SCHERMI IN FIAMME: IL CINEMA DELLA CONTESTAZIONE – SECONDA PARTE

CINEMA TREVI (VICOLO DEL PUTTARELLO 25 – ROMA)
Dal 12 al 25 marzo si svolgerà la retrospettiva
SCHERMI IN FIAMME: IL CINEMA DELLA CONTESTAZIONE – SECONDA PARTE
Nel marzo 2006 la Cineteca Nazionale organizzò la prima parte di una rassegna dedicata al cinema italiano della contestazione. Allo spettatore, così come allo studioso o al critico, si proponeva un gioco cinefilo: per i film di quegli anni il pensiero va direttamente alle opere di cineasti famosi, come Bellocchio, Cavani, Bertolucci, i fratelli Taviani, Faenza. Risulta invece molto più arduo ricordare opere di registi come Riccardo Ghione, più celebre per la sua attività di produttore, organizzatore generale e sceneggiatore, o di Giuseppe Recchia, sicuramente più conosciuto per la sua attività di regista televisivo in numerosi spettacoli di successo. Il motivo risiede nel fatto che all’epoca della loro uscita molti film proposti in questa retrospettiva non godettero della visibilità necessaria per molteplici motivi (la distribuzione, problemi censori…), diventando ben presto dei veri e propri invisibili italiani. In questa seconda parte della retrospettiva il gioco cinefilo ha inoltre assunto valenze più sottili, perché anche all’interno del cosiddetto cinema d’autore esistono delle pellicole più evocate che viste, forse involontariamente cancellate da opere successive dello stesso cineasta che hanno riscosso maggiore fortuna; un caso emblematico è sicuramente L’urlo di Tinto Brass, pellicola assolutamente da (ri)scoprire per la sua carica visionaria e il suo montaggio pirotecnico. Ma spesso la contestazione ha significato una rivoluzione totalizzante anche e soprattutto contro la forma, ovvero l’immagine e il montaggio intesi nella loro natura tradizionale di semplice narrazione e in tal senso, all’interno della retrospettiva Schermi in fiamme. Il cinema della contestazione,si è voluto aprire un’intera sezione dedicata al cinema sperimentale dal titolo L’altra faccia della contestazione. La volontà di aver realizzato un seguito alla retrospettiva del 2006 nasconde, al di là della febbrile rincorsa dei vari anniversari, un motivo romantico, nostalgico, a tratti commovente: il design, le musiche, i corpi e i volti di quell’epoca (ci vengono in mente in primis la faccia splendidamente imbronciata di Lino Capolicchio nella parte del ribelle e quella straordinariamente seria e occhialuta di Enrico Maria Salerno nella parte del borghese) non torneranno più se non dentro il buio di una sala cinematografica con il colore della pellicola leggermente decolorata… segno dell’indelebile traccia del tempo che passa.
La retrospettiva è stata curata dalla Cineteca Nazionale insieme a Pierpaolo De Sanctis
 
mercoledì 12
ore 17.00
Teorema (1968)
Regia: Pier Paolo Pasolini; soggetto e sceneggiatura: P.P. Pasolini; fotografia: Giuseppe Ruzzolini; musica: Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Silvana Mangano, Terence Stamp, Massimo Girotti, Anne Wiazemsky, Andres José, Cruz Soublette; origine: Italia; produzione: Aetos Film; durata: 98’
«Uno strano studente (Stamp) s’insinua in una famiglia borghese e i suoi cinque membri finiscono per avere un rapporto con lui. Quando se ne andrà nessuno sarà come prima […]. Pensato come un poema in versi poi diventato film, Teorema è il tentativo di dimostrare “l’incapacità dell’uomo moderno di percepire, ascoltare, assorbire e vivere il verbo sacro”: mescolando suggestioni bibliche a influenze psicoanalitiche, Pasolini eleva l’erotismo a “tangibile e quasi fisico segno rivoluzionario”, di fronte al quale la borghesia non può che rivelarsi per quello che veramente è e perdersi (come fanno i figli) o rinnegarsi (come il padre che rinuncia al proprio ruolo di sfruttatore di classe), mentre il sottoproletariato trova la forza per salvarsi offrendosi al mondo (come fa la serva). Ma lo schematismo ideologico […] e una notevole componente di autocompiaciuto odio-amore, non impediscono che il film sia una delle opere più originali dell’autore ricco di momenti di intensa e poetica tensione. Adele Cambria interpreta l’altra serva, Cesare Garboli l’intervistatore del prologo, Alfonso Gatto il poeta, Susanna Pasolini la vecchia contadina. Coppa Volpi della Mostra di Venezia per la migliore interpretazione femminile a Laura Betti. Un violento articolo dell’Osservatore Romano stigmatizzò il fatto che una giuria dell’Ocic (Office Catholique International du Cinéma) avesse premiato sempre a Venezia, il film» (Mereghetti).
 
ore 19.00
Un normale giorno di violenza (1969)
Regia: Giorgio Francesco Rizzini; soggetto e sceneggiatura: G. F. Rizzini; fotografia: Pier Giorgio Pozzi; musica: Mario Buffa Moncalvo; montaggio: Stefano Bondioli; interpreti: Mario Bajo, Giselda Castrini, Alarico Salarolli, Elsa Asteggiano, Michele Colabella, Ricky Gianco; origine: Italia; produzione: Cooperativa Cinematografica Milanese; durata: 87’
Un normale giorno di violenza è apparentemente un film che non esiste. Non risulta citato in alcuna pubblicazione: né dell’Anica, né nel sempre esaustivo Poppi-Pecorari. Come un romanzo borgesiano la pellicola esiste ed è in buone condizioni. Non si conosce neppure la datazione del film. La vicenda si svolge nell’arco di una giornata, durante lo sciopero generale, svoltosi a Milano il 19 novembre 1969, in cui rimase ucciso in via Larga un giovane poliziotto, Antonio Annarumma. Una didascalia posta all’inizio del film recita: «La vicenda del film è immaginaria, ma diversi fatti e persone rappresentati sono realmente esistiti. L’azione ha luogo a Milano il 19 novembre 1969». Alla storia dell’operaio Sartori, protagonista del film, si alternano, infatti, immagini di repertorio relative a quell’episodio: studenti in corteo presso l’Università Statale, manifestanti che sfilano a piazza Duomo, scontri fra quest’ultimi e la polizia in via Larga. Si vedono anche immagini di repertorio di occupazioni abusive di alcuni palazzi con sgombero forzato da parte delle forze dell’ordine. Le diverse sequenze, soprattutto quelle relative allo sciopero, sono introdotte da didascalie in sovrimpressione che indicano il luogo e l’ora. Il film, miracolosamente (ri)scoperto negli archivi della Cineteca Nazionale, è un incredibile documento storico degli anni della contestazione.
 
ore 20.45
Escalation (1968)
Regia: Roberto Faenza; soggetto e sceneggiatura: R. Faenza; fotografia: Luigi Kuveiller; musica: Ennio Morricone; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Claudine Auger, Lino Capolicchio, Gabriele Ferzetti, Didi Perego, Leopoldo Trieste, Paola Corinti; origine: Italia; produzione: Cemo Film; durata: 95’
«La scalata è quella di una psicoterapeuta londinese che – avuto in cura il figlio hippy di un industriale italiano perché lo riporti nei ranghi – si fa da lui sposare, rendendolo uno schiavo d’amore. Appresa la lezione, però, il ragazzo la uccide e torna in patria a dirigere l’azienda familiare. Film sessantottesco per la rabbiosa contestazione del sistema sulla scia di I pugni in tasca e parallelo a Grazie zia. L’esordiente Faenza filtra gli umori anarchici e libertari attraverso un sarcasmo più divertito e una figurazione stilizzata non lontana dai fumetti in chiave pop» (Morandini). «Il racconto è serrato, senza pausa. Le immagini sono molto luminose; i modernissimi interni sono estrosi, animati da colori sonanti […]. Morricone ha dato musiche squillanti e irridenti, che aderiscono alle intenzioni del racconto e ne accrescono la carica interna. La riuscita del film sta anzitutto nella rara lucidità della impostazione […] nella immediatezza con cui Faenza ha dato corpo ad un assunto di natura […] intellettualistica. […] Eccellenti gli attori» (Clemente).
Copia proveniente dalla Jean Vigo – Si ringrazia Roberto Faenza
Ingresso gratuito
 
giovedì 13
ore 17.00
Il mio corpo con rabbia (1972)
Regia: Roberto Natale; soggetto: Delia La Bruna , R. Natale; sceneggiatura: Adriano Asti, R. Natale; fotografia: Mario Bortoluzzi; musica: Stelvio Cipriani; montaggio: Maurizio Tedesco; interpreti: Peter Lee Lawrence [Karl Hirenbach], Antonia Santilli, Zora Gheorghieva, Silvano Tranquilli, Massimo Girotti; origine: Italia; produzione: Elis Cinematografica; durata: 80’
Silvia è una ragazza che appartiene a una famiglia dell’alta borghesia. Odia profondamente i genitori, che, per reazione, la costringono a stare in un albergo isolato, in una località di mare, insieme a loro. Rifiuta di adeguarsi alle loro regole e diventa l’amante di Paolo, un giovane e arrabbiato contestatore della società borghese. Quando Paolo decide di partire, Silvia non ha nessuna motivazione per restare e segue l’uomo alla ricerca di un mondo migliore. Primo film di Roberto Natali, autore anche della sceneggiatura con Adriano Asti, Il mio corpo con rabbia vuole essere una sorta de I pugni in tasca e di Grazie zia al femminile con la bella e ribelle Antonia Santilli, al posto di Lou Castel.
 
