Sentieri Selvaggi Playlist #12 – A hard day’s night

Il bello del film di Richard Lester del 1963 è che fu pensato come una sorta di cartolina ricordo dei Beatles che, si immaginava, nel 1963, avrebbero raggiunto il loro apice di notorietà e poi sarebbero scomparsi dalla scena musicale. Mai previsione fu più sbagliata e miope. A hard day’s night, prima apparizione dei Beatles sulla scena cinematografica (sarebbero seguiti tra gli altri Help e Yellow submarine, imperdibile digressione nell’animazione), non fu concepito come un film musicale. Anzi in realtà i quattro giovani musicisti di Liverpool non avrebbero sopportato un film in cui improvvisamente, nel bel mezzo dell’azione, qualcuno avrebbe iniziato a cantare. Con un’operazione di verità il film avrebbe dovuto solo raccontare una storia che apparteneva alla quotidianità della loro vita in quegli anni così concitati. Il titolo nasce da una delle tante espressioni o giochi di parole come si preferisce, di Ringo Starr.
Richard Lester è stato il regista perfetto per questo film in cui le canzoni fanno parte della storia e nel finale della grande e breve stagione del free cinema A hard day’s night risente di quel senso di ritrovata libertà che quel movimento aveva diffuso. Mentre oltremanica la nouvelle vague rinnovava i locali dell’intera cinematografia europea, qualche anno prima, i registi inglesi avevano trovato la chiave di volta per raccontare le persone e i quartieri, per entrare, con il cinema, dentro la vita della gente dei suoi divertimenti domenicali e della musica come manifestazione di una diversità necessaria ed esibita. Quando nel 1963 il film venne realizzato l’epopea del free cinema volgeva al termine, quella musicale dei Beatles era, se non proprio agli esordi, sicuramente all’inizio.
Richard Lester, classe 1932, è un regista statunitense che trovò il suo perfetto habitat nella Londra di quegli anni e le sue regie fantasiose e i suoi film sul filo della surreale narrazione si adattavano perfettamente allo spirito che i Beatles cercavano per il loro esordio nel cinema. A hard day’s night precede quel piccolo e misconosciuto capolavoro di nonsense, tipicamente inglese, di esibito e sincero anarchismo che è stato il film successivo dell’autore The knack… and how to get it, che in Italia circolò brevemente con il volutamente equivoco titolo di Non tutti ce l’hanno. Una leggera allusione sessuale per dire di quell’indefinibile fascino che cattura la psicologia femminile. Due film nei quali si respira la stessa aria e la stessa sensazione di necessaria libertà.

La canzone che da il titolo al film e che avrebbe dato anche il titolo all’album che di li a poco i quattro di Liverpool avrebbero realizzato, era nata su commissione. Evento rarissimo nella coppia McCartney – Lennon che scrivevano secondo la propria ispirazione. Ma mancava il pezzo di apertura e chiusura del film e così l’espressione originale di Ringo diede la stura al titolo del film e ispirò canzone e musica.
A guardare il film ci si rende conto che tutto ebbe inizio da lì per quello che negli anni gif critica 2successivi sarebbe accaduto nel pop e nel rock e nelle sua varie declinazioni. Ancora oggi, quella semplice armonia musicale che il brano dei Beatles esprime, conquista e affascina e appare lucidamente contemporanea nonostante il tempo trascorso, come quasi tutta la produzione dell’inimitabile quartetto. Una musica, quella dei Beatles, che ha anche ispirato rivolte culturali contro i regimi dittatoriali, la dove le loro esibizioni e i loro dischi erano proibiti, come si apprende dal bel film documento Come i Beatles sconvolsero il Cremlino di Leslie Woodhead, rintracciabile sui palinsesti di Sky Arte. L’influenza di quella musica sulla cultura dei musicisti russi sarebbe impensabile, ma al contempo conferma il valore provocatorio di quelle produzioni dietro la patina del pop leggero e facilmente digeribile.
Ci si accorge sentendo e risentendo la canzone e le altre, che compongono l’omonimo album, anche se non tutte inserite nel film, dell’eccezionale dinamismo musicale che le accompagnava, ci si accorge della carica trasgressiva che risiedeva in quella musica nonostante la semplicità scenografica dell’epoca. Quello che colpisce, ancora oggi è dunque la freschezza di quelle armonie, nonostante l’apparente semplicità degli arrangiamenti. Una costruzione musicale di cui, di ascolto in ascolto, si comprende però la complessità e la ricchezza. Non è un caso che alcune delle musiche dei Beatles abbiano ispirato varie interpretazioni, perfino sinfoniche, segno di una consistenza tutt’altro che eterea come si converrebbe al pop. I ritmi di quelle canzoni oltre che scardinare il panorama musicale dell’epoca sono diventati traccia sempre presente per i nuovi protagonisti della scena.
Ho visto questo film vari anni dopo la sua uscita ed oggi a parte qualche passaggio sulle pay tv, resta nello scaffale del culto, ma chiuso e quasi dimenticato. Solo di recente è stato distribuito in dvd in una bella edizione con molti extra che entrano nei temi musicali dei Beatles e in quelli del cinema del regista.
A conti fatti quello che resta anche dopo questa visione è la immediata riconoscibilità di quella carica provocatoria che i Beatles hanno sempre saputo trasferire anche al cinema e in questo film anche grazie alla genialità poetica di Lester, alla sarabanda di invenzioni che costellano le due giornate che i quattro della band trascorrono per andare da Liverpool a Londra dove dovranno esibirsi.
Come sempre, nella musica e in ogni altra forma espressiva, è la semplicità a ripagare e l’apparente fragilità che le sonorità del pezzo esprimono, si conformano alla classicità e i Beatles restano un quartetto non replicabile. A hard day’s night appartiene a questa categoria, un classico che si porta sempre, che non stinge mai ed è adatto ad ogni occasione.

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