Sentieri selvaggi 21!

Una passione selvaggiaDal volume UNA PASSIONE SELVAGGIA, di Carlo Valeri e Sergio Sozzo, Edizioni Sentieri selvaggi, 2008 – ORDINA QUI

 

CAPITOLO 1 – The Beginning

 
Il Premio Adelio Ferrero viene istituito nel 1980 presso il comune di Alessandria. Si tratta di un concorso per giovani saggisti e critici di cinema per partecipare al quale basta inviare un testo scritto da autori italiani che non siano già stati pubblicati precedentemente su riviste o quotidiani. Siamo a metà degli Anni ’80 quando nel gruppo dei finalisti compaiono i nomi di Federico Chiacchiari, Demetrio Salvi e Massimo Causo.
Per certi versi la storia di Sentieri selvaggi inizia da qui. Con un’amicizia immediatamente sbocciata durante la premiazione di un concorso e un’altra semplicemente rimandata a pochi anni dopo. Demetrio Salvi – che quell’anno ottiene il secondo Federico Chiacchiari e Demetrio Salvi, nel 1990premio con un lavoro dedicato a Tullio Pinelli – è un giovane insegnante di italiano con la passione per la scrittura e per la regia. Nato a Napoli nel 1961, sta per iniziare la sua attività di documentarista (che praticherà con grande intensità tra il 1986 e il 1990) e di insegnante in Friuli. Da non molto tempo ha acquisito una laurea in Sociologia delle Comunicazioni di massa presso la cattedra di Alberto Abruzzese all’università Federico II di Napoli, ed è proprio la sua conoscenza di Abruzzese a suscitare l’immediato interesse del quasi coetaneo – nasce a Roma nel 1960 – Federico Chiacchiari, durante i due giorni di permanenza ad Alessandria. La formazione culturale, cinematografica ed organizzativa di Chiacchiari ha per parte sua le radici nell’Estate Romana di Massenzio e nelle rassegne cinematografiche organizzate da Enzo Ungari e Renato Nicolini.
Tra le cose che sembrano unire da subito Federico e Demetrio ci sono una passione viscerale per il cinema, aliena da ogni dogmatismo accademico e di “nicchia”, e conseguentemente una evidente insoddisfazione verso il panorama delle riviste cinematografiche italiane. Tralasciando il mensile Ciak, periodico molto venduto e dal taglio prevalentemente informativo, la critica cinematografica degli Anni ’80 si dirama in tre riviste storiche fondamentali: Filmcritica, Cineforum, Segnocinema. Tutte e tre le testate godono della stima di Chiacchiari e Salvi, sebbene nessuna di esse riesca a rappresentare completamente il modello ideale dei due giovani scrittori. Non ci vuole molto affinché i due inizino a pensare, quindi, a un contenitore culturale innovativo e “aperto”, a suo modo antiistituzionale e lontano dalle ghettizzazioni intellettualistiche del cinema colto, spesso contraddistinto da una scrittura tortuosa e distante.
Nella collaborazione tra Chiacchiari e Salvi emergono due personalità diverse, ma dall’alchimia perfettamente funzionale: il primo dall’impostazione culturale onnivora e imprenditorialmente aggressiva e ambiziosa, il secondo più interessato alla creatività letteraria e realizzativa. Difficile ovviamente tracciare delle suddivisioni precise nei ruoli e nella impostazione del lavoro tra i due giovani critici, anche se l’idea di creare una rivista di cinema di forte personalità e complessità interdisciplinare è indiscutibilmente da attribuire a Federico Chiacchiari.
La grande forza della concezione che è alla base di Sentieri selvaggi risiede soprattutto nell’orizzontalità culturale del suo ideatore, nella sua impostazione intellettuale onnicomprensiva e nella capacità di gestire al meglio e indirizzare verso un equilibrio critico il talento letterario e libero da ogni dogma accademico di Demetrio Salvi prima, e dei successivi collaboratori poi.