ore 18.45
L’urlo (1970)
Regia: Tinto Brass; soggetto: T. Brass; sceneggiatura: T. Brass, Francesco Longo; dialoghi: Giancarlo Fusco, Luigi Proietti ; fotografia: Silvano Ippoliti; musica: Fiorenzo Carpi; montaggio: Tinto Brass; interpreti: Tina Aumont, Luigi Proietti , Nino Segurini, Germano Longo, Edoardo Florio, Giorgio Gruden; origine: Italia; produzione: Lion Film; durata: 100’
«Avventurose peregrinazioni di una ragazza che respinge il fidanzato borghese e il mondo che rappresenta, fuggendo, prima delle nozze, per un viaggio stravagante attraverso le istituzioni della società. Ovvero quando Brass faceva ancora della sana sperimentazione, sconvolgendo la struttura narrativa e del linguaggio cinematografico, con gusto acceso della provocazione, estro satirico, aggressività orgiastica. È un film del ’68 (dissequestrato nel ’74). La voce di Tina Aumont è quella di Mariangela Melato» (Morandini).
 
ore 20.45
Incontro con Liliana Cavani e Italo Moscati
 
a seguire
I cannibali (1969)
Regia: Liliana Cavani; soggetto: L. Cavani; sceneggiatura: L. Cavani, Italo Moscati, Fabrizio Onofri; fotografia: Giulio Albonico; musica: Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Britt Ekland, Pierre Clementi, Tomas Milian, Delia Boccardo, Marino Masè, Francesco Leonetti ; origine: Italia; produzione: Doria Cinematografica, San Marco Produzione; durata: 87’
«Liliana Cavani, partendo dalla leggenda, ha avuto un grande lampo, un’idea che davvero poteva essere il trampolino di lancio per una potentissima fantasia: uno spettacolo che riproponeva in termini attuali l’eterno problema del potere assoluto, che si fonda sulla negazione dei diritti umani e l’oppressione armata. […] Ebbene, la Cavani immagina che uno di questi governi tirannici proceda all’eliminazione generale e immediata di tutti gli oppositori, ordinando che si spari senza discriminazione né giudizio dove si trovano, nelle vie, nelle piazze, nei tram, nel metrò, prescrivendo insieme che nessuno, pena la morte, non soltanto rimuova, ma nemmeno tocchi quei cadaveri. L’azione del film si apre così su una delle più incredibili, bizzarre e insieme agghiaccianti successioni di immagini. […] Su un marciapiede qualcosa fa mucchio per terra, che, poi si capisce, è un corpo d’uomo disteso […]. Ma ecco più in là un altro. E subito un altro. E allora si capisce che sono cadaveri […]. Purtroppo la formidabile invenzione dell’inizio, quel panorama di immagini inesorabili nella loro atrocità, e stupende nella loro surreale evidenza, […] ha poi dei cedimenti durante il racconto. […] E tuttavia non c’è dubbio che, con tutti i suoi squilibri, I cannibali resta un film di grande interesse e novità» (Sacchi). Grandi prove di Clementi e Milian.
Ingresso gratuito
 
venerdì 14
ore 17.00
Sovversivi (1967)
Regia: Paolo e Vittorio Taviani; soggetto e sceneggiatura: P. e V. Taviani; fotografia: Gianni Narzisi, Giuseppe Ruzzolini; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Franco Taviani; interpreti: Giorgio Arlorio, Giulio Brogi, Pier Paolo Capponi, Ferruccio De Ceresa, Maria Tocinowsky, Lucio Dalla; origine: Italia; produzione: Ager Film; durata: 96’
«Alla base di Sovversivi sta un’idea probabilmente suggerita ai Taviani dall’esperienza de I fuorilegge: quella di una molteplicità di storie e di personaggi correlati fra loro da un identico problema che costituisce per tutti un banco di prova e una svolta esistenziale. […] Sovversivi è infatti il polittico di quattro “storie parallele”, cioè di altrettante vite aperte e in cerca di se stesse e del proprio ruolo, in un particolare momento della verità: i funerali di Togliatti, nell’estate del 1964 visti […], come già nel pasoliniano Uccellacci e uccellini, quale ultimo capitolo di un’epoca e inizio di una nuova, più matura, e perciò più tormentata adesione alle cose. […] In pochi film come in questo coesistono positivamente forme di consapevolezza, estetica e politica, così (relativamente) avanzate come: 1. la coscienza del superamento definitivo del mito/illusione neorealistico e di ogni sua possibile ripresa […]; 2. la coscienza che l’unico modo per essere degli artisti politici non è quello di fare dell’arte “politica” ma di fare politicamente l’arte […]; 3. la coscienza che dalla sclerosi delle vecchie certezze ideologistiche non si esce creandone delle nuove […], ma scegliendo, materialisticamente, il sistematico confronto con la realtà in una feconda dialettica […]; 4. la coscienza che la “politica del possibile” ha finito per emarginare l’“impossibile” dal voluto, […] e che dunque occorre ridare uno spazio politico all’utopia […]. Queste forme di consapevolezza […] fanno di Sovversivi un film ricco di presentimenti sessantotteschi: nel senso che gli umori, i fervori, gli ardori, così come le spinte iconoclaste, […] da cui il film è pervaso, troveranno parziale concretizzazione, di lì a una stagione, nelle piazze, nelle fabbriche e nelle università» (Micciché).
 
ore 19.00
L’amore breve (Lo stato d’assedio) (1969)
Regia: Romano Scavolini; soggetto e sceneggiatura: Gianfranco Calligarich; fotografia: Mario Carbone; musica: Robby Poitevin; montaggio: Romeo Ciatti; interpreti: Mathieu Carrière, Joan Collins, Frank Wolff, Faith Domergue, Massimo Serato, Antonio Centa; origine: Italia; produzione: Cinegai; durata: 93’
La storia parallela, in una Trieste stravolta dalla crisi del porto e dagli scioperi, del rampollo di una ricca famiglia, che intrattiene una relazione con un’amica della madre, e di un ingegnere schierato dalla parte degli operai, costretto a dolorose decisioni. Due personaggi assediati dalla classe sociale d’appartenenza, che cercano disperatamente di schierarsi dall’altra parte, rinnegando, invano, le proprie origini, ma «l’unica speranza è fuggire da stessi». Grandi prove del giovane Carrière, del sempre grande Frank Wolff (a quando una riscoperta?) e di un’insolita Joan Collins. Il più maturo film di Scavolini, raffinato e decadente, inevitabilmente sveviano, vista l’ambientazione a Trieste, immortalata con mano ispirata da Mario Carbone. L’incedere inesorabile del tempo su quel che rimane dell’impero austro-ungarico è scandito dagli slogan degli operai, il battito del ’68 nel cuore di un’alta borghesia in rapida dissoluzione. Il tramonto di una famiglia e di una città.
 
ore 20.45
Tavola rotonda con Tinto Brass, Lino Capolicchio, Francesco Casaretti, Malisa Longo, Micaela Pignatelli, Romano Scavolini, Edoardo Torricella
 
a seguire
Io sono infantile (2006)
décollage su video di Pierpaolo De Sanctis; durata: 10’
L’immaginario pop frantumato e contratto in un caleidoscopio di suoni, colori e sensazioni. La critica al consumo delle immagini e la partecipazione al culto dell’icona come merce, ma anche un omaggio al thriller italiano a cavallo anni Settanta, ai suoi volti, ai suoi simboli, alla rarefazione dei gesti, alla frantumazione dei corpi, alla dissoluzione dell’immagine. Dissolvenze su un cinema che non c’è più. Il titolo omaggia un celebre quadro di Mario Schifano degli anni ’60.
 
