Sentieri Selvaggi Playlist #13 – I’m on Fire

Non ricordo esattamente quando vidi per la prima volta Palombella Rossa. Credo a metà anni ‘90, rigorosamente in VHS, pressoché l’unico modo per immergersi in universi cinematografici passati in una provincia del Sud Italia. La fascinazione personale per il cinema di Nanni Moretti, però, nasceva da suggestioni differenti rispetto a ogni dibattito ideologico che ammantava puntualmente i tanti giudizi critici che leggevo su quotidiani o riviste. Insomma amavo (e amo) i suoi film di soprattutto perché sono riusciti a far vivere (truffauttianamente) un personaggio trasversale che travalica le storie e lo schermo, che soffre e sorride, che canta e ama, che prova passioni e sconfitte, ma che ha sempre il coraggio di confrontarsi a viso aperto con il proprio presente. Michele Apicella è stato per me il personaggio centrale del cinema italiano anni ‘80 proprio perché intercettava un sentimento comune, quell’impalpabile post, un’intima coscienza del proprio tempo e una altrettanto intima appartenenza al passato. Una riflessione sovrapponibile a ogni età della vita. Insomma Moretti è riuscito come pochi a fondere pubblico e privato, individualismo e collettività, creando un immaginario indiscutibilmente cinematografico proprio in un decennio di fortissime mutazioni sociali che il cinema italiano faticava a intercettare come nelle stagioni precedenti. E veniamo alla palombella d’addio a Michele… per l’esattezza a una scena in particolare che ricordo con infinito affetto.gif critica 2

Piscina di Acireale, partita fuori casa per il Monteverde, il risultato è impietoso (9 a 2) e l’allenatore Silvio Orlando urla dalla tribuna che si può ancora recuperare “un gol alla volta, un gol alla volta, un gol alla volta!”. Una radio si accende… parte I’m on Fire di Bruce Springsteen e contagia tutti come una calda carezza. Una canzone così lontana dall’immaginario morettiano (costruito sin lì tra Battiato e Lauzi), in una scena che mi emoziona ogni volta perché segna una pausa, uno scarto di vita, proprio come i momenti di profonda commozione per ognuno di noi (quegli I’m on Fire sinceri e sussurrati, proprio come fa l’immenso Bruce), che hanno sempre un tempo tutto loro. Anzi sono per definizione fuori-dal-tempo. Quella canzone è una parentesi emotiva tra le amnesie e le epifanie, le ossessioni della politica e della famiglia, gli schiaffi perché le parole sono importanti e le tribune televisive dove cantare ogni differenza… unendo in coro dilettanti e professionisti, mentori e allievi, tifosi e infiltrati, arbitri e telecronisti. Un coro che, finalmente, non ha il più sapore amaro di un “ti ricordi? Ti ricordi? Ti ricordi?”, ma ci travolge in un sentimento tutto-presente. Nostalgico eppure affamato di futuro.

 

Moretti ci regala uno dei momenti più commoventi del cinema italiano anni ’80, segnando la fine di un’epoca (i partiti, le battaglie ideologiche e le “grandi narrazioni”), di un personaggio (Michele Apicella) e di un modo di amare/criticare il cinema. Quel momento è la carezza immaginaria che Moretti lancia al suo mondo prima di confinarlo in un (Caro) Diario scritto irrimediabilmente da adulto. Ma quel momento non è solo suo e non ha un tempo (pre)definito. Rivisto oggi, nel 2017, lo vivo ancora come una parentesi tra i miti dell’infanzia (Il Dottor Zivago, le bellezze del cinema classico e il mare della mia provincia) e la piscina dell’età adulta dove le palombelle di vittoria si fanno sempre più ardue e dove i singoli “momenti” strappati alla bagarre sono quelli che contano.

Nota a margine: dell’imponente costrutto immaginario creato dalle canzoni di Bruce Springsteen questa è forse il suo utilizzo più curioso e straniante, personale e liberatorio: Moretti si impossessa di un brano meraviglioso (tratto da un album centrale come Born in the U.S.A.) restituendocelo come la sublime “merendina di quand’ero bambino” che può tornare ancora una volta. Anche solo per un attimo.

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