee e la realtà, i segni del mondo sono oggigiorno da reinterpretare, è un concetto semplice. Ho tentato di ricostruire nel film le tante cose che avevo nella testa, ci sono voluti 35000 disegni e tre anni di lavoro. Oggi molti artisti sono ripartiti da elementi più semplici, per via della crisi, che in Italia si è sentita tantissimo, elementi basilari non minimali.

Il mediometraggio animato prende ispirazione dal capovaloro di Murnau, Nosferatu, eine Symphonie des Grauens, ma sposta la location dai boschi della Transilvania in Siria, che per lui rappresenta attualmente quello che la regione dei Carpazi rappresentava all’epoca, cioè una linea di confine con il mondo civilizzato, nel quale predominavano le zone d’ombra, così come è un’ombra l’Isis, presente in Siria, un mostro nero, Nosferatu rappresenta questo mostro nero, e la sua ombra fa paura, che non raggiunge l’Inghilterra ma arriva in America, paese dove la minaccia del terrorismo è particolarmente sentita. A New York si possono ancora vedere i carretti a fianco a strumenti di alta tecnologia, ci sono dei sbalzi di tempo e di contraddizioni sociali. In città si è bombardati da informazioni, ho utilizzato gli spazi pubblicitari come spazi concettuali che raccontano una storia diversa da quella dell’immagine, sono citazioni di altri film, di libri, di canzoni. Ellis Island è un’isola dove in passato sbarcavano i migranti dall’Europa, un posto simbolico, oggi trasformato in un museo.”

L’immigrazione è la chiave di volta, un tema sconcertante, divisivo, che il regista dichiara di conoscere in prima persona vista l’esperienza vissuta per entrare in territorio statunitense, i controlli asfissianti e la difficoltà affrontata anche nel compilare semplicemente i moduli del visto, gli stessi che Orlok, il protagonista, ha problemi ad interpretare. “Nel modulo ci sono 29 domande, dalle quali ho iniziato a riflettere, una realtà che gli stessi americani fanno fatica a comprendere, perchè è una trafila che gli è sconosciuta”

Grande rilievo nel film spetta alla musica, non poteva essersi altrimenti essendo un muto e qui il regista lascia inizialmente la parola al compositore Simone Giuliani, autore dei brani che accompagnano le immagini. “Per un musicista lavorare ad un film così è un sogno! Ci sono molti personaggi interessanti, ho lavorato sulla storia, concentrandomi sul contrasto tra la Siria e New York, ho cercato musicisti siriani, i loro strumenti tipici, la parte newyorkese è stato altrettanto bello, scrivere la musica è stato un viaggio fantastico.”  Compiuto insieme al regista con la quale la collaborazione è stata stretta e proficua, con il musicista felice di accontentare le richieste esplicite di Andrea.