a seguire
Eat it (1968)
Regia di Francesco Casaretti; soggetto: Roberto Leoni; sceneggiatura: Franco Bucceri, F. Casaretti, Joseph Mc Lee; fotografia: Giuseppe Ruzzolini, Luigi Kuiveller, Danilo Desideri; musica: Ennio Morricone; montaggio: Sergio Montanari; interpreti: Frank Wolff, Paolo Villaggio, Giampiero Albertini, Silvia Dionisio, Monica Herfert, Malisa Longo; origine: Italia; produzione: Cemo Film; durata: 84’
Raro, ad oggi ancora invisibile, film impregnato di discorsi sociologici fioriti intorno al ’68, dopo aver digerito le letture di Marcuse, le suggestioni del Gruppo 63 e le proposte della Pop Art. Pamphlet surreal-contestatario sul mondo della pubblicità, fortemente connotato in chiave anticonsumistica e anticapitalistica, Eat it affronta il problema della mercificazione dell’individuo soprattutto attraverso un’ottica da favola pop-fantascientifica, dove trionfano il cromatismo dei tre direttori della fotografia (Giuseppe Ruzzolini, Luigi Kuveiller e Danilo Desideri) e le scenografie assolutamente sopra le righe di Giorgio Giovannini (art director anche in Escalation di Faenza). Paolo Villaggio fa il suo esordio ufficiale nel cinema italiano, ma è Frank Wolff il vero protagonista, qui nel doppio ruolo dell’industriale a capo della ditta di carne in scatola che dà il titolo al film e dell’uomo primitivo usato come testimonial, la cui insaziabilità – in senso anche sessuale – fa coniare ai pubblicitari lo slogan «Chi mangia Eat it dura più a lungo». Unico film di Casaretti, il quale successivamente si è dedicato, dopo un soggiorno in Cina, alla diffusione della filosofia taoista e della medicina cinese, attraverso la pubblicazione di libri e la partecipazione a corsi e a seminari.
Ingresso gratuito
 
sabato 15
ore 17.00
Una macchia rosa (1969)
Regia: Enzo Muzii; soggetto: E. Muzii; sceneggiatura: Tommaso Chiaretti, E. Muzii, Ludovica Ripa di Meana; fotografia: Luciano Tovoli; musica: Shawn Phillips; montaggio: Gerardo Bortolan; interpreti: Giancarlo Giannini, Valeria Moriconi, Ginevra Benini, Orchidea De Santis, Leopoldo Trieste, Delia Boccardo; origine: Italia; produzione: Fraia Film; durata: 98’
Un giovane documentarista, al ritorno da un viaggio in India, riallaccia le vecchie amicizie e riprende la vecchia vita, ma il ricordo della sua permanenza in Asia, echeggiata dal materiale fotografico su cui lavora, lo proietta in uno stato di apatia esistenziale. Invano cerca di dare un ordine alla sua vita e al suo lavoro. «È anche questo [come il precedente film di Muzii Come l’amore] un film stilizzato, in cui toni e volumi sono squisitamente filtrati sino all’essenza, un film che nei suoi più puri momenti ha la diafana grazia policroma del vetro soffiato» (Sacchi). Le fotografie in India sono state realizzate da Muzii e da Enzo Ragazzini con la collaborazione di Tommaso Chiaretti e Ludovica Ripa di Meana. Muzii si è infatti dedicato a lungo alla fotografia. Dopo Una macchia rosa ha lavorato a lungo per la televisione, realizzando l’interessante Alle origini della mafia.
 
ore 18.45
Plagio (1968)
Regia: Sergio Capogna; soggetto e sceneggiatura: S. Capogna; fotografia: Antonio Piazza; musica: Dirtan Michailev; montaggio: S. Capogna; interpreti: Mita Medici, Alain Noury, Ray Lovelock, Cosetta Greco, Dino Mele, Giuliano Disperati; origine: Faser Film, Prodimex Film; durata: 88’
Amore à trois fra studenti universitari in quel di Bologna: Angela, fidanzata con Massimo, si concede anche a Guido, creando dei dissidi fra i due amici. Ma il rapporto che li lega è molto forte. Melodramma intriso di malinconia, calato in un’atmosfera zurliniana, precedente però a La prima notte di quiete, film con quale ha molte affinità (il famoso cappotto…), scandito da una magnifica colonna sonora. «Dunque, se la necessità di un film sta in un quid interiore che va oltre i contenuti e la forma, ci pare di intravvedere in questo malinconico e triste film di Capogna le linee di una sostanza intima, una poesia delle cose, e riesce a comunicarci emozioni che oltrepassano il frasario chiuso della materia narrativa. […] Comunque il suo è un film piuttosto ingenuo, ma non banale […] un film testardo» (Turroni). Indimenticabili i tre protagonisti. Capogna è un autore da riapprofondire.
 
ore 20.45
La circostanza (1973)
Regia: Ermanno Olmi; soggetto e sceneggiatura: E. Olmi; fotografia: Elvidio Burattini; musica: Lucio Battisti, Toni Cicco, Gabriele Lorenzi, Alberto Radius, Vincenzo Tempera, F. J. Haydin; montaggio: E. Olmi; interpreti: Ada Savelli, Gaetano Porro, Raffaella Bianchi, Mario Sireci, Barbara Pezzuto, Massimo Tabak; origine: Italia; produzione: Rai Tv; durata: 96’
Una famiglia e i suoi componenti, una circostanza, alcuni cambiamenti, un diverso modo di vedere le cose, il tempo sospeso, la fragilità dei sentimenti. «Ecco uno di quei film che vi restano dentro, densi come sono di semplice e schietta verità umana. Ecco un’opera di lievi, forse, e dimesse, ma autentiche qualità poetiche; un racconto che, fatto apparentemente di nulla, di piccoli gesti quotidiani, vi afferra e vi commuove nel profondo, per l’onesto impegno e la penetrante sensibilità con cui coglie, nelle loro debolezze come nelle loro virtù, i diversi personaggi, seguendone le azioni e spiandone i sentimenti con la naturale felicità dell’artista che sorprende la vita nel suo farsi» (Zanelli). Il capolavoro, poco conosciuto, di Olmi prima del successo con L’albero degli zoccoli.
 
domenica 16
ore 17.00
La rivoluzione sessuale (1968)
Regia: Riccardo Ghione; soggetto: R. Ghione dal saggio omonimo di Wilhelm Reich; sceneggiatura: Dario Argento, R. Ghione; fotografia: Alessandro D’Eva; musica: Teo Usuelli; montaggio: Attilio Vincioni; interpreti: Riccardo Cucciolla, Marisa Mantovani, Ruggero Miti, Christian Alegny, Laura Antonelli; Gaspare Zola; origine: Italia; produzione: West Film; durata: 92’
Capeggiati da un professore di filosofia (un grande Riccardo Cucciolla), un gruppo di seguaci degli insegnamenti reichiani sulla sessualità libera (tra cui una giovanissima Laura Antonelli) si riunisce in un hotel sul mare per passare dalla teoria alla pratica. All’epoca doveva sembrare qualcosa di assolutamente azzardato, un esperimento psicosociale quasi fantascientifico. Visto oggi, il film di Ghione rappresenta al meglio lo spirito dei tempi, il tentativo di una borghesia illuminata di liberarsi dai propri pregiudizi morali, ma anche l’impossibilità ontologica a disfarsene veramente. Ghione elabora un cinema a tesi di estremo interesse, formalmente impeccabile e persino vagamente malinconico, dove gli inserti psichedelici irrompono con la brillantezza di un carosello all’lsd. Invedibile da decenni, La rivoluzione sessuale è uno dei film più “fantasticati” della storia del cinema italiano: tutti l’hanno sempre sentito nominare ma nessuno l’ha mai visto effettivamente.
 
ore 18.45
A cuore freddo(1971)
Regia: Riccardo Ghione; soggetto: R. Ghione, Alfredo Mirabile; sceneggiatura: R. Ghione, A. Mirabile, Gianfranco Clerici; fotografia: Enzo Serafin; musica: Stelvio Cipriani; montaggio: Fernando Cerchio; interpreti: Enrico Maria Salerno, Rada Rassimov, Colette Descombes, Bruno Pradal, Luciano Bartoli, Gerald Falconetti; origine: Italia; produzione: Filmes Cinematografica; durata: 92’ .
Affresco postsessantottino di Ghione, che regala uno splendido ritratto femminile a Rada Rassimov. Lei è una ex-hippy sposata con un marito perbene, ricco e sicuro borghese (Enrico Maria Salerno, qui in un ruolo eccezionale). Se l’atmosfera è quella tipica di un cinema della crisi di coppia, il film di Ghione esplora contemporaneamente anche altre coordinate, insinuando un sottofondo sadico e disturbante che sposta continuamente la narrazione, la scardina come farebbe un Godard, avvicinandola a quella di un possibile giallo. Il tono del racconto, secco ed essenziale, e lo stile di montaggio, ricco di flashback, ne fanno un gioiello del cinema della contestazione assolutamente da riscoprire.
 
ore 20.45
Il sole nella pelle (1970)
Regia: Giorgio Stegani Casorati; soggetto e sceneggiatura: G. Stegani Casorati; fotografia: Sergio D’Offizi; musica: Gianni Marchetti; montaggio: Giuseppe Baghdighian; interpreti: Alessio Orano, Ornella Muti, Chris Avram, Luigi Pistilli, Roby Ruberti, Stella Carnacina; origine: Italia; produzione: Stefano Film; durata: 92’
Una giovanissima Ornella Muti interpreta la quindicenne Lisa , figlia di papà, che s’innamora del bello e prestante hippy Robert (Alessio Orano, divo mancato del cinema italiano). I due decidono di prendersi una vacanza, andando con una barca a vela verso Ponza. Ma i genitori di Lisa interpretano l’improvvisa scomparsa della figlia come un rapimento. Rintracciati dalla polizia, il giovane è accusato di sequestro e violenza. Interessante esempio di rappresentazione degli hippy in chiave pop da parte del cinema nostrano, Il sole nella pelle è un film assolutamente da recuperare se non altro per l’interpretazione dei giovanissimi Muti e Orano e di Chris Avram nella parte del padre geloso della figlia e per l’estetica, una sorta di cupo melodramma psichedelico, con imprevedibili quanto inaspettati cambi di ritmo. Ideologicamente l’unico Fragole e sangue italiano, tutto dalla parte dei giovani ribelli.
 
