#Russia2018 – L’attesa della periferia

Karim Benzema: «Si je marque, je suis français, mais si je ne marque pas, je suis arabe»

Oggi a Novgorod giocano Uruguay contro Francia, il primo quarto di finale del mondiale di Russia. Da giorni in Italia, come nel resto del mondo, si parla di Kylian Mbappé, giovane diciannovenne nato a Bondy, comune nella cintura della Grande Parigi, atleta di colore con origini miste tra Camerun e Algeria.

La frase messa in incipit fu pronunciata da Benzema in un’intervista del 2011 e fotografa molto bene la situazione.

L’attesa dell’intero paese nei confronti del giovane calciatore oggi sarà spasmodica, al punto di dimenticarsi l’aplomb e inveire contro di lui nei peggior modi razzisti se il ragazzo non riuscisse a rispondere a tale attesa nell’unico modo che può usare, fare gol.
Se come gli auguriamo ci riuscisse (anche se tifiamo Uruguay) per reazione uguale e contraria l’esplosione di giubilo ne farebbe ancora di più l’idolo di un paese tuttora attraversato da tensioni razziali, di una periferia in cui resta vivido il rancore verso le classi sociali più abbienti, e di tutti coloro che per un attimo si potrebbero sentire inseriti in un mondo che vince, mondo da cui di solito essi vengono emarginati perché sconfitti.


Già Corriere e Repubblica in questi giorni hanno pubblicato lunghi articoli, non solo sul giocatore ma su cosa oggi egli simboleggi, mostrando come si voglia andare verso la creazione di storie extracalcistiche per meglio illustrare le dinamiche sociali contemporanee.

Si fa ampiamente riferimento alle differenze tra un tempo in cui la nazionale francese era solo ad appannaggio di giocatori bianchi (la vittoria di Euro 84 -con la sola eccezione di Tigana-), a quando iniziò a mostrare tra le sue fila fulgidi esempi di etnie non bianche (la vittoria di Fifa 98), fino ad oggi in cui è normale avere Mbappè punta di diamante degli schemi di Deschamps, un ragazzo direttamente arrivato dalla banlieu e dai vari ricordi degli scontri che l’hanno infiammata negli ultimi decenni.

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Ci viene in mente subito il paragone con l’altra grande metropoli europea, Londra, dove tali tensioni non sono inesistenti, ma vengono stemperate da fattori culturali diversi. A Londra la crescita economica di ciascuno è apparentemente frutto solo del proprio calvinista impegno, e non ci sono altre ragioni che tengano. Questo crea subito un ambiente competitivo “tutti contro tutti”, ambiente che livella verso il basso ogni etnia. A Parigi la diversità razziale si sente, e crea aggregazione tra le varie comunità, sia nei rapporti interni, sia –soprattutto– verso l’esterno.

Il calcio però è qualcosa di irrazionale, di fluido, di continuo. Il calcio ha molto a che fare con l’istinto e la passione. Caratteristiche che ritroviamo nella cultura francese (e italiana e latina). Allora forse esso diventa altro da sé solo se alla base si innesta in un coacervo di sentimenti fortissimi e pulsioni inarrestabili, che possano portare senza soluzione di continuità all’atto orgiastico del goal. Vera teatralità della rappresentazione sportiva. Azione mai mediata da una telecamera o da uno specchio ma totalmente attrice del momento in cui si manifesta. Azione con forte ascendenza all’oltre sé, in un’area invisibile di apparizione mistica da far subito pensare al calcio come una religione. Lontanissimo quindi dalle pedanti regole create apposta per formalizzare il “giuoco” nel lontanissimo ‘800 vittoriano.

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Mbappè deve segnare per liberare un popolo. Questa è l’attesa febbrile che la banlieu chiede di onorare. Su una rivista di cinema come Sentieri il primo pensiero va ovviamente a “L’odio” di Kassovitz, e già sappiamo benissimo tutto. Sappiamo come sia inutile segnare per cambiare le cose. Come sia inutile vincere la partita e poi magari il mondiale (la Francia è fortissima quest’anno) per cancellare le sacche di sottoproletariato urbano che gravitano intorno alla Périphérique. Sappiamo che se anche vincerà sarà solo un momento per dirsi “fino a qui tutto bene”, quando inesorabile, dopo, arriverà sempre e comunque l’atterraggio.
Il momento in cui il ragazzo non segnerà.
Magari stanco, magari svogliato, magari infortunato.
A nessuno fregherà un cazzo.
Improvvisamente non sarà più un eroe o un francese ma qualcos’altro.
Come prima diceva Benzema e come dopo altri diranno in seguito.

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