Sentieri Selvaggi Playlist #14 – Jäätie

In una sequenza di Taulukauppiaat (The painting sellers), il primo lungometraggio del finlandese Juho Kousmanen, visto al Torino Film Festival del 2010 nella sezione “Onde”, seguiamo Toni, il ragazzo che accompagna questa coppia di personaggi desolati in giro con un furgone per un dicembre freddissimo a vendere quadri casa per casa, mentre attraversa i locali di una fabbrica fino ad un piccolo ufficio, dietro la cui porta è in corso la contrattazione per una delle tele che fruttano al terzetto di protagonisti pochi euro per andare avanti in camere d’albergo. Toni si affaccia per pochi attimi, giusto il tempo di origliare il suo socio Emppu decantare senza troppa convinzione le improbabili virtù artistiche del paesaggio dipinto dalla donna del trio, Luukkonen. La messinscena che sta prendendo vita in quella stanzetta non lo interessa troppo, per quanto di cruciale importanza per il sostentamento suo e della sua improvvisata famiglia: abbandona Emppu alla sua sorte, e se ne va.
E’ un istante chiave per capire le traiettorie del cinema di Kousmanen, che con il film successivo, Hymyilevä mies (The happiest day in the life of Olli Mäki) ha vinto nel 2016 la sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes. L’opera seconda del cineasta di Kokkola, classe 1979, veicola il racconto di un evento dimenticato della storia sportiva finlandese, talmente singolare da sembrare già una sorta di invenzione popolare, attraverso lo sguardo costantemente a latere, liminare, dietro le quinte, di Raija Mäki, la tenera consorte del protagonista Olli. Come il giovane Toni di Painting Sellers, lavoro di diploma della Aalto ARTS con cui Kousmanen aveva vinto la sezione della Cinéfondation sulla Croisette, anche Raija Mäki vive la vicenda del film quasi spiandola di nascosto, rimanendo in un angolo di questa piccola leggenda negli stessi istanti in cui tutti sembrano affannarsi per metterne in piedi le fondamenta mitologiche. Ed è proprio questo l’ulteriore aspetto di vicinanza tra il Toni dei “venditori di quadri” e la moglie di Olli: la Storia di cui sono loro malgrado testimoni quasi per caso, che attraversano in trasparenza, è a conti fatti una truffa, un raggiro, ad esser buoni un fraintendimento. Da questo punto di vista gli abbozzati panegirici che Emppu improvvisa goffamente per convincere i malcapitati all’acquisto dei disegni di Luukkonen non sono troppo diversi dalle strategie di promozione messe in campo da Eelis Ask, lo straordinario personaggio di manager del pugile Olli Mäki, responsabile dell’intera operazione mediatica del match tra Olli e il campione del mondo dei pesi piuma, l’americano Davey Moore, disputato nell’agosto 1962.

Passare sotto il circo dei riflettori significa per il boxer e per sua moglie Raija attraversare la soglia di un immaginario canonizzato che Eelis sembra seguire inconsapevolmente, voler alimentare in maniera istintiva, e che ovviamente parla la lingua del cinema di ambientazione pugilistica, a partire dal bianchenero impulsivamente evocativo che Kousmanen sceglie per le sue immagini. The happiest day in the life of Olli Mäki diventa così la storia di un sabotaggio attuato contro l’educazione alla finzione in quanto legge dello spettacolo che per forza di cose tiene lontano l’amore, lo vieta: “questo è il momento peggiore per innamorarsi”, dice Eelis a Olli, mentre la donna che il pugile ama viene puntualmente esclusa da qualunque ufficialità di repertorio istantaneo. Ed ecco che alloragif critica 2 disertare gli ordini diventa l’unica reazione possibile per far crollare la facciata, mancare l’appuntamento una scelta precisa di campo, una dichiarazione d’intenti affettiva.
L’incontro conclusivo, che come la cronaca insegna dura appena il tempo di due round in cui Mäki non ha decisamente modo di brillare, svela così definitivamente la velocità tutta interiore (“non riuscivo più a vederlo!”, si giustificherà Olli commentando i movimenti fulminei di Davey Moore) di un cinema che percorre trasversalmente le nature morte della dopostoria finlandese alla ricerca di punti di fuga sghembi e tragicomici, di distrazioni sentimentali che mandano all’aria le regole e le distanze imposte dal gioco, costringendo il macchinario narrativo ad un’impasse rimarcata e perseguita attraverso il nonsense solo apparente di chi sceglie l’arma della rinuncia al mondo contro le narrazioni imposte, i tempi calcolati, le forme precostituite.
Kousmanen cerca così uno sguardo personale all’interno di una cornice doppia, quella del racconto sportivo e quella dell’ingombrante paragone con la decostruzione dell’assurdo del compaesano Kaurismäki: lo trova nell’esplicitazione dell’anima punk che questo cinema condivide con quello, altrettanto rock’n’roll, di Aki. Da questo punto di vista la colonna sonora di Painting Sellers è la playlist definitiva del punk antagonista finlandese, da Levi and the Leavings ai Rotten Sound: le infinite notti bianche di Toni sono scandite dalle chitarre distorte dei Radiopuhelimet, glorie assolute dell’hardocore militante di Oulu, che appaiono anche nel film eseguendo dal vivo il loro anthem Jäätie.

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