lunedì 17
chiuso
 
martedì 18
ore 17.00
Giuda uccide il venerdì (1973)
Regia: Stelvio Massi; soggetto: Mario Gariazzo; sceneggiatura: Enrico Roda, M. Gariazzo, Paolo Levi; fotografia: Sergio Rubini; musica: Nico Fidenco; montaggio: Mauro Bonanni; interpreti: Leonard Mann [Leonardo Manzella], Sophia Kammara, Angelo Infanti, Franco Citti, Dada Gallotti, Umberto D’Orsi; origine: Italia; produzione: Solfilm International; durata: 85’
«Opera prima di Stelvio Massi, che uscì dopo Squadra volante e non fece una lira. La storia, grandissima, è quella di “Gesù, Maddalena e Giuda piazzati nei nostri giorni” (Massi). Così Maddalena è una mignotta che vuole redimersi, Gesù è un chitarrista hippy interpretato da Leonard Mann. I due verranno massacrati dalla mala e dal racket della prostituzione. Mario Gariazzo, che scrisse il soggetto con Sofia Kammara, avrebbe dovuto girarlo lui, ma poi, non si sa bene perché, il film lo fece Massi (“Un buon regista e non fece nessun cambiamento alla storia”, Gariazzo). Nico Fidenco canta “Giuda uccide il venerdì” (Fidenco-Cassia) e “Rise and Shine” (Fidenco-Cassia-Roda)» (Giusti). Il film fu rieditato nel 1975/76 col titolo Macrò.
 
ore 18.45
Ecce homo (I sopravvissuti)(1968)
Regia: Bruno Gaburro; soggetto e sceneggiatura: B. Gaburro, Giacomo Gramigna; fotografia: Marcello Masciocchi; musica: Ennio Morricone: montaggio: Renato Cinquini; interpreti: Irene Papas, Philippe Leroy, Frank Wolff, Gabriele Tinti, Marco Stefanelli; origine: Italia; produzione: Gi. Film, Roberto Loyola; durata: 99’
Opera prima di Bruno Gaburro, che gioca con scenari postatomici inconsueti per il cinema italiano di fine anni ’60: dopo una guerra nucleare, una famiglia vive una roulotte in riva al mare, dove sono raggiunti da un militare e da un intellettuale. «Lo spunto da cui nasce la storia (all’epoca) era davvero interessante, al tempo stesso stimolante da un punto di vista creativo e ideale per il bassissimo budget produttivo senza rendere evidente lo stesso» (Luca Rea). Ne viene fuori uno strano kammerspiel all’aria aperta, un esperimento sociologico sull’essere umano che risente notevolmente dei coevi umori sessantottini. Purtroppo il film ebbe una distribuzione pessima e nonostante il titolo particolarmente evocativo è rimasto da allora un “invisibile”, tagliato fuori da ogni circuitazione.
 
ore 20.45
Oh dolci baci e languide carezze (1970)
Regia: Mino Guerrini; soggetto: Elvy Baiardo, Marino Onorati; sceneggiatura: E. Baiardo, M. Guerrini, M. Onorati, Luciano Salce; fotografia: Carlo Carlini; musica: Peppino De Luca, Carlo Pes; interpreti: L. Salce, Isabella Rey, Rita Calderoni, Fiorenzo Fiorentini, Gioia Desideri, Daniela Goggi; origine: Italia; produzione: Italian International Film, Transeuropa Film; durata: 99’
La contestazione vista dalla parte dei… contestati. Ovvero come un maturo alto borghese, sposato con due figli, l’ingegnere Vancini (uno strepitoso Luciano Salce), conosce una giovane hippy contestataria, la segue, s’infatua talmente da travestirsi con look giovanile fino ad andare completamente alla rovina economica e psicologica. Grottesco rovescio della medaglia: alla fine i cosiddetti matusa, pur con i loro difettucci, sono pur sempre persone rispettabili e oneste, rispetto a una gioventù apparentemente ribelle, idealista e figlia dei fiori, in realtà corrotta, viziata, egoista e drogata.
 
mercoledì 19
L’altra faccia della contestazione
Gli anni a cavallo del ’68 hanno visto anche in Italia il fiorire di una produzione cinematografica sperimentale, che si tiene alla larga dai circuiti sia produttivi che distributivi tradizionali, ponendosi, invece, al crocevia tra le varie arti e in ascolto attento ai sommovimenti sociali e politici dell’Italia di quegli anni. Per molti cineasti sperimentali l’etica e l’estetica si intersecano in maniera austera, travalicando il semplice campo stilistico, per comprendere il fare cinema tout court. In questa breve rassegna non si vuole dar conto della molteplice e sfaccettata produzione sperimentale di quel periodo, ma soltanto proporre alcune opere, che possono considerarsi esemplificative di una temperie culturale e politica. Ci riferiamo alla controcultura di origine americana, con la sua componente psichedelica e hippie, al movimento contro la guerra in Vietnam e al più ampio movimento studentesco, che entrano in vario modo nei film prescelti e sono alla base della stessa esistenza di un cinema cosiddetto sperimentale o underground.
Il 19 si svolgerà un incontro moderato da Bruno Di Marino, autore del fondamentale Sguardo inconscio azione. Cinema sperimentale e underground a Roma (1965-1975), con Gianfranco Baruchello e Paolo Brunatto, per ricostruire criticamente una stagione particolare e “plurale” del cinema italiano; il 22 marzo, giornata conclusiva della rassegna, il film di Paolo Brunatto Vieni dolce morte (dell’ego) sarà accompagnato dal vivo da Nicola Contessa e da Vittorio Santoro, con una partitura appositamente composta da quest’ultimo. In concomitanza con la proiezione al Trevi degli storici lavori di Brunatto, le Edizioni Alga Marghen di Emanuele Carcano inaugurano una collana di dvd sul cinema underground con un cofanetto dedicato a Brunatto dal
titolo Vieni dolce morte  (dell’ego).
Retrospettiva a cura di Anna Maria Licciardello
 
ore 17.00
X chiama Y (1967)
Regia, fotografia, montaggio: Mario Masini; durata: 66’
Mario Masini, diplomato in fotografia al CSC, direttore della fotografia e operatore dei film di Carmelo Bene e dei fratelli Taviani, crea da regista questo piccolo film di famiglia che destabilizza però i clichés del cineamatore. La moglie, i figli, l’intimità della casa sono gli oggetti d’amore della mdp di Masini. «Volevo fare un film che fosse una lode alla donna, in questo caso alla mia prima moglie, che fu sempre il mio soggetto preferito. XX è il cromosoma femminile, XY quello maschile; togliendo gli X sia nel primo, sia nel secondo fattore, otteniamo X per la donna, Y per l’uomo. Quindi la donna chiama l’uomo. Cioè la donna desidera che l’uomo sia più attento, più presente nel rapporto col mondo, più concreto e meno astratto» (Masini).
 
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Un dittico e un intervento (1968)
Regia, fotografia, montaggio: Massimo Bacigalupo; durata: 32’
Trilogia composta da tre brevi film, 60m per il 31 marzo, Versus, Her. 60 metri per il 31 marzo, realizzato in un solo giorno e montato direttamente in macchina, è composto da 6 episodi, ciascuno legato a una coppia letterario-pittorica. Tanto questo è vitale e vibrante (anche grazie all’uso continuo delle sovrapposizioni), così Versus, l’altro film del dittico, è immobile, formalmente al grado zero. Her è invece un intervento politico sulle violenze poliziesche subite da una ragazza alla Convention democratica di Chicago. Quest’ultimo film costituisce il contributo di Bacigalupo al film collettivo della CCI (Cooperativa Cinema Indipendente) Tutto tutto nello stesso istante (1968-70).
 
ore 19.00
Non permetterò (1967)
Regia, fotografia, montaggio: Giorgio Turi, Roberto Capanna; durata: 12’
Non permetterò è un film antimilitarista, realizzato con immagini prese dalla realtà, ma elaborato in modo da smascherare, con la loro stessa retorica, i falsi miti e gli pseudo ideali con cui viene contrabbandata la violenza istituzionalizzata.
 
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Scusate il disturbo (1968)
Regia, fotografia, montaggio: Giorgio Turi; durata: 15’
«Scusate il disturbo è un collage fortemente frantumato e manipolato di spezzoni televisivi dei più banali e disimpegnati. Questi spezzoni vengono allacciati in un crescendo privo di ogni direzione e risoluzione; e la manipolazione del regista interviene ad accentuare la struttura meccanica, artificiale, visiva con una serie di accorgimenti d’analisi linguistica, d’impronta pop (da Lichtenstein a Jaquet) che si esercitano sul reticolo televisivo e sulla frequenza di ciascuna immagine. Entro questa progressione di brevi frasi si insinuano a larghi intervalli immagini fortemente drammatiche della cronaca bellica dei nostri giorni (Vietnam) che, assenti dai circuiti europei ed in particolare italiani, “disturbano” qui con la loro insistenza la scintillante cascata delle immagini stereotipe di un’interrotta vacanza» (Boatto).
 
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Lsd (1968-70)
Regia: Romano Scavolini; testo: Valentino Zeichen; fotografia: Carlo Ventimiglia; musica: Franco Potenza; produttore: Romano Scavolini; durata: 11’
Documentario sperimentale sulla più famosa e celebrata delle droghe. «Un viaggio attraverso la notte per conoscere il giorno».
 
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Transfert per kamera verso Virulentia (1966-67)
Regia, fotografia, montaggio: Alberto Grifi; interpreti: Ermanno Agatti, Aldo Braibanti, Lou Castel, Cale Cogik, Sergio Doria, Vittorio Gelmetti, Alberto Grifi, Lidija Yuravic, Anita Masini, Gianni Proiettis, Isabel Ruth, Gioacchino Saitto, Dominot Schreiber, Massimo Sarchielli, Patrizia Vicinelli; produzione: Corona Cinematografica; durata: 23’
Virulentia era prima di tutto un luogo di sperimentazione teatrale e insieme una proposta di uscita dal teatro, messo in moto da Aldo Braibanti, un “luogo” dove, attraverso le singole esperienze reali che gli attori portavano con sé sulla scena, si incastravano vita, ricerca, poesia, amore. La macchina da presa si è avvicinata a questo rito collettivo psicodammatico nel tentativo di “reinventare” la storia dello sguardo, l’evoluzione biologica dell’occhio che, dalle acque primordiali, come da quelle amniotiche, si affaccia sulla terraferma; rivivendo insieme agli attori l’evoluzione che la specie ha vissuto e tentando di rendere visibile come il passato dei nostri progenitori animali (quello che Ferenczi chiamava onto-filogenesi) sia presente nei nostri sogni e nei nostri comportamenti quotidiani.
 
ore 20.30
Incontro moderato da Bruno Di Marino con Gianfranco Baruchello, Paolo Brunatto
 
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A corpo (1968)
Regia, fotografia, montaggio: Anna Lajolo e Guido Lombardi; durata: 12’
«La cifra del film è data proprio dalla discontinuità dei materiali e dal loro attrito che, a tratti, genera una diffusa tattilità della visione: si parte da un nudo femminile (corpo reale), per proseguire con una serie di immagini televisive […], deformate avvicinando un magnete al tubo catodico, cui segue un finto telegiornale di controinformazione sugli eventi del Vietnam, per finire con la celebre azione dimostrativa della bandiera americana bruciata di fronte all’ambasciata Usa» (Di Marino).
Ingresso gratuito
 
a seguire
D – Non diversi giorni si pensa splendessero alle prime origini del nascente mondo o che avessero temperatura diversa (1970)
Regia: Anna Lajolo e Guido Lombardi, musica: Gyorgy Ligeti e brani dei Pink Floyd; interpreti: Sebastiano Bernardello, Sandra D’Olif, Karl Baumgartner; durata: 40’
Frammenti dal primo e secondo libro delle Georgiche di Virgilio e da Immaginazione artistica nel tardo capitalismo di Peter Schneider. «La campagna, gli alberi, l’uomo e la donna, quasi un eden fuori del tempo. Il vecchio contadino, coltivatore di pesche recita frammenti delle Georgiche. In un ideale commento al lavoro nei campi. Con passione, nostalgia e rammarico racconta della vita, dell’agricoltura, della natura, del suo profondo amore per la terra. Il presente scorre negli scorci della città. Gli sguardi desolati, duri, muti, i gesti sospesi degli ultimi abitanti di un paesino di pietra viva, figure di contadini senza più tempo, parlano del nulla. Ma, come irrinunciabile speranza e riscatto, il film, con la sua realtà di mondi minacciati e personaggi superstiti, è percorso fin dall’inizio dalla forza dell’immaginazione con un crescendo di immagini fantastiche che irrompono, tagliano, imprevedibili come un sogno di libertà, tutta la vicenda. E attraverso movimenti di spazi e contrasti di idee, dopo un ultimo quadro di braccianti in fila al lavoro, termina con la cupa penombra della casa borghese, dove le parole nude della voce fuori campo parlano dell’immaginazione artistica nel tardo capitalismo» (Lajolo-Lombardi).
Ingresso gratuito
 
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Vogliamo una casa subito (1970)
Regia: Anna Lajolo, Alfredo Leonardi, Guido Lombardi, Paola Scarnati; fotografia: Guido Lombardi; musica: Vittorio Gelmetti; montaggio: Raimondo Crociani; produzione: Unitelefilm; durata: 16’
Ieri come oggi la carenza degli alloggi è un grosso problema per la città di Roma. Questo breve documentario realizzato per la Unitelefilm segue l’organizzazione e la lotta dei baraccati delle periferie romane per il diritto alla casa e la conseguente occupazione di immobili disabitati.
Ingresso gratuito
 
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Quartieri popolari di Roma (Magliana) (1972-73)
Regia: Videobase (Anna Lajolo, Alfredo Leonardi, Guido Lombardi); durata originaria: 50’ ; durata estratto: 9’
Le lotte per la casa dei comitati di quartiere di Primavalle, della Magliana, di Nuova Ostia. Principali protagoniste le donne che con passione umana e politica denunciano le inaccettabili e discriminanti condizioni di vita e di classe nei loro quartieri e spiegano come si autoriducono gli affitti e le bollette della luce.
Ingresso gratuito
 
giovedì 20
ore 17.00
Living & Glorious (1965)
Regia: Alfredo Leonardi; fotografia: Roberto Nasso; musiche: Vittorio Gelmetti; produzione: Nasso; durata: 19’
«Questo cortometraggio non ha una storia, sono impressioni di vita, vissuta con il Living che prova i Mysteries e monta le scene e recita The Brig; poi si vedono gli attori mentre si truccano, si cambiano, vanno a trovare un amico malato, girano per la città. Questo mio incontro con il Living è fondamentale sia sul piano ideologico che su quello umano» (Leonardi).
 
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Amore, amore (1966)
Regia e montaggio: Alfredo Leonardi; fotografia: Mario Masini; musica: Gato Barbieri, Don Cherry; interpreti: Silvia Bignardi, Alberto Bignardi, Giorgio Breitschneider, Aldo D’Angelo, Judith Malina, Anita Masini, Pippo Masini; produzione: Laboratorio di Ricerche Cinematografiche di Vincenzo Nasso (L.R.C.); durata 80’
«La struttura del mio film amore, amore non è nata da una sceneggiatura precedentemente scritta, e non poteva esserlo perché non si tratta di un film narrativo e la parola vi riveste un’importanza secondaria. Il vario e vasto materiale dal vivo e su immagini preesistenti, che soddisfaceva la necessità di disporre di una serie di “presenze” di per se stesse significative, si è venuto progressivamente aggregando in cellule sempre più complesse che si sono a volta loro integrate e congiunte nel disegno strutturale definitivo del film» (Leonardi).
 
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J. & J. & Co. (1967)
Regia, fotografia, montaggio: Alfredo Leonardi; durata: 9’
«Terzo dei brevi film del ’67, è un’anticipazione, quasi un frammento del successivo Se l’inconscio si rivela/ribella. […] Ma il film è anche un brillante saggio delle inconsuete doti della cinepresa di Leonardi, che è estensione del corpo, fatto organico, come poche altre. Se ponessimo i film-maker italiani lungo una linea che va dall’etico all’estetico, Leonardi si troverebbe all’estremo di quest’ultima parte. Per cui non intendo estetismo, ma sensualità, conversione tattile del mezzo tecnico» (Bacigalupo).
 
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Se l’inconscio si rivela/ribella (1967)
Regia, fotografia, montaggio: Alfredo Leonardi; musica: Peter Hartman; interpreti: Cathy Barberian, Paolo e Poupée Brunatto, Sandra Cardini, Carlo Cecchi, Peter Hartman, Silvana e Francesco Leonardi, Living Theatre; durata: 21’
«La struttura di Se l’inconscio si rivela/ribella si riflette nella costruzione filmica, nella scelta degli strumenti critici, nel tratto stilistico cadenzato attorno a precise ragioni poetiche. Il recupero della sovrimpressione (multipla e incrociata) come elemento primario per una delimitazione temporale nel ritmo, rientra nello spirito colto di un tale rinvenimento stilistico; opera per simmetria, dettaglia, impone unità ai vari movimenti, deduce un impiego omogeneo ai materiali sparsi» (Bruno).
 
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Può la forza di un sorriso (1968)
Regia, fotografia, montaggio: Alfredo Leonardi; musica: Richard Teitelbaum; durata: 5’
Realizzato durante il festival di Pesaro del 1968, documenta l’assemblea tenuta dai partecipanti al festival in seguito agli scontri tra polizia, studenti e fascisti, durante i quali anche alcuni registi erano stati arrestati.
 