Personalità dall’ispirazione ondivaga e dalla formazione culturale variegata e profondamente autodidatta, Federico Chiacchiari persegue un amore cinematografico la Grande Scimmia, King Kongche si oppone alla cinefilia claustrofobica di molti suoi coetanei cresciuti nei cineclub o nelle università. A lui piace la commistione delle cose e vede nel pensiero di un grande scrittore di cinema e comunicazione come Alberto Abruzzese non solo un’innegabile fonte di ispirazione ma anche il punto di riferimento più ambito. Da questo punto di vista, considerato anche la stima che lo stesso Salvi nutre nei confronti di Abruzzese, non è un’eresia riconoscere nell’autore de La grande scimmia[1] una sorta di autentico padre putativo di Sentieri selvaggi. L’ironia della sorte vuole poi che, nonostante questo forte legame, la collaborazione tra Alberto Abruzzese e la rivista sia stata tutt’altro che prolifica ma limitata anzi a un isolato intervento nel numero cartaceo del maggio 1998, “Per una critica cattivista” – articolo rientrante peraltro in uno degli speciali più coraggiosi e dirompenti della storia di Sentieri, ovvero quello “contro un certa tendenza del cinema di sinistra”.
L’ombra lunga di Alberto Abruzzese, la sua capacità di parlare di cinema attraversando temi e forme espressive di vario genere, sono del resto innegabili e immediatamente rintracciabili già nei primi numeri della fanzine, negli argomenti che la compongono, nello stile della scrittura e nella concezione dei testi.
La presenza stessa, tra i collaboratori del primo periodo, di un acuto filosofo come Alberto AbruzzeseAnselmo Aportone e del disegnatore fumettista Antonio Franzese, dimostra esplicitamente il percorso “nuovo” e “universale” tracciato da Sentieri. Novità che emerge perentoriamente già dal tema con cui si decide di dare vita alla “creatura” di Salvi e Chiacchiari.
Il primo, a suo modo storico, numero di Sentieri selvaggi è infatti dedicato al cinema demenziale e, in particolar modo, a John Belushi. Sono poche pagine che vengono fatte circolare nelle università, nelle librerie e biblioteche della capitale, come supplemento alla rivista Philosophema, che ben presto destano l’attenzione di lettori e addetti ai lavori.
Viene stampato nell’aprile del 1988, sulla copertina c’è una fotografia in bianco e nero che ritrae John Belushi e Dan Aykroyd durante le riprese del film di Steven Spielberg 1941: Allarme a Hollywood. Sotto il logo della rivista, ideato da Fabrizio Vezzino, compare il titolo: Belushi & Co., profili, schede, letture, storia del cinema comico demenziale’.
Partire dal demenziale significa dare subito un segnale forte alle altre riviste di cinema. È un genere che grazie a cineasti Sentieri selvaggi, primo numero aprile 1988come John Landis, Ivan Reitman, David e Jerry Zucker e ad attori come Belushi, Dan Aykroyd e Chevy Chase rivoluziona alla fine degli Anni ‘70 non solo il genere comico specifico, ma il gusto e la fruizione cinematografica tutta. Un genere che pur non piacendo alla critica colta (e anzi forse proprio per questo) finisce con il registrare un successo popolare incredibile, soprattutto presso le nuove generazioni, con film come Animal House, L’aereo più pazzo del mondo, The Blues Brothers, Top Secret e Scuola di polizia e rivelando quasi immediatamente il suo “essere da un lato profondamente dentro gli Anni ‘70, dall’altro immediatamente teso in avanti verso le trasformazioni culturali-produttive degli Anni ‘80, con in più un’originale rilettura del passato cinematografico”[2].
Oltre ovviamente ad articoli scritti da Federico Chiacchiari e Demetrio Salvi, il primo numero di Sentieri si avvale, nonostante le sue piccole dimensioni, di importanti collaborazioni: il già citato Anselmo Aportone è presente con un testo di matrice filosofica intitolato ‘Il bello del demenziale’, mentre del critico Roberto Silvestri – giornalista e critico cinematografico che pur non essendo mai entrato direttamente nella redazione della rivista si rivelerà negli anni a seguire profondamente vicino allo spirito di Sentieri selvaggi – viene riutilizzato un testo pubblicato su Il Manifesto all’indomani della morte dell’attore John Belushi.
