CANNES 57
Il nuovo film del regista di “George Washington” e “All the Real Girls”, visto al Marché du Film, è una storia di omicidi e vagabondaggi nell’America degli anni Settanta che, grazie a uno stile astratto e immobilizzato, diventa una vicenda dal sapore mitico e favolistico.
Al di là delle intenzioni, vere o presunte di Tarantino, la Palma d’oro a “Fahrenheit 9/11” di Michael Moore lascia trasparire un segnale politico forte, evidente. Moore star del pubblico francese che gli ha tributato l’applauso più lungo ma è entrato anche nel mirino di Jean-Luc Godard e del ministro Giuliano Urbani. Vediamo come.
Kevin Kline è come sempre abile a destreggiarsi nelle inquietudini di un personaggio che vive continuamente sopra le righe e accetta su di sé il gioco dello specchio, ma il risultato soffre la freddezza programmata di uno sguardo legato all’ipotesi di partenza, una sceneggiatura pesante, il cotè ingombrante di uno spettacolo a tutti i costi ridondante
C’è tutto il cinema e il dolore del mondo nel capolavoro di Cannes 2004, “Oh, uomo” di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, presentato - in una sala gremita che ha accolto a inizio e fine proiezione i due filmakers italiani con un lungo, caloroso, appassionato applauso – nella sezione ‘Quinzaine des réalisateurs’.
Mentre sulla Croisette cominciano ad impazzare i pronostici, è stato proiettato l’ultimo film in concorso “The Life and Death of Peter Sellers” di Stephen Hopkins. A chiudere il festival ci sarà un’altra biografia, “De-Lovely”, di Irwin Winkler
“Notre musique”, in fondo, dopo lo sconforto terminale delle sue opere immediatamente precedenti, dimostra come non si possa fare a meno del linguaggio delle immagini, che più della parola e della musica sanno (almeno, ancora) dare un’idea del tempo.
Wong Kar-wai sembra come spezzare le traiettorie, espandere i ralenti e l’utilizzo della musica, con il frequente ritorno dell’aria di “Casta diva”. Restano anche momenti di grande cinema ma risulta soprattutto irrisolto il lavoro sul tempo
Era uno dei film più attesi, “Clean”, che ha riscosso molti consensi qui sulla Croisette, in più la presenza di due star come Maggie Cheung e Nick Nolte ha fatto di questa conferenza stampa un piccolo evento. Ma come spesso capita quando si è molti e si vuole parlare di tutto...
La migliore conferenza stampa di questo Cannes 57! L’autore di “Avalon” e “Ghost in the Shell” parla di cinema e della sua visione filosofica del mondo, confermando la complessità della sua opera e una profondità di veduta estranea alla maggior parte dei film “reali”.
Il quasi ottantenne Chahine (nato nel 1926) ripercorre la sua traiettoria biografica e cinematografica tra la natale Alessandria e New York dove ha studiato per due anni alla Pasadena Play House. Lo fa con ironia e geniale e profonda superficialità attraverso il volto e il corpo e il nome di Ahmed Yehia, già attore nei suoi film precedenti
Film ancora sulla morte (quella del compagno di Emily, quella imminente della nonna del ragazzino), tra interni asettici come Demonlover ed esterni in cui il caos, i suoni della strada hanno un respiro post-Nouvelle Vague e che cattura suoni, rumori, colori con un magnetismo aggressivo e libero
Sorprende sempre la modernità del manga “Innocence” di Mamoru Oshii, proiettato in concorso e il neo/realismo tra amore e miseria di “Babae sa breakwater” del filippino Mario O’Hara
L’opera del regista cinese, presentata a Cannes fuori concorso e dedicato alla memoria di Anita Mui, rappresenta uno dei punti più alti del suo cinema, con una sensualità che accenna forme nascoste e vibranti di un acceso erotismo e che si caratterizza per una geometricità di impressionante precisione
Primo film tailandese ad essere ammesso nel concorso principale di Cannes, densa e libera visione di un processo interiore di illuminazione, capace di far perdere le dimensioni spazio temporali e anche la “testa”.
CANNES 57 – Esuli (di Simone Emiliani, del 19/05/2004)Esilio come ricerca del proprio passato e delle proprie origini in “Exils” di Tony Gatlif (Concorso) o esilio come emarginazione da una società impermeabile in “Bad Santa” di Terry Zwigoff (Fuori concorso) opere diversissime ed entrambe riuscite
Biografia appariscente quella di Salles, che gioca su facili emozioni, su un’immedesimazione d’accattoe in cui la necessità di raccontare gli fa perdere, proprio al contrario di “Abril despedaçado”, ogni rispetto per i suoi personaggi
Il maestro del cinema francese devia dal “suo cinema” mettendo in scena con tragica ilarità la propria morte intellettuale e la crisi dell’industria culturale francese (in Italia sappiamo tutti che è anche e sempre peggio) bloccata da rigide commissioni burocratiche.