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Occhio privato sul nuovo mondo (1970)
Regia, fotografia, montaggio: Alfredo Leonardi; formato: super8 colore sonoro; durata: 70’
Nel 1969 per circa un anno Leonardi vive negli Stati Uniti. I frutti di questa permanenza sono il libro Occhio mio dio: il New American Cinema, pubblicato nel 1971, e questo documentario in super8, nel quale accanto al lirismo dei film precedenti e alla presenza degli artisti della scena underground di New York e San Francisco si delinea l’attenzione verso i movimenti politici americani più radicali quali il Black Panther Party e i portoricani. Si ha qui insomma un primo momento di ripensamento rispetto le scelte artistiche e esistenziali fatte in precedenza che porterà negli anni successivi Leonardi a realizzare cinema militante.   
 
ore 20.45
Tutto tutto nello stesso istante (1968-69)
Regia, fotografia, montaggio: Massimo Bacigalupo, Piero Bargellini, Gianfranco Baruchello, Mauro Chessa, Antonio De Bernardi, Pia Epremian, Alfredo Leonardi, Guido Lombardi, Abbott Meader, Paolo Menzio, Giorgio Turi, Adamo Vergine; produzione: CCI; durata: 26’
Film collettivo del CCI (Collettivo Cinema Indipendente) realizzato sulla spinta della situazione politica dell’epoca (gli scontri tra polizia e studenti a Valle Giulia e alla Convention democratica di Chicago negli Stati Uniti). Ogni autore contribuisce con un frammento creato autonomamente e unito agli altri in fase di montaggio. «Tutto, tutto nello stesso istante è un film collettivo, risultato da una operazione priva di qualsiasi finalità estetica: verificare l’esistenza di una qual sintonia in un gruppo abbastanza numeroso (dodici persone) di appartenenti alla C.C.I. […] La Cooperativa riunisce infatti autori dai linguaggi più eterocliti: il film collettivo è stato un gesto di amicizia reciproca tra gli autori, che sono infatti degli amici, e come tale non livella gli apporti di ognuno ma li dà a vedere in un contesto che va situato nello sconfinato versante che sta tra l’“activity” e il “patetico”» (nota del C.C.I.).
 
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Complemento di colpa (1968)
Regia, fotografia, montaggio: Gianfranco Baruchello; durata: 8’
«Un nero e un bianco legatisi i polsi a vicenda attendono di essere fucilati nella schiena. Si vedono poi certe conseguenze insensate di quella attesa. Le immagini sono articolate con i suoni che comprendono la registrazione di una fase orgastica. Questa coincide appunto con la fucilazione “interrupta”» (Baruchello).
 
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Costretto a scomparire (1968)
Regia, fotografia, montaggio: Gianfranco Baruchello; durata: 15’
«Appunti intorno alla distruzione (operata a mano dall’autore) di un tacchino congelato di produzione americana. Alla distruzione fanno seguito altri gesti tra i quali la “rispedizione al mittente” dei resti imballati in cassetta modello per “ossari militari”. L’accompagnamento consiste in inni nazionali e marce militari. Il film è dedicato ai concetti fondamentali del “sacerdozio laico militare”: disciplina, onore, e altri Sacri Doveri assortiti» (Baruchello).
 
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Perforce(1968)
Regia, fotografia, montaggio: Gianfranco Baruchello; durata: 15’
«È un film girato tutto in esterni. Una favola priva di lieto fine che riguarda i bambini e i neri, ma anche gli spettatori. […] Suoni e rumori sono prelevati da una registrazione eseguita nel ’65 da Madeleine Riffaud nella giungla del Vietnam e da altre fonti» (Baruchello).
 
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Norme per gli olocausti (1969)
Regia, fotografia, montaggio: Gianfranco Baruchello; durata: 5’
«Intorno a certi rituali che oscillano tra gli estremi dello spreco e della crudeltà in presenza del territorio della paura. Il titolo rimanda alla bibbia, il primo vero manuale per l’uso e la manutenzione» (Baruchello).
 
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Per una giornata di malumore nazionale (1969)
Regia, fotografia, montaggio: Gianfranco Baruchello; durata: 24’
«Operazione scarsamente cinematografica che riguarda due semplici azioni: un bucato (ammollo e risciacquo compresi) e la preparazione di un pranzo di tre portate. In ambedue i casi – saltando tutti i significanti intermedi – vengono direttamente usate monete metalliche da cento lire» (Baruchello).
 
venerdì 21
ore 17.00
La piazza vuota (1972)
Regia: Giuseppe Recchia ; soggetto e sceneggiatura: G. Recchia; fotografia: Umberto Pischeider; musica: Jacqueline Perrotin; montaggio: Vincenzo Bamonte; interpreti: Sandro Tuminelli, Fulvio Ricciardi, Donatina Furlone, Anna Maria Lisi , Paolo Poli, Carlo Bagno; origine: Italia; produzione: G. Recchia; durata: 110’
Uno scultore, in compagnia di un discepolo, si isola in un locale sotterraneo, non riuscendo più a identificarsi in una società senza alcun valore. La sua personale rivoluzione è non creare più nulla, ma semplicemente aspettare. Tuttavia è costretto a ricevere visite non gradite che lo tengono a contatto con le assurdità del mondo esterno. Quando, infine, decide di uscire in superficie troverà un mondo peggiore di quando l’aveva lasciato. Unico film di Giuseppe Recchia, regista, recentemente scomparso, di un numero considerevole di trasmissioni televisive di grande successo, «La piazza vuota, opera indipendente (ne è anche produttore) in cui il rapporto uomo-società è analizzato attraverso un discorso spesso ermetico, carico di simbolismi e di non sempre agevole lettura» (Poppi). «Certamente l’ambizione del regista trabocca. Le cosmogonie, le sintesi trionfalistiche finiscono per somigliare alle concezioni metafisiche di certi pensatori dilettanti. Però è vero che ogni tanto si avverte nel film l’angoscia di un male oscuro che la gente neppure sospetta ma che le anime sensibili ben conoscono, specialmente quando cala la sera» (Bianchi).
 
ore 19.00
La vita nova (1972)
Regia: Edoardo Torricella; soggetto e sceneggiatura: E. Torricella; fotografia: Sebastiano Celeste; musica: Saverio Trillacore; montaggio: E. Torricella; interpreti: E. Torricella, Micaela Pignatelli, Liliana Chiari, Sergio Serafini, Lorenzo Piani, Luigi Pascutti; origine: Italia; produzione: Cinematografica “Il Gruppo”; durata: 90’
Unico film di Edoardo Torricella, celebre incursore teatrale nella ricerca italiana dagli anni ’60. Il suo cinema è un connubio incredibile di materiali documentari, backstage di spettacoli d’avanguardia, brani in costume e scene di fiction in cui un regista (lo stesso Torricella) e la sua attrice, musa ispiratrice (Micaela Pignatelli), vivono il loro amore incontrastato al di fuori delle storture della società e i condizionamenti della famiglia. Visionario, folle, sregolato, il cinema di Torricella è insieme un esperimento alla Carmelo Bene, la scoperta personale di una macchina per produrre poesia, un grido rivoluzionario controcorrente anche rispetto agli schermi della contestazione, e un inno sgrammaticato all’utopia sessantottina e alla potenza dell’immaginazione.
 
ore 20.45
Lettera aperta a un giornale della sera (1969)
Regia: Francesco Maselli ; soggetto e sceneggiatura: F. Maselli; fotografia: Gerardo Patrizi; musica: Giovanna Marini; montaggio: Rolando Salvadori; interpreti: Nanni Loy, Mariella Palmich, Viero Faggioni, Graziella Galvani, Daniele Dublino, Laura De Marchi; origine: Italia; produzione: Vides Cinematografica, Italnoleggio; durata: 121’
«Lettera aperta a un giornale della sera (1970), un film sulla contraddizione – quella della “politica” vista esistenzialmente e della “esistenza” vista politicamente […], appare, anche a distanza, uno dei più significativi, e sintomatici, documenti intellettuali di fine anni ’60: dove il tono fotografico delle immagini, la tecnica delle riprese, la qualità degli sfondi e dell’ambientazione, i ritmi del montaggio puntano, infatti, a delineare una vera e propria stilizzazione del malessere (morale, politico, ideologico); in un periodo chiave della nostra recente storia, restituendo per un attimo al cinema quel valore testimoniale che esso aveva avuto nelle stagioni immediatamente postbelliche. Nel film sette amici comunisti decidono, con una “lettera aperta ad un giornale della sera”, appunto, di non firmare più appelli per il Viet-Nam, e di partire volontari per quel fronte. Ma quella che voleva essere una semplice provocazione finisce per diventare una cosa seria, mettendo in crisi il gruppo, le sue intricate relazioni interne, il rapporto con il partito, l’“esistenza” e la “politica”, insomma. Fino a quando giunge da Hanoi un cortese, ma fermissimo rifiuto. E tutto, con le vecchie e nuove contraddizioni, riprende come prima» (Micciché).
 
