SERIE TV – Happy!

Cinico. Sporco. Cruento. Quando Nick Sax irrompe sulla scena della serie TV Happy! con il suo aspetto sgualcito, la voce cavernosa e catarrosa, l’indole rude e strafottente, ci lascia intendere sin da subito che siamo di fronte a un anti-eroe, un uomo di mezza età caduto in disgrazia: Nick è infatti un ex sbirro trasformatosi in sicario, che si aggira per le strade di una New York nevosa e natalizia col suo paltò sdrucito, la fiaschetta di whiskey e gli spettri del passato come un moderno Scroodge feroce e armato fino ai denti. Poi gli indizi, più e meno espliciti, che ci informano della violenza inaudita alla quale stiamo per assistere – e che in ogni caso ci coglie con la stessa velocità spiazzante e lacerante di una scheggia impazzita -, della natura profondamente sadica e autolesionista di Sax, che imbratta di sangue ogni suo passaggio, a partire proprio dalle gocce sputate nella primissima “presentazione” al telespettatore. Infine la folgorazione, costellata di strambi personaggi, animali, costumi sovraccarichi, e culminante con l’apparizione allucinata dell’unicorno di peluche Happy, amico immaginario della piccola Hailey che cerca proprio in Nick l’eroe che salvi la bambina in pericolo. Che questa black fanta-comedy prodotta dal canale statunitense SYFY (e trasmessa sulla piattaforma Netflix a partire da fine aprile 2018) sarebbe stata un corto circuito, un coacervo paradossale e contraddittorio di stilemi, linguaggi, ispirazioni, lo si poteva intuire già dall’omonimo comic book di cui è trasposizione televisiva, scritto dalla rock star dei fumetti Grant Morrison, lo scozzese che ha rivoluzionato l’universo dei DC Comics a partire dalla fine degli anni Ottanta.

Già la graphic novel, edita nel 2013, mescolava con macabro umorismo il crudo mood hard-boiled con influenze pseudo disneyane. La messa in scena che ne fanno David Petrarca e Brian Taylor è adrenalinica, ipermuscolare, allucinatoria, ironica e spietata. L’uso della fisicità statuaria di Christopher Meloni nei panni del sicario Sax, con il suo trasudare testosteronico di forza e spudorata violenza, trascina l’efferatezza negli otto episodi della gangster story, veicolandone anche il sottotesto quasi-supereroistico alluso nei combattimenti corpo a corpo (soprattutto con l’antagonistico Babbo Natale cattivo cattivo) e nell’endemica incapacità di morire di Nick. Poi l’utilizzo di quella stessa fisicità solenne viene ribaltato di segno, acquisisce la conformazione del grottesco, ridicolo perfino, diviene bersaglio di sadismo autoriale, mappa concettuale di un continuo andirivieni tra comico e sanguinolento. Impossibile, almeno per chi scrive, non fare parallelismi mentali tra il serioso Elliot Stabler di Law & Order e i bizzarri e impietosi primissimi piani di Nick Sax. La scelta di Meloni come protagonista si rivela mossa decisamente vincente nell’economia dell’intero prodotto, con la sua recitazione così estrema, sopra le righe, e l’innata verve da commediante che proprio Happy! mette in mostra e abilmente sfrutta, nel suo gioco continuo di scomposizioni e sovrapposizioni. E nel divertissement delle stratificazioni, esercita ruolo strategico e centrale la rielaborazione delle immagini, tra il viraggio in colori dominanti e tematici delle varie vignette del racconto e la CGI delle animazioni, a cominciare proprio da Happy e il suo sbrilluccicante manto blu, che rievoca la straordinaria stramba formula del buddy movie multi-materico inaugurata da Chi ha incastrato Roger Rabbit?.

Ma in questa favola nera animata niente è al proprio posto, ogni elemento viene preso e smontato, ribaltato, decontestualizzato, dissacrato, nulla viene risparmiato nemmeno il gioioso unicorno color indaco (che non a caso porta la voce dissonante di Patton Oswalt): Happy! è un viaggio acido nella carnalità della ferocia, nella ricerca del bene nella (dis)umana bestialità, un trip di luci, canzoncine, incubi e deliri. Ma è anche un mondo misterico, fatto di polarità demoniache e pura bontà che si scontrano e mescolano in suggestioni metatestuali, metafisiche, esoteriche – gli elementi dell’universo morrisoniano ci sono tutti. Soprattutto, Happy! è un racconto così delirante, disturbante e al tempo stesso divertente, da immettere un po’ di carne fresca nel catalogo a tratti stantio delle piattaforme televisivo-digitali.

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