RECENSIONI 2002/2003
Vincent Gallo non rinuncia allo spostamento,entra ed esce dalla struttura massmediatica che non può non andargli stretta, per perdersi a New York, inseguendo una improvvisazione che lo porta a ridefinire di volta in