#Russia2018 – Finale di partita, verso il cyberpunk

C’è qualcosa di sottilmente invisibile, in questo Mondiale Russia 2018, che sembra come nascosto continuamente dietro le mille visioni, le centinaia di telecamere, i ripetuti rallenti e i tanti punti di vista possibili. E’ una sensazione, ovviamente, più che un “fatto”, un elemento probante. Tutto così esibito, così palese, come se non il calcio, ma il mondo entertainment intero fosse finito dentro un gigantesco VAR, dove tutto è possibile rivedere, rivalutare, ri-osservare. Un magnifico atto ripetuto.

Ecco, se c’è una cifra, un’immagine forte, di questo mondiale, è proprio lo stallo, il frame, il fermo immagine e, contemporaneamente, la ripetizione quasi seriale del gesto.  No, non siamo dentro le gag delle comiche di Laurel & Hardy, ma dentro un contenitore diabolico/globale, che ogni quattro anni diviene un vero e proprio “spettacolo del mondo” e in cui esserci, come attore in qualunque modo, equivale a “manifestarsi al mondo”,  diventare immediatamente icona.

Di cosa stiamo parlando? Del palcoscenico globale, certo, ma anche di un calcio che sta vivendo una sua fase evidentemente “di passaggio”,  quando ormai gran parte delle squadre internazionali sa interpretare tatticamente le partite, sono fisicamente preparate, e quindi il mix di corsa+tattica può mettere in difficoltà chiunque. E’ il calcio, lo abbiamo già scritto, dove “si vince da fermo”. Gran parte delle partite sono state decise da calci di punizione, calci d’angolo, calci di rigore.  Apparente paradosso di un calcio sempre più frenetico, dove il tempo della giocata si riduce sempre più, dove il campione deve essere sempre più rapido e istintivo, pena il ritrovarsi addosso in un attimo due/tre avversari pronti a mordergli le caviglie, come si diceva una volta. Ed ecco che in questo calcio frenetico, ma non spettacolare, la soluzione finale passa per il gioco da fermo. Il calcio piazzato. Il luogo dove maggiormente si vede la tecnica e la capacità di gestione degli spazi e del tempo. Fino al punto che il giocatore più veloce e talentuoso del torneo, Mbappè, risolve la finale con il suo tiro, praticamente da fermo, del 4 a 1.

Insomma, il calcio si è fermato. Come fosse dentro una fotografia, ed è incredibile come nella finale tra Francia e Croazia, proprio nell’unico vero momento in cui le squadre si erano un po’ allungate, dove il pallone, per un attimo, carambolava velocemente da una parte all’altra del campo, proprio durante una ripartenza dei croati, al 52° minuto di gioco, avveniva l’invasione di campo, pacifica e civilissima, delle Pussy Riot, le punk-girl simbolo dell’opposizione russa al regime di Putin.  Era un momento particolare della partita, sul 2 a 1 per i francesi ma ancora molto in equilibrio, con i croati che stavano provando, nuovamente, a pareggiare i due – appunto – calci da fermo, con i quali si erano trovati in svantaggio.

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L’invasione delle Pussy Riot, uno dei frame da ricordare di questo mondiale, ha come congelato i croati. Dopo questo momento di pausa hanno perso di forza, concentrazione, come se lo “spettacolo mediatico” li avesse soverchiati. E la maggiore predisposizione ai palcoscenici globali dei francesi ha, infine, avuto la meglio.

Stallo, fermo immagine, atto ripetuto.

Vediamo la premiazione a fine gara, con quell’improvviso temporale che si abbatte sui politici e sui calciatori, con la disinvoltura dell’apparato nel proteggere con l’ombrello, inizialmente, il solo Putin, lasciando i presidenti di Francia e Croazia, Macron e la Grabar-Kitarović, proseguire la premiazione sotto il diluvio. L’immagine ha fatto il giro del mondo, e racconta stili diversi, differenti approcci per manifestarsi da “leader”. E mentre Putin proseguiva imperturbabile a dare medaglie sotto la protezione dell’ombrellone nero, Macron, visibilmente eccitato per la vittoria (e immortalato anche lui da una foto ormai celebre che lo vede esultare sulle tribune), dispensa saluti e parole per tutti i giocatori, mentre un’incredibile Grabar-Kitarović riesce ad abbracciare e baciare, come una mamma affettuosa, tutti e rigorosamente tutti i giocatori croati e francesi, incurante della pioggia, ripetendo il suo gesto per decine di volte, fino all’ultimo calciatore.

Sull’aspetto prettamente calcistico ci resta la soddisfazione di aver quasi indovinato, poiché nelle nostre previsioni ad inizio torneo avevamo scelto la Croazia come possibile sorpresa. E’ stato un mondiale tecnico,  probabilmente di transizione, tra un’era e un’altra.  Se guardiamo le finali dei mondiali del 21° secolo, scopriamo che solo Francia e Germania sono riuscite ad arrivare in finale due volte, mentre le vittorie sono andate a 5 nazioni diverse, Brasile, Italia, Spagna Germania, Francia.  Segno di un equilibro del calcio delle nazionali, che invece non trova riscontro in quello dei club, dominato da poche grandi squadre nei singoli paesi e che persino in Europa vede il domino delle squadre spagnole che da 5 anni vincono consecutivamente la Champions League.

Lasciamo ad altri il compito, sublime, di raccontare dei calciatori emersi e di quelli, invece, sommersi. A noi resta forte l’immagine di un mondiale cristallizzato, congelato in un sistema che, tra tattica e nuove tecnologie (la VAR) ha reso lo sport più popolare al mondo sempre più statico e frammentato, perdendo viepiù quella fluidità e naturalezza che ne ha caratterizzato da sempre il suo fascino e, forse, essenza.  Ma forse questo paradosso del correre sempre di più e far decidere le partite da calci da fermo – se non da veri lunghi attimi di stop conseguenti alla visione della VAR, sembra raccontarci, a suo modo, come siamo diventati. Siamo dappertutto e in nessun luogo. “Siamo veloci, veloci. E’ come se corressimo sull’onda del programma invasore, scivolando sopra il ribollire in continuo movimento dei sistemi sabotatori. Siamo macchie di olio pensanti, trasportate lungo corridoi d’ombra. Da qualche parte abbiamo dei corpi, molto lontano, in una mansarda stipata con il soffitto ci acciaio e vetro. Da qualche parte abbiamo microsecondi, forse il tempo sufficiente per uscirne”. (William Gibson, Burning Chrome)