Il cinema dei Coen da tempo ha perso i motivi di interesse. È cinema già da essere studiato nelle università, nei manuali di storia del cinema, un cinema ineccepilmente formale ma che, scoperto il bluff, non tocca e non irrita neanche più. Semplicemente non dice più nulla,
Necessario, importantissimo, segno non di un cinema politico ma di una politica fatta attraverso il cinema. Moore apre l’inchiesta soprattutto attraverso immagini d’archivio, montate con una frenesia che provoca immediata adesione
Tre percorsi differenti di disperazione in “The Assassination of Richard Nixon” di Niels Muller, “Somersault” di Cate Shortland (Un certain regard) e “Tarnation” (Quinzaine des réalisateurs)
Sicuramente la conferenza stampa più affollata di questa edizione, è volato addirittura qualche schiaffo nella ressa creatasi all’entrata... Moore ne ha per tutti ma soprattutto per Geroge W. Bush protagonista del suo film e fantasma sinistro che si aggira sulla Croisette come nel resto del mondo.
La memoria esplode nel coreano “La femme est l’avenir de l’homme” del coreano Hong Sansoo e si manifesta sporadicamente nell’austriaco “The Edukator” dell’austriaco Weingartner. Il dolore è acceso e non diventa ancora ricordo in “Cronicas” di Sebastian Cordero, che guarda a forme al rapporto tra cronaca e media del cinema statunitense
Uno dei film più belli visti a Cannes in quest’edizione, minimale e potente ma soprattutto libero, aperto e arioso. Il secondo lungometraggio del giovane argentino mostra un’umanità reclusa, forse già morta.
In concorso il secondo film della regista argentina Lucrecia Martel, già autrice del sorprendente “La cienaga”. La storia di un’adolescente che sta scoprendo il suo corpo mentre guarda la “santità” dello spirito
Il Cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e Asia è stata capace di conquistarlo con questo film intimo e coraggioso che sotto immagini scabrose con icone di sottocultura americana, si interroga sul rapporto madre/figlio.
Opera sincera, ma frammentata, caratterizzata da una sceneggiatura ricca ma forse troppo complessa rispetto allo sguardo della Joaoui, alla continua ricerca di una fluidità che si manifesta solo raramente
Autentico film politico “Mooladé” del senegalese Ousmane Sembene, mentre Kiarostami con “Five”, composto di 5 lunghi piani fissi, realizza un’autentica lezione di un cinema che recupera i suoi elementi fondativi prima di Méliès
Depardon è maestro di misura e di interpretazione, usa il cinema con i limiti della fotografia e la fissità con tutti i vantaggi del tempo lento per trasformare la realtà in una sorta di messa in scena, riuscendo a passare attraverso tutti i generi del cinema. Non si può parlare di documentario, non ci sono verità da svelare o da amplificare
Piccola grande storia di adolescenti che ha un grande protagonista nel giovane Rory Culkin, con l’esordiente regista americano, anche sceneggiatore, che mostra di essere pronto per l’industria di Hollywood.
Presentati in concorso l’informe documentario “Mondovino” di Jacques Nossiter e il riuscito e coraggioso “Old Boy” di Park Chan-Wook. Freddo, ma essenziale “A tout de suite”, uno dei film migliori di Jacquot proiettato in “Un certain regard”
Se “Spirit – Cavallo selvaggio” – presentato a Cannes nel 2002 – guardava al western, “Shrek” 2 guarda al musical, con un’euforia contagiosa ma anche con grandi momenti di una comicità che sembra avvicinarsi alle zone del cinema demenziale
Un cinema-orgia dove però non si gode. I fans di Kusturica andranno ancora più in delirio. "La vie est un miracle" invece ci fa ancora avvertire quella puzza di bruciato già presente da tempo nel suo cinema
A sei anni da “Gatto nero, gatto bianco” torna in concorso a Cannes il regista e musicista bosniaco con un film “a la Kusturica”, accolto con affetto dal suo pubblico e dai “big” dalla stampa, che invade la conferenza al termine della proiezione.
Una giovane coppia in fuga verso mete e progetti imprecisati. Road movie disperato l’opera prima del trentenne cinese ci conferma che la “Cina è vicina”, più di quanto crediamo o sia stato immaginato in passato
Se nella prima parte il film fatica a prendere quota, progressivamente è come se Troy si liberasse, facendo emergere oltre ai combattimenti tra i soldati, le vedute dall’alto delle minacce (l’arrivo delle navi verso Troia), anche l’umanità dei personaggi, grazie anche alla sceneggiatura di David Benioff.
L’opera di Sorrentino appare chiusa in una scrittura che gli impedisce di respirare, nella necessità di spacciare e di imporre un talento comunque innegabile che lo porta a realizzare un film tutto di testa ma non di cuore
“Nobody Knows” del giapponese Kore-Eda Hirokazu rappresenta la prima, grande, vera folgorazione di questo festival. Schematicamente didattico appare invece il documentario in video “10 on Ten” di Abbas Kiarostami e follemente vuoto “Bienvenue en Suisse” di Léa Fazer
La kermesse cannoise si apre con il nuovo film del regista spagnolo, presentato fuori concorso. Un’opera che stratifica le memorie d’infanzia del regista sul melodramma di morte e passione di cui sono protagonisti due ragazzini insidiati da un sacerdote, teneramente innamoratisi tra le mura di un istituto religioso
Cinema per ricordare le atrocità della guerra e cinema per fuoriuscire dal mondo in guerra. Prende il via il festival più atteso e famoso del mondo che ha rischiato di incepparsi per le proteste dei lavoratori dello spettacolo, tra i nomi spiccano Jean-Luc Godard, Michael Moore e Pedro Almodovar; ma anche tanta, tanta Asia
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