Quando si arriva all’ultima pagina di ‘Belushi & Co.’ compare un testo intitolato ‘Ladri di critica’ scritto a quattro mani da Federico Chiacchiari e Demetrio Salvi. È la dichiarazione programmatica dei due giovani autori. Quella in cui vengono tracciate la linea editoriale, il pensiero e la filosofia che c’è dietro Sentieri selvaggi. Riporteremo il testo qui di seguito nella sua integrità, perché nel suo spirito apertamente ludico e provocatorio ci sembra rappresenti perfettamente l’identità di Sentieri e allo stesso tempo la sua mobilità perenne. E rileggere le seguenti righe finisce con l’essere illuminante non solo per capire il passato di Sentieri selvaggi, ma anche per inquadrarlo perfettamente nel suo presente e nei suoi percorsi futuri.  
 
“Innanzitutto una precisazione: questa che avete tra le mani non è né una fanzine né una rivista. È un qualcosa che ha lo spirito provocatorio, marginale, differenziale di una fanzine e ambizioni, serietà, voglia di ricerca e di indagine di una rivista. Ma che non ha né il settarismo e il fanatismo necessari alle fanzines né la presunzione, il grigiore, la convinzione di poter parlare di tutto un argomento – esaurendolo quasi – di una rivista.
Questa cosa è soprattutto un invito al piacere. Piacere per il cinema come qualunque altra cosa. Ed è per questo che abbiamo preferito, nel realizzarla, seguire le indicazioni ed i percorsi che il nostro corpo, voluttuosamente, proponeva. Abbiamo accettato di essere aperti a qualunque esperienza, divertendoci a scatenarci in fantasie perverse, piacevolmente attratti da tutto quanto potesse solleticare (anche) il nostro intelletto.
In questo senso vorremmo porci come una esplosione pirotecnica che può accompagnare il dissolversi della critica: infinità dei testi possibili e dei codici in essi interagenti, inconoscibilità dei testi pur nella loro fruibilità, insufficienza del sapere critico che non può aggrapparsi a uno specifico. L’aspecificità infatti, e quindi il lavoro sulle contaminazioni, sarà la nostra tendenza di fondo.
A ciò si aggiunge il tentativo di sperimentare e proporre un tipo di lettura che contempli, al suo interno, vari livelli di originalità e di gioco, a partire dall’eventualità di una critica trasversale, che non si limiti allo studio del prodotto finito, che recuperi sensi e significati altrimenti perduti, che finalmente saggi il terreno per un’analisi non superficiale dell’immaginario collettivo cinematografico. Una lettura che sappia affrontare il rischio di sbagliare, di prendere delle cantonate terribili, che riutilizzi tutto ciò che viene rifiutato dalla critica colta, riciclandolo e convalidandolo biologicamente…
L’aspecificità degli interventi sarà quindi programmatica, volontaria, con l’obiettivo rivolto ad una pratica di gioco con l’oggetto, dilatando ciò che pare secondario, restringendo ciò che sembra inquietante, contraddicendo i testi continuamente e utilizzando focali diverse fino a fare di un punto una macchina e di un elefante un moscerino.
Contaminazione dei testi filmici, contaminazione dei testi critici; il riutilizzo, il riciclaggio come teoria (ecologica) del cinema vale per tutto, e quindi come molti autori sono stati ladri di cinema di altri registi così noi lo saremo di altri critici-studiosi. E, naturalmente, non avremo vergogna o timore di osare confondere serio con faceto e viceversa. Il nostro punto di vista sarà, spesso, mutevole: nulla di costituito verrà privilegiato (si pensi alla figura del regista), ma comunque concentreremo la nostra attenzione non tanto su ciò che i film sembrano dire ma piuttosto in quanto non dicono e tuttavia praticano attraverso un tipo di comunicazione tra emittente e ricevente diverso da quello dei contenuti.
Proprio perché crediamo che l’immaginario collettivo pare sollecitare e venire sollecitato mediante pratiche linguistiche che esistono tra i vuoti del testo piuttosto che nella struttura evidente dell’opera, siamo convinti che è proprio qui, tra questi vuoti, tra questi sentieri, tra questi territori imbattuti che si cela il nostro piacere. È in questi luoghi che siamo diretti. Consigliamo un bagaglio leggero a chi voglia seguirci…”
FCDS 
 
La vita di Sentieri selvaggi parte da qui. Il dado è tratto. Il sogno dei due fondatori viene marchiato dalle quattro iniziali che ricordano un po’ simpaticamente sia i gruppi di avanguardia di inizio secolo che gli anagrammi fanciulleschi tra compagni di banco. 
