Sentieri Selvaggi Playlist #9 – The Rip

“Wild, white horses,
They will take me away,
And the tenderness I feel,
Will send the dark underneath,
Will I follow?”

The Rip – Portishead

Schiacciamo il tasto rewind. Ritorniamo al 17 novembre del 2008. A Palermo c’è l’anteprima nazionale di Palermo Shooting e la mattina sono previste la proiezione per la stampa al Rouge et Noir e la conferenza del regista e degli attori a Palazzo Abatellis. Dopo i fischi della presentazione al Festival di Cannes, Wim Wenders ha lavorato molto di lima e accorciato il metraggio di circa diciotto minuti. Mi siedo accanto al critico Gregorio Napoli che mi comunica le sue basse aspettative e le crescenti perplessità sui recenti esiti della filmografia wendersiana. Inizia la proiezione. In realtà con il passare dei minuti ci si accorge che i momenti più intensi sono quelli slegati totalmente dal flusso narrativo, quelli in cui le immagini danzano al ritmo della musica. Uno di questi momenti è quando il protagonista Finn (interpretato dalla rockstar Campino), fotografo in crisi esistenziale, si perde dentro il centro storico di Palermo e dalle sue cuffie partono le note di The Rip dei Portishead.

Piccola parentesi musicofila. I Portishead non pubblicavano un album dal 1997, nel 2008 esce Third e da allora il gruppo inglese è ritornato in letargo alla maniera di Jerome David Salinger. Unica concessione la cover della canzone SOS degli ABBA nel 2016. Il loro stile Trip hop bene si addice ai flussi di coscienza wendersiani, cullando i sogni con una ninna nanna elettronica e gli incubi con i bassi profondi che scuotono le viscere.
Ritorniamo al film, le note della ballata scandiscono i passi e i pensieri di Finn che si perde letteralmente dentro i vicoli della Vucciria: le prime immagini lo vedono al buio dentro un portico poi, ad ogni movimento musicale e ad ogni dissolvenza, Finn sembra risalire i gradini e ritornare alla luce. Si ritrova nella piazza ai Quattro Canti e guarda verso il cielo.
Wenders è così prendere o lasciare: a volte didascalico, a volte ridondante nei dialoghi, al limite del retorico, ma con una capacità di squarciare il velo della finzione e portare intatti frammenti di verità.
Se tra il pensiero e l’espressione c’è il tempo di una vita, allora The Rip è lo strappo che consente a Wenders di colmare il gap e togliersi dal pantano di uno stallo esistenziale: come guardare la vita dal punto di vista della morte. Palermo è una città dove morte e vita si rincorrono continuamente ed è difficile tradurre in immagini questa sensazione di equilibrio instabile. Per il fotografo Finn la realtà visibile sembra sfuggire di mano, le sue foto non colgono l’essenza, ma sembrano una sbiadita fotocopia, una illusione ricreata con le più moderne tecniche del digitale, in cui però affiora quello scarto tra percezione soggettiva e realtà oggettiva che va divaricandosi con il tempo. Finn assomiglia un po’ al fotografo di Blow Up: cambia solo lo scenario ma il problema della indecifrabilità della realtà visibile rimane invece lo stesso. Ma allora, per ritornare alla canzone dei Portishead, come ritrovare quel sentimento di tenerezza capace di ricacciare in basso le tenebre? Ungif critica 2 ruolo determinante in questo percorso di chiarificazione lo assume la bella restauratrice Flavia (interpretata splendidamente da Giovanna Mezzogiorno) che lavora da due anni al restauro del quadro Il Trionfo Della Morte a Palazzo Abatellis. Flavia pronuncia una delle frasi chiave del film: “a forza di concentrarmi sul particolare, ho perso la visione del tutto”. Che è un po’ quello che succedeva a David Hemmings in Blow Up ed è quello che è successo al fotografo Finn che preferisce isolarsi dal mondo, intrappolato dalle sue paure di bambino mai cresciuto.
Wenders porta i due protagonisti via dalla città verso il Paradiso perduto di Gangi, un paesino delle favole nel cuore delle Madonie. Lì si chiude il cerchio, mentre il primo raggio del mattino illumina il volto di Giovanna Mezzogiorno. “You” dice tra il sorpreso e il perplesso la restauratrice Flavia in uno dei momenti più intensi di tutto il cinema di Wenders: adesso Finn segue i “selvaggi cavalli bianchi” del riconoscimento di sé nell’altro e vive finalmente il presente, essere nel suo tempo.

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