Sentieri Selvaggi Playlist #8 – Between the Bars

Drink up, baby, stay up all night With the things you could do, you won’t but you might

The potential you’ll be that you’ll never see The promises you’ll only make

Ancora lo vedo il videoclip che mi ero fatto in testa, scena per scena, cullato dalle parole di Elliott Smith, in una traccia sentita fino all’ossessione. Siamo nel nostro pub preferito, l’Exodus, il ritrovo malandato che ha ospitato tutti i sabato sera della mia adolescenza. Il Mami, l’assurdo proprietario, ci sta servendo l’ennesima caraffa della sua fantastica, terribile, birra alla spina. Siamo tutti intorno al tavolo lercio, a ridere delle stesse stupidaggini, a ricordarci i soliti atroci aneddoti di scuola, a scannarci intorno a un’inutile argomento portato avanti fino all’esasperazione. Ci sono tutti, i miei amici. E poi, al centro, c’è Lei, bellissima, che ride. I miei amici e lei. L’attimo perfetto.
Non importa sapere chi, all’epoca, fosse quella Lei (Carola? Alessandra?) ma su questa fantasia musicale ho costruito il mio sogno, l’ideale di farsi bastare, per sempre, quel semplice momento. E’ naturale che, ancora oggi, quando vedo Matt Damon che, dopo aver presentato Minnie Driver ai fratelli Affleck, i suoi amici di sempre, si ritrovano, ubriachi laceri, a ridere con le lacrime agli occhi per una storiella sconcia, mi ritrovo di colpo a quel meraviglioso 2010, in quella bettola che, al tempo, non facevo fatica a considerare “casa”.

will huntingDrink up with me now and forget all about The pressure of days, do what I say

And I’ll make you okay and drive them away The images stuck in your head

Non mi ricordo la prima volta che vidi Will Hunting. Probabilmente lo scoprii in televisione, in una di quelle prime tv autunnali di Rai Tre, attirato più che altro dalla presenza di Robin Williams, eroe incontrastato della mia infanzia. Non so dirvi se il film, allora, mi piacque o meno. Ho flash sfocati di quella mia “prima volta” soprattutto condizionati dalla sorpresa di vedere il mio comico preferito alle prese con un ruolo drammatico (la vera scoperta dell’attore Robin Williams, per me, arrivò diversi anni dopo). Da quel momento, però, la storia ideata da Matt Damon e Ben Affleck mi ha accompagnato per tutta l’adolescenza, diventando un’opera fondamentale per me e per i miei compagni. Non stiamo parlando del semplice cult movie le cui battute mirabili sono citate a profusione, spesso fuori luogo! Will Hunting è qualcosa di più profondo, una vicenda che, assurdamente, parla ancora di noi. La vita di Will, genio incompreso nato in una borgata, e dei suoi scalcinati amici Chuck, Morgan e Billy, è diventata, con il tempo, uno specchio nel quale confrontarsi. I versi di Elliott Smith, sottofondo discreto e fondamentale di quelle immagini, le chiavi per scoprire che, dopo tutto, Boston non è cosi lontana da Roma, Southie non è diversa da Centocelle.

Drink up, baby, look at the stars I’ll kiss you again, between the bars

Where I’m seeing you there, with your hands in the air Waiting to finally be caught

Southie e Centocelle. Quartieri costruiti sulla fatica e sul sudore di generazioni di immigrati. Luoghi perfetti saccheggiati dai giovani e benestanti registi usciti dalle prestigiose accademie di Cinema ma che, nonostante tutti i falsissimi periferia-movie, rimarranno sempre nostri. Ne parlavo l’altro giorno con un mio fraterno amico che, trasferitosi a Milano per lavoro, ogni volta che torna a casa si strugge di malinconia, come gli emigrati tornati nella madre patria. Attraverso i suoi occhi e la sua voce commossa che mi parla dei pub e dei bar, delle pizzerie e dei parchi, del liceo e della piazza, mi ritrovo a pensare di quanto siano importanti per me le strade e le case in cui sono cresciuto. Quante volte, come la banda di Will a Harvard, abbiamo tentato di andare in locali rinomati, abbiamo provato a vivere il Centro e i quartieri alla moda e ci siamo trovati a vagare infastiditi, disgustati di fronte a cocktail pretenziosi rimpiangendo le medie chiare sotto casa! Spesso mi ritrovo, in modo un po’ infantile, a sbattere in faccia ai miei will huntinginterlocutori, attirati dalla maledetta gentrificazione, dove sono nato. L’orgoglio, si sa è un peccato, ma è più forte di me prendere le distanze, vestirmi di un abito campanilista per prendere le distanze. Ci siamo noi e ci siete voi. I figli della borgata e i ragazzi di Harvard.

Drink up one more time and I’ll make you mine Keep you apart, deep in my heart

separate from the rest, where I like you the best And keep the things you forgot

Questo quartiere che amiamo tutti alla follia, che ci sentiamo di difendere come cavalieri crociati, però, è anche la nostra condanna. Quanto tempo ho impiegato a litigare con chi è voluto scappare, con chi ci sputa sopra dicendo: devi andartene da qui, Roma è la morte, la vita ti porterà altrove…Ho perso il fiato a ribattere ogni accusa, ogni critica. Eppure, è difficile per ammettere di sentire lo stesso desiderio, di voler diventare grandi, di sentirsi mancare correndo per queste strade che conosco ciecamente, di fronte ai volti di sempre. Oggi come ieri, Elliott Smith canta in un infinito loop musicale e l’ansia mi stringe la gola. I suoi versi dolenti, da autore fieramente disgraziato, ogni volta mi scaraventano contro il vuoto del futuro, i dubbi sulle scelte fatte, i dolori delle donne che non avrò mai. Le sue parole, i miei rimpianti. E, poi,  la paura più grande. Sognare di essere come Will che, finalmente, scappa via. Scoprire di essere come Chuckie che, alla fine, rimane qui per tutta la vita.

 

 

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