L’intero testo di questa dichiarazione di intenti apre spiragli nuovi per la critica cinematografica e non solo, attira l’attenzione di cinefili e futuri collaboratori. La modernità (o postmodernità?) da cui il progetto prende le mosse è sbandierata con vigore e leggerezza assieme. La stessa dimensione su Internet, impensabile nel 1988, appare meno casuale dopo aver letto il primo “manifesto selvaggio”. Tutto già scritto. Il futuro non è poi così lontano…
Il secondo numero della fanzine è da considerarsi per certi versi il primo vero numero della rivista come realizzazione di un lavoro redazionale di gruppo. Nel domicilio romano di Federico Chiacchiari avviene la prima riunione di Sentieri selvaggi, a cui partecipano Demetrio Salvi, Daniela Catelli, il giovanissimo Marco Martani e Marco Marinelli. Il progetto a cui si lavora sembra riprendere programmaticamente la dichiarazione d’intenti del primo numero: concepire una rivista poliedrica e trasversale, per certi versi sfuggente ai dogmi della critica istituzionalizzata e capace di sporcarsi le mani direttamente con il tanto vituperato cinema di genere. Così, dopo il demenziale, sono l’horror e le sue contaminazioni a suscitare l’interesse dei “selvaggi”. E vengono presi come punti di riferimento registi il cui status autoriale è tutt’altro che riconosciuto: John Carpenter, Walter Hill, David Cronenberg, Brian De Palma, Joe Dante, Steven Spielberg, Lawrence Kasdan e l’imprescindibile John Landis.
Nel frattempo canali distributivi insperati sembrano aprirsi a Sentieri selvaggi. Essi hanno a che fare con i rapporti sempre più stretti tra Federico Chiacchiari e Cineforum, e la stima indiscutibile che il direttore Sandro Zambetti nutre nei confronti del primo. Già da un po’ di tempo del resto Federico Chiacchiari ricopre un ruolo non trascurabile nella rivista ideata nel 1961 da Camillo Bassotto e Francesco Dorigo, con articoli che suscitano immediatamente un certo interesse presso lettori e colleghi (su tutti ricordiamo un importante saggio incentrato su un audace accostamento tra maccartismo e cinema noir statunitense[3]). Attratto dalle potenzialità emerse dal piccolo numero sul demenziale, il direttore Sandro Zambetti decide, da un lato con affettuosa generosità e dall’altro con grande lungimiranza, di “ospitare” questa strana rivista nata a Roma all’interno della sua Cineforum. È un passo importante e unico nella storia della critica italiana quello compiuto da Zambetti. Per la prima volta una rivista storica di cinema, decide di accogliere dentro se stessa un corpo critico e redazionale estraneo e controverso, per certi versi antitetico. La verità indiscutibile è che ben presto Sentieri selvaggi contribuirà in modo determinante allo svecchiamento di Cineforum, all’innesto di piccole microfratture filosofiche e tematiche che in parte andranno a scontrarsi con la rigidità accademica della rivista, ma dall’altro la contageranno impercettibilmente verso una metamorfosi graduale.
È del resto fin troppo evidente il fatto che, nonostante questo “accorpamento”, Sentieri selvaggi manterrà sempre un’identità distinta dalla rivista bergamasca. Durante gli anni di convivenza con Cineforum, sarà soprattutto ‘Squarci di cinema’, rubrica pensata per il mercato home video da Chiacchiari & Co. e da loro stessi realizzata, la fusione più compiuta tra le due riviste. ‘Squarci di cinema’ farà il suo esordio sul numero 311 di Cineforum, alcuni anni dopo quindi la nascita della fanzine, e sarà l’occasione per Sentieri selvaggi da una parte di occuparsi di un settore, quello dell’home video appunto, in continua evoluzione e che ricoprirà un ruolo fondamentale in tutta la storia della rivista, e dall’altra di poter realizzare, senza ricorrere necessariamente alla fanzine, quei piccoli speciali dalla natura sottilmente eversiva e dedicati a temi sempre diversi (i bad boys del cinema americano Anni ’80, il cinema di sangue d’autore, la cinematografia di Van Damme, ecc.) curati in prima persona da quelle che nel corso dei primi Anni ‘90 diventeranno le firme storiche di Sentieri, come ad esempio Giuseppe Gariazzo, Massimo Causo, Giona A. Nazzaro e Simone Emiliani.