sabato 22
ore 17.00
Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani (1969)
Regia: Mario Schifano; fotografia: M. Schifano, Ivan Stojnov; interpreti: Franco Brocani, Viva, Anna Carini, Jan Pugh, Natascia, Felice Gimondi, Tano Festa, Giovanni Rosselli, Michele Bomh, Louis Waldon, Adriano Aprà; origine: Italia; durata: 97’
«Oggi, con una diversa prospettiva storica, possiamo ben dire che Trapianto preannuncia la fine dell’utopia, la morte dello stesso underground, ma è anche il miglior prologo a Necropolis, in cui non a caso ritroviamo Viva. È un film che sancisce insomma il passaggio di staffetta tra due amici, Schifano e Brocani, accomunati dalle stesse passioni e dal fatto di vivere il cinema come sfida urgente e vitalistica, sospesa tra sogno e azione. In Trapianto si riconoscono i frammenti del documentario È ormai deciso il mio ritorno a Cnosso girato nel ’67 da Brocani per la Corona , dove compaiono sia Schifano che Patella […]. Nella sequenza in questione, il pittore sta realizzando la sua opera Futurismo rivisitato, ricalcando la celebre fotografia di Marinetti e compagni proiettata sulla parete. […] Anche in Trapianto come negli altri due film [Satellite e Umano non umano] e in qualche cortometraggio, attraverso le predilette immagini a bassa definizione degli schermi televisivi, si materializza il sociale e il politico (un villaggio africano, l’invasione dei carri armati sovietici a Praga, una dimostrazione anti-Nixon, il recupero del modulo dell’Apollo 13). In sottofondo scorrono le registrazioni di riunioni e assemblee politiche» (Di Marino).
 
a seguire
Incontro con Franco Brocani
 
ore 19.30
Tak! (1968)
Regia, fotografia, montaggio: Paolo Brunatto; durata: 40’
«Intitolai il mio film: TAK!, che in danese significa grazie, per ringraziare gli studenti della scuola di cinema di Copenhagen, che mi regalarono le bobine di pellicola 8 mm , con le quali realizzai la mia operetta. La struttura di TAK!: 12 segmenti filmati, che sono come 12 canzoni di un LP ma visive. Infatti, i vari capitoli di TAK! li chiamai “canzoni visive”. Il mio modo filmico di raccontare, con TAK!, divenne meno informale e astratto ma più figurativo e naif. Meno beatnik e più hippy. Il tema del racconto è sempre il viaggio ma questa volta in Europa: Firenze, Londra, Copenhagen e Formentera. Ancora una volta un film on the road, dove si intensificano gli omaggi agli amici, i ritratti. E nel quale la protagonista assoluta è: Poupée Cozzi Brunatto» (Brunatto).
 
a seguire
Oserò turbare l’universo? (1969)
Regia, fotografia, montaggio: Paolo Brunatto; durata: 45’
«Il viaggio, iniziato in India 2 anni prima, giunge al termine: una casa colonica in Toscana. I due viaggiatori: Poupée e Paolo decidono di “riposarsi” in campagna e lì cominciano a scoprire il gusto dell’autoanalisi e della contemplazione. L’esperienza indiana dà i suoi frutti e la saggezza taoista viene loro in soccorso. I due protagonisti cercano di scoprire (non ridete) il senso della vita. In Oserò turbare l’universo? riaffiora l’ossessione del ritratto della musa: Poupée. Sfortunatamente la prima parte del film (che era in 2 parti) è andata perduta durante un viaggio dal Sud America all’Europa» (Paolo Brunatto).
 
ore 21.00
Vieni dolce morte (dell’ego) (1967-68)
Regia, fotografia, montaggio: Paolo Brunatto; durata: 50’
«Il film che non volle essere un “film”, ma una “non-fiction” creativa e liberata, fu realizzato nel 1967/68 durante un viaggio di 9 mesi (come la gestazione di un bambino) da Roma a Kathmandu, attraverso la Grecia , Turchia, Iran, Pakistan e India (e ritorno), a bordo di un pulmino Volkswagen, che era appartenuto al leggendario Living Theatre. La protagonista assoluta del mio non-film è Poupée Cozzi Brunatto, compagna di una vita. Filmare per vivere, per respirare, per contemplare l’illusorietà di tutte le cose e anche delle emozioni. Il riconoscimento della dimensione onirica dell’esperienza esistenziale. Viaggio interiore, dove i luoghi attraversati, le persone, le cose, sono cause secondarie che riconducono incessantemente la visione ad un’esperienza spirituale, che ha come focus la folgorante scoperta della vacuità dell’ego» (Brunatto).
Accompagnamento dal vivo di Vittorio Santoro e Niccolò Contessa (musica composta da Vittorio Santoro) – Ingresso gratuito
 
domenica 23
Carta bianca a… Paolo Mereghetti
Un nuovo appuntamento al Cinema Trevi: “Carta bianca a…”, da un’idea di Goffredo Fofi e Paolo Mereghetti, volta a valorizzare le passioni più nascoste dei critici italiani e a soddisfare quindi la curiosità dei cinefili grazie al recupero di capolavori dimenticati o, comunque, di film meritevoli di essere rivisti. Carta bianca quindi a Paolo Mereghetti, critico del «Corriere della Sera», da sempre nostro collaboratore “ombra” con le schede del suo fortunatissimo dizionario, punto di riferimento per chi scrive di cinema.
 
«Comprimere in soli tre titoli i “guilty pleasures” di una lunga frequentazione cinematografica è praticamente una tortura. E fermarsi ai titoli italiani non aiuta per niente. Anzi, aumenta i tormenti. Così ho deciso di darmi regole ancora più strette, limitando la mia scelta agli anni Cinquanta, cioè agli anni più belli ma anche meno conosciuti del nostro cinema.
Poi, però, ho dovuto fare i conti anche con l’impossibilità (o la difficoltà) di trovare certi film. E così, aspettando di poter finalmente disporre di una copia a colori de La Nave delle donne maledette di Matarazzo o di un positivo proiettabile di Papà diventa mamma di Fabrizi o di Noi due soli di Girolami, Metz e Marchesi, ho scelto tre film per cercare di rendere un po’ di giustizia a registi e filoni ancora troppo dimenticati. Il culto di Leonviola è coltivato, ahimé, solo da pochi, spregiudicati pionieri, quello di Gora regista ha abbattuto qualche steccato ma procede a fatica, quello di Soldati ha dovuto aspettare il centenario della nascita per ricevere un po’ dell’attenzione che merita. Ma quello che mi piace sottolineare è che tutti e tre i film scelti – Noi cannibali, Febbre di vivere e Fuga in Francia – offrono tre declinazioni diverse del melodramma, un genere troppo volte sbrigativamente condannato e invece meritevole di una ben maggiore attenzione. Soprattutto se si vuole capire davvero buona parte della storia del cinema italiano e dei suoi rapporti con gli italiani».
Paolo Mereghetti
 
ore 17.00
Fuga in Francia (1948)
Regia: Mario Soldati; soggetto e sceneggiatura: Carlo Musso, Ennio Flaiano, M. Soldati; collaborazione alla sceneggiatura: Mario Bonfantini, Emilio Cecchi, Cesare Pavese; fotografia: Domenico Scala; musica: Nino Rota; montaggio: Mario Bonotti; interpreti: Folco Lulli, Rosi Mirafiore, Mario Vercellone, Giovanni Dufour, Enrico Olivieri, Pietro Germi; origine: Italia; produzione: Lux Film; durata: 104’
«Dopo la Liberazione , il tentativo di fuga verso Grenoble dell’ex gerarca Riccardo Torre (Lulli) e di suo figlio Fabrizio (Olivieri) si intreccia con quello di tre operai che vogliono emigrare clandestinamente in Francia, il sognatore Gino (Vercellone), il disilluso Tembien (Germi) e il “tunisino” (Du Four), il più allegro e superficiale dei tre. […] Insolito e coraggioso thriller politico, […] costruito sapientemente su due dei grandi temi sociali di quegli anni: il fascismo non ancora rimosso e l’emigrazione come unica prospettiva concreta per trovare lavoro. Un’opera da rivalutare per il cinema italiano e una svolta personale per Soldati che, con uno stile a metà strada tra il neorealismo e l’espressionismo made in Usa (possibili le influenze di Welles), vivifica la sua eleganza compositiva con inquadrature dai tagli irregolari e dall’illuminazione contrastata, con riprese dal basso di primi piani e soffitti incombenti, legati tra loro da un montaggio carico di tensione drammatica. Folco Lulli giganteggia nel ruolo di un fascista senza rimorsi, cinico e crudele (che lo scenografo e costumista Piero Gherardi fa vestire sempre con un inquietante cappottone nero), vera anima dannata di un mondo che sembra ancora appartenergli, ma altrettanta bravura mette Pietro Germi nel disegnare il ritratto dolente del reduce Tembien […] e Soldati nel raccontare la figura del piccolo Fabrizio, a cui la giovanissima età non risparmierà un drammatico confronto con la crudezza della vita» (Mereghetti).
 
