#RomaFF12 – Una questione privata, di Paolo Taviani

Sospeso in una dimensione allucinatoria e febbricitante, l’ultimo film dei fratelli Taviani (la regia è firmata in realtà dal solo Paolo, gli acciacchi dell’età rendono a Vittorio piuttosto difficile oramai l’esperienza del set) viaggia per i territori di quell’autorialità talmente scolpita dal tempo da potersi permettere di dettare le proprie leggi di gravità all’immagine, come fanno gli ultimi film di Ermanno Olmi (qui tra i produttori), Manoel de Oliveira, o Akira Kurosawa – e infatti le visioni di Una questione privata sembrano più di una volta venir fuori dalla stessa nebbia naive delle allegorie di Sogni, il testamento del grande cineasta giapponese che in più d’un episodio tornava sui fronti di guerra, tra i soldati vittime di sortilegi e legature come succede al Milton di Luca Marinelli, costretto dall’incantesimo d’amore di Fulvia, splendore, a vagare per gli avamposti partigiani alla ricerca di una smentita impossibile, dell’innocenza oramai perduta della sua giovinezza di letteratura inglese, Cime Tempestose e sigarette alle rose, prima della Resistenza (l’immagine-chiave della casa dell’amore violata dai fascisti…).

una questione privataI fratelli sembrano utilizzare la storia di Beppe Fenoglio non per costruirci sopra quelle architetture ridondanti per cui il loro cinema era celebre negli anni di maggiore fortuna (si faccia ad esempio un confronto con la loro altra, felicissima, opera partigiana che è La notte di San Lorenzo), ma per spogliarla al grado zero dei segni che mette in campo, ovvero il racconto della corsa paranoica di un folle davanti a cui si svelano diverse apparizioni di un reale che è chiaramente slittato verso una dimensione sconnessa dal quotidiano, commilitoni completamente ricoperti di fango, povere bambine tra i cadaveri che si risvegliano giusto il tempo di un bicchiere d’acqua, e fascisti campioni di beatbox con gli occhi iniettati di crudeltà.
una questione privata luca marinelliIl risultato è un’opera dal fascino stranissimo, sgangherato e sbilanciato per quanto carico di un magnetismo quasi astratto, che se ne frega dei visual effects grossolani e dei flashback un po’ troppo volatili (Valentina Bellé e Lorenzo Richelmy usati davvero come fantasmi evanescenti dal volere imperscrutabile e silente…) nello stesso momento in cui, chi lo sa quanto consapevolmente, infarcisce queste brigate di volti presi dalla rete, dalla compagine degli youtuber e simili.
Andrebbe studiata, tutta questa istintività di messinscena, soprattutto dalle nuove generazioni ossessionate dalle tirannie del racconto e delle sue maglie strette: qui basterebbe davvero quel ponte, forse minato forse no, su cui Milton/Marinelli si mette a saltare su e giù ripetutamente, chiara visualizzazione del punto over the rainbow che il protagonista cerca senza posa da quando l’amata Fulvia, dannazione, glielo ha rivelato mettendo su il disco di Judy Garland. Il partigiano Oz.

Regia: Paolo Taviani

Interpreti: Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy, Valentina Bellè, Francesca Agostini, Jacopo Olmo Antinori, Antonella Attili, Giulio Beranek, Guglielmo Favilla, Anna Ferruzzo

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 84′

Origine: Italia/Francia 2017

Un commento

  • PASQUALE MANNARA

    Secondo me è un film del tutto pretenzioso, sospeso fra realtà (mal recitata) e allucinazione onirica (ben lontana, ma di molto, dai “Sogni” di Kurosawa).
    La poesia della “Notte di San Lorenzo” qui si perde in una trama esile ma soprattutto confusa, in una successione temporale zoppicante.
    Sguardo distratto sia sull’aspetto romantico della vicenda, sia su quello meramente storico.
    Si salva un pò la fotografia dei paesaggi montani, con il loro silenzio, più eloquente del resto del film.

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