Sentieri selvaggi, secondo numeroIl secondo numero della fanzine dal titolo Cinema della mutazione: tendenze trasgressive per il film di consumo’ esce quindi all’interno di Cineforum nel gennaio 1989. Le prime righe dell’editoriale fanno ancora oggi una certa impressione per come riescono a inquadrare, con lucidità presumibilmente inconsapevole, la natura e il futuro della rivista, stabilendo un collante ideale con lo spirito audace che aveva permeato la dichiarazione ‘Ladri di critica’: “Sentieri selvaggi non nasce né ora né qui. Una delle caratteristiche che preferisce esibire riguarda la sua capacità di mutarsi in altro, fino a poter diventare ogni cosa.(…)”
È la trasformazione del cinema e del modo di guardare e giudicare il cinema il tema attorno a cui ruotano tutti gli articoli del numero, che attraversano le tematiche del corpo, del tempo, del concetto di “sacro”, dello spazio architettonico, prendendo sempre in esame la cinematografia sovversiva e mutante degli Anni ’80 e il ruolo di questo cinema all’interno della società. La rivoluzione tecnologica e contenutistica del cinema amato da Sentieri coinvolge inevitabilmente tutto un livello di fruizione spettatoriale e di giudizio critico che la fanzine non esita a sottolineare: “Siamo alla fine degli Anni ’80, il cinema è mutato, lo spettatore pure. In attesa che la critica si dissolva, esploda e muti anch’essa… “(Body in progress, la rivoluzione permanente del cinema mutante, p.34).
Sentieri selvaggi, terzo numeroPer quanto Sentieri selvaggi continui a essere una “creatura” di Salvi e Chiacchiari, già dal secondo numero un importante ruolo comincia a esser ricoperto dagli altri collaboratori, in particolar modo Marco Martani e Daniela Catelli, che con la loro passione e competenza si integrano perfettamente con lo spirito della fanzine. A essi si aggiunge ben presto Giuseppe Gariazzo, il quale inizia a figurare come collaboratore già nel numero successivo di Sentieri selvaggi, quello – ai tempi clamorosamente attuale – dedicato a Il cinema manipolato: dalla produzione al consumo’ del settembre 1989. A distanza di anni non è difficile individuare in questo terzo numero il tentativo più diretto da parte della fanzine di affrontare in modo frontale una certa realtà sociale, politica e culturale del nostro paese. È forse lo speciale più direttamente legato a un presente italiano. In gran parte incentrato sui cambiamenti fruitivi dell’oggetto filmico all’interno dei meccanismi di comunicazione a cavallo tra gli ’80 e i ’90, almeno trasversalmente il numero assorbe alcuni aspetti della realtà politica italiana di quegli anni: la polemica sugli spot televisivi e quella della manipolazione elettronica nei sistemi di comunicazione. È sotto alcuni aspetti il numero che più esplicitamente si rifà alla critica tele-visiva “inventata” da Enrico Ghezzi e Marco Giusti su Raitre proprio sul finire del decennio. Del resto solo un anno dopo l’uscita del terzo numero, nell’agosto 1990, viene promulgata in Italia la legge Mammì, con cui si sancisce definitivamente il bipolarismo telecomunicativo ancora oggi esistente e che ad alcuni sembra essere una vittoria del privatismo liberale: televisione pubblica da un lato e Fininvest (successivamente denominata Mediaset) berlusconiana dall’altro.
 




[1] La grande scimmia. Mostri, vampiri, automi, mutanti. L’immaginario collettivo dalla letteratura al cinema e all’informazione (Ed. Napoleone) è probabilmente il testo cinematografico più importante di Alberto Abruzzese. Nato a Roma il 14 agosto 1942, Abruzzese è sociologo, scrittore, critico e saggista, autore prolifico di volumi che riguardano letteratura, cinema, sociologia della comunicazione e della pubblicità, mediologia e industria culturale. Tra le sue innumerevoli opere ricordiamo L’occhio di Joker. Cinema e modernità (2006) Ed. Carocci e il romanzo horror Anemia (1982).
[2] F. CHIACCHIARI, Più a sinistra di Marx (Groucho), Belushi & Co., Sentieri selvaggi, aprile 1988
[3] F. CHIACCHIARI, “Nero su nero: Hollywood tra “blacklist” e film “noir”, Cineforum n. 254, maggio 1986