ore 19.00
Noi cannibali (1953)
Regia: Antonio Leonviola; soggetto: A. Leonviola; sceneggiatura: A. Leonviola, Gian Gaspare Napolitano, Giuseppe Mangione, Daniele D’Anza; fotografia: Aldo Giordani; musica: Bruno Maderna; montaggio: Roberto Cinquini; interpreti: Silvana Pampanini, Folco Lulli, Milly Vitale, Vincenzo Musolino, Giuseppe Porelli, Gildo Bocci; origine: Italia; produzione: Excelsa Film, Slogan Film, Marea Film; durata: 90’
«Una ballerina d’avanspettacolo, Virginia (Pampanini), e un marginale che si arrangia col contrabbando, Aldo (Musolino), si mettono insieme sperando di rifarsi una vita: lei deve continuamente respingere le avances degli uomini (bellissima la sequenza della festa popolare durante la quale il ballo si trasforma in una specie di stupro collettivo), lui fatica a trovare a lavoro. […]. Straordinario melodramma sceneggiato dal regista con Gian Gaspare Napolitano, Giuseppe Mangione e Daniele D’Anza, che si stacca per forza di stile e d’astrazione dalla produzione corrente di quegli anni. Ambientato tra i baraccati del porto di Civitavecchia (dove il lavoro dello scenografo Luigi Scaccianoce si fonde perfettamente con le riprese del vero), il film sa evitare l’ottimismo ideologico di certo neorealismo e il moralismo consolatorio di tanti melodrammi […]. Recuperando una lezione di stile che viene direttamente dal cinema degli anni Trenta (Clair, Pabst), Leonviola racconta la disperazione senza uscita di chi si sente destinato alla sconfitta con uno stile molto controllato (certe inquadrature, specie dei panorami industriali, ripropongono la lezione della pittura metafisica) e in questo modo evita gli eccessi didascalici che potrebbero derivare dall’uso di elementi dichiaratamente simbolici […]. Straordinario il lavoro di Aldo Giordani sul colore, “filtrato nel Ferrania squillante che illustra la passionalità di una Pampanini da bidonville”, assolutamente convincente in uno dei più bei ruoli di tutta la sua carriera. […]. Leonviola è la maschera che all’inizio del film fa entrare lo spettatore nel teatrino di varietà» (Mereghetti).
 
ore 21.00
Febbre di vivere (1953)
Regia: Claudio Gora; soggetto: liberamente tratto dal dramma Cronaca di Leopoldo Trieste; sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, L. Trieste, Lamberto Santilli, Filippo Mercati [Luigi Filippo D’Amico], C. Gora; fotografia: Enzo Serafin, Oberdan Troiani; musica: Valentino Bucchi; montaggio: Mariano Arditi; interpreti: Massimo Serato, Marina Berti, Anna Maria Ferrero, Marcello Mastroianni, Sandro Milani [Alessandro Mancinelli-Scotti], Nyta Dover; origine: Italia; produzione: P.A.C. (Produzione Artistica Cinematografica); durata: 110’
«Ribelle e amorale, Massimo (Serato) si vede costretto a confrontarsi con le proprie azioni quando scopre che la fidanzata Elena (Ferrero) è incinta e Daniele (Mastroianni), che lui aveva tradito, esce di prigione. Per cavarsi d’impiccio cerca di piegare ai propri voleri il giovane Sandro (Milani) e l’ex fidanzata Lucia (Berti), ma questa volta l’esito delle sue azioni sarà ben più tragico. Uno dei più insoliti e crudeli film dei primi anni Cinquanta, che tra i primissimi punta l’obiettivo su personaggi di giovani borghesi ai margini del bel mondo romano. […] il film rivela, dietro una trama non perfettamente controllata e qualche dialogo un po’ troppo letterario, un moralismo acre e spregiudicato, decisamente controcorrente per quegli anni (per esempio parlando di aborto – cui Massimo costringe Elena – come di una pratica molto conosciuta nella rispettabile, e religiosa, borghesia). Problemi finanziari rallentarono le riprese iniziate nel 1951 e permisero la distribuzione del film solo due anni dopo» (Mereghetti).
 
lunedì 24
chiuso
 
martedì 25
ore 17.00
Vergogna, schifosi! (1968)
Regia di Mauro Severino; soggetto: M. Severino; sceneggiatura: M. Severino, Giuseppe D’Agata; fotografia: Angelo Lotti; musica: Ennio Morricone; montaggio: Gian Maria Messeri; interpreti: Lino Capolicchio, Marilia Branco, Roberto Bisacco, Daniel Sola, Ivano Davoli, Claudia Giannotti; origine: Italia; produzione: Filmes Cinematografica; durata: 95’
Thriller contestatario con venature sperimentali e musiche di Morricone passate alla storia. L’oggetto dello scandalo sono le deviazioni della borghesia bene della Milano di fine anni ’60. Lino Capolicchio, che dopo Escalation dimostra un certo attaccamento al genere, è un pittore hippie messo alle strette dai suoi amici professionisti perfettamente integrati nella società dei consumi, perché allarmati da strane lettere anonime di ricatto intorno a un terribile avvenimento sepolto nel loro passato. Anche in questo caso siamo di fronte ad un’opera ingiustamente invedibile da decenni, mai circolata in nessun supporto per l’home-video né trasmessa facilmente dai circuiti televisivi.
 
ore 18.45
Ciao, Gulliver (1970)
Regia: Carlo Tuzii; soggetto e sceneggiatura: Barbara Alberti, Amedeo Pagani, Antonello Campodifiori, Aldo Nicolaj, C. Tuzii; collaborazione alla sceneggiatura: Rosanna Mattioli; fotografia: Marcello Gatti; musica: Piero Piccioni; montaggio: Carlo Tuzii; interpreti: Lucia Bosè, A. Campodifiori, Enrico Maria Salerno , Lorenzo Piani, Marco Ferreri, Sydne Rome; origine: Italia; produzione: Pont Royal Film TV; durata: 110’
Altro film ingiustamente invisibile, altra chicca da riscoprire assolutamente. Carlo Tuzii è un regista di estrazione televisiva (ha lavorato in Rai dal 1963 come produttore e regista di inchieste). Nel 1967 esordisce nel cinema dirigendo il suo primo documentario (Amen, premiato a Venezia), e tre anni dopo firma il suo primo e unico lungometraggio per il grande schermo, Ciao, Gulliver, «lucido atto d’accusa (in parte autobiografico) contro la censura di cui cade vittima un giovane fotoreporter e, in senso lato, critica spietata dei mezzi d’informazione. Autore scomodo, amante di un cinema d’impegno, come produttore (è titolare della Pont Royal Film Tv) finanzia opere di M. Brenta, G. Amico, E. Brook, F. Maselli, F. Carpi e altri» (Poppi). Ma Ciao, Gulliver è anche un manifesto pop, a tratti creativamente delirante, visionario, nichilista e con due presenze eccezionali: un misurato e sempre bravo Enrico Maria Salerno e la folgorante ma breve apparizione di Marco Ferreri nelle inconsuete vesti di un frate predicatore.
 
a seguire
Presentazione del libro Marco Ferreri. Un milanese a Roma, a cura di Stefania Parigi e Graziella Azzaro (Fuori Luogo, Roma, 2007). Interverranno oltre alle curatrici gli autori dei saggi. Moderatore: Francesco Crispino
 
a seguire
Marco Ferreri: un autoritratto (2008)
Regia e montaggio: Giordano De Luca, Pierpaolo De Sanctis; sceneggiatura: Stefania Parigi; voce: Stella Novari; durata: 16’
Ferreri allo specchio: gli animali, le donne, il cibo, l’arte, il circo, la morte, il cinema. «Come quei collezionisti che vanno in giro a caccia di farfalle, io voglio andare a caccia di immagini. Non voglio “dire”, voglio rappresentare: le immagini dell’uomo e quelle della società che gli sta attorno. Faccio film a sensazione, non a tesi, che sviluppano emotivamente il malessere generale. Mi limito a raccogliere immagini di oggi che prendono alla pancia. Cerco di usare l’abbiccì più fantastico, più fisiologico, comune a tutti gli uomini» (Marco Ferreri).
 
ore 21.30
La notte dell’ultimo giorno (1972)
Regia: Adimaro Sala; soggetto e sceneggiatura: Laura Toscano; fotografia: Aldo Greci; musica: Stelvio Cipriani; montaggio: Tonino Salce; interpreti: Tony Kendall [Luciano Stella], Erna Schurer, Marina Malfatti, Enrico Maria Salerno, Franco Fabrizi, Corrado Pani; origine: Italia; produzione: Cine Uno; durata: 84’
Beppe Banti (Tony Kendall) è un regista che si ribella contro la cosiddetta società dello spettacolo. Odia i produttori, il cinema commerciale, specialmente il western all’italiana. È impegnato nella realizzazione de La fiammata, un film dai contenuti rivoluzionari, ovvero la storia di un impiegato che all’improvviso non accetta più la sua quotidianità. Ma a poco a poco la vita privata del cineasta cade a pezzi. Oggetto stranissimo e invisibile, venerato da una certa cinéphile, La notte dell’ultimo giorno è un esempio riuscito di film nel film con un montaggio particolare e una musica lounge di Stelvio Cipriani indimenticabile. Per Marco Giusti il film, che ebbe scarsa distribuzione, è «grandioso, del tutto fuori di testa». Per Pietro Bianchi «è sovraccarico di simboli come una villa della Costa Azzurra costruita al tempo del modern style». Il regista Adimaro Sala ha lavorato nei primi anni Cinquanta prima come truccatore, successivamente come produttore. In qualità di regista ha realizzato in tutto cinque film. «Dopo il curioso La notte dell’ultimo giorno (1972), sorta di riflessione sull’impossibilità di fare arte nel cinema, del regista si perdono le tracce» (Poppi). In realtà negli ultimi anni si è dedicato alla scrittura.