Sentieri Selvaggi Playlist #15 – Try a Little Tenderness

Credo che ad attrarmi tanto in Molly Ringwald quando ero poco più che una bambina, fosse quella bellezza non convenzionale, acerba e naturale, l’antitesi in carne ed ossa della Barbie insomma. E Bella in rosa suscitava ovviamente in me il trasporto e la fascinazione di una moderna favola di Cenerentola raccontata in chiave postmoderna. La storia d’amore tra la freak Andie e il ricco Blane contrastata dagli amici di entrambi – pura creatura hughesiana del 1986 – miscelava e sovrapponeva suggestioni sonore, iconografiche e culturali con la stessa disinvoltura con cui la rossa Andie scuciva il prezioso abito anni Cinquanta regalatole dalla boss-amica Iona. E, stravolgendone completamente le forme con sovrapposizioni e ibridazioni tra tessuti e stili, ne tirava fuori qualcosa di completamente nuovo: quasi un manifesto punk di nuova femminilità. All’interno di quelle che appaiono delle linearità drammaturgiche ben riconoscibili nell’universo di John Hughes (ma a firmare la regia qui è Howard Deutch) – l’incomunicabilità, soprattutto, degli affetti, dei sentimenti più reconditi e in definitiva di se stessi, qui esteriorizzata nella divisione per caste che domina il microcosmo liceale (il mondo dei “grandi” non c’è, è semmai ridotto ad un intruso opaco) – schizza come una scheggia impazzita, quasi incontenibile, il personaggio di Duckie, il miglior amico di Andie e di lei irrimediabilmente innamorato.gif critica 2 Al di là degli intenti iniziali della storia e dei rimaneggiamenti su un diverso happy ending – il primo finale vedeva infatti Duckie avere la meglio sul rivale –, la vitalità dell’interpretazione di Jon Cryer ha portato alla ribalta con rara tragica dolcezza la figura di un vero loser, bistrattato, maltrattato, ignorato e infine neanche ricambiato nel suo amore puro e tenerissimo dalla bella di turno. È su questa figura così vivace e al tempo stesso malinconica, terzo paio d’occhi di un triangolo d’amore improbabile (riecheggiato e approfondito da Un meraviglioso batticuore, 1988), che infine si focalizza tutta la tensione sincopata e sconnessa di un film che viaggia sinuoso e irregolare tra sonorità new wave e punk rock.

Andie è vestita di tutto punto e attende impaziente l’arrivo del suo bel cavaliere dagli occhi azzurri per il loro primo appuntamento. È orario di chiusura al Trax, il negozio di dischi gestito dall’eclettica Iona dove Andie lavora tutti i pomeriggi. Iona mette “un’ultima canzone, prima di chiudere e affrontare una pessima relazione amorosa”, ed è a questo punto che comincia a riecheggiare tra le mura del locale l’inconfondibile voce di Otis Redding e della sua versione del ’66 di Try a Little Tenderness. Sulle note calde, suadenti di un lento ritmo soul, la voce comincia a fraseggiare “But the soft words, they are spoke so gentle, yeah/ It makes it easier, easier to bear, yeah”, e subito fa il suo ingresso Duckie, che comincia a cantare in playback osservato da un’esterrefatta Andie, fino ad improvvisare un’estemporanea danza tra gli scaffali gremiti di vinili. Il ritmo a poco a poco si fa più denso, vigoroso, rapido, in un avviluppamento R&B che esplode incontenibile nella stanza, travolgente e inesorabile.

 Ascoltare Otis Redding suscita in me tantissime emozioni e mi fa sempre pensare a una miriade di colori, che si alternano e si sovrappongono in vibrazioni vivide e intense di gialli, blu, viola che in un avvolgente fremito si insinuano nelle orecchie, e riecheggiano attraverso il cuore, la pancia, fino alle estremità degli arti trascinandoli in un’irresistibile voglia di movimento. Ho conosciuto così la voce viscerale potente e fremente di Otis, mentre fa da glorioso proscenio alla disperata e accorata dichiarazione d’amore di Duckie, diventando la sua voce, il suo appello svociato e scatenato, il richiamo alla purezza di un sentimento autentico e tenero, mai confessato, e senza speranza. Di fatto, non è ancora successo nulla, siamo al preludio del racconto; eppure, prorompendo con tutta la sua immediatezza, Try a Little Tenderness frantuma in mille pezzi l’equilibrio di Bella in rosa, diventandone sequenza ombelicale, fondante e fondamentale. E quell’animo desiderante, quell’impeto nostalgico che mescola un’irrefrenabile spinta al futuro con la malinconia per un passato che forse può essere vissuto soltanto attraverso il riverbero di una voce lontana in un negozio vintage, diventa un piccolo prezioso frammento di poetica hughesiana, quasi una sospensione, un cantuccio lirico che strofina gli occhi incredulo del sogno che ha appena sognato.

ASCOLTA LA PLAYLIST DELL’ESTATE DI SENTIERI SELVAGGI: