Se di tutto resta un poco. Sulle tracce di Antonio Tabucchi, di Diego Perucci

“Perché poi alla gente piace raccontare (…) se uno è disposto a sentire”. E la gente per Antonio Tabucchi, scrittore fondamentale del secondo Novecento, e profetico quanto basta per non essere amato in patria ai tempi del berlusconismo, è quella incontrata per strada tra Italia, Parigi e Lisbona. Sei anni dopo la scomparsa, l’autore di Notturno indiano e Sostiene Pereira, rivive in Se di tutto resta un poco, il bel documentario di Diego Perucci sulle tracce di Antonio Tabucchi. Attraverso una ricca carrellata di testimonianze, foto familiari, registrazioni in voce dello scrittore, scorci e panoramiche di luoghi dell’anima, e appunti e oggetti personali del Fondo Tabucchi presso la Biblioteca Nazionale francese, il film ripercorre le tappe, di vita e scrittura, del lungo viaggio del narratore da Pisa, dove era nato, a Lisbona, dove è sepolto, cercando di far luce sull’insofferenza “civile” di un intellettuale dalla parte degli ultimi e sull’isolamento “incivile” pagato negli ultimi anni.

Il j’accuse più forte è affidato all’amico pittore, Davide Benati, che ricorda le quotidiane sortite del “Foglio” di Ferrara contro Tristano muore, gli articoli di Tabucchi censurati in Italia e pubblicati da “Le Monde”, la solitudine crescente: “negli ultimi anni aumentava la sua inquietudine. Il patrimonio dei suoi scritti non ce li abbiamo noi ma i francesi. (…) Antonio il suo paese l’amava moltissimo ed è un paese che pare non solo che non lo abbia amato, ma che lo abbia detestato.”. Un disagio cominciato negli anni del craxismo e culminato per Antonio Melis, collega di insegnamento a Siena insieme ad Antonio Prete, nella “tragica era berlusconiana” quando Tabucchi veniva accusato ingiustamente di assenteismo o quando, insonne per “assilli politici”, poteva telefonare di notte all’amico scrittore Alfonso Diego Casella “per fermare le rotative e cambiare una parola”. Perché per Tabucchi, uno che, a detta del figlio Michele, “non riusciva a vivere in un posto solo”, la lingua era l’unica patria possibile, da “mettere in tasca e portare dietro” durante ogni viaggio o tappa della sua esistenza divisa. In Portogallo, dove si rifugiava per scrivere, era approdato giovanissimo sulle tracce di Fernando Pessoa, di cui fu traduttore, trovandovi anche Maria José de Lancastre, amore di una vita. In Italia insegnava all’università di Siena, accademia di accademici “fuori dal coro” raccontata da Maurizio Bettini. Preziosi anche i contributi dedicati all’impegno di Tabucchi nella lega di cultura di Piadena per salvare dall’estinzione gli ultimi riti contadini. O a quello per i rom della periferia di Firenze, fianco a fianco con don Alessandro Santoro. Gli interventi di Paolo Mauri, Massimo Popolizio e Paolo di Paolo. E quello di Anna Dolfi, curatrice dell’opera postuma Di tutto resta un poco.

Ne vien fuori il ritratto di uno spirito pendolare e cosmopolita, che convince francesi e giapponesi ma non gli italiani: “la dissoluzione dei confini, il cosmopolitismo affascina i giapponesi, ma non è accettato volentieri dagli italiani; l’Italia non è il suo paese ormai, la lingua italiana invece è il suo paese” chiosa Tadahiko Wada, traduttore giapponese dello scrittore. Una lezione di cocente attualità che esita in “piccola saggezza” da viaggio consegnata all’incipit: “Forse il viaggio può dare questa piccola saggezza – dice Tabucchi – Il terreno che calpestiamo è tutto in prestito. Non è vero che se stiamo sempre in un luogo, quel luogo diventa nostro, che la pianta dei piedi fa diventare nostro quel terreno. Tanto un giorno voleremo via comunque”.

 

Regia: Diego Perucci
Distribuzione: EchiVisivi in collaborazione con laeffe – La TV di Feltrinelli, Real Cinema – Feltrinelli Editore e Movieday.
Durata: 55′
Origine: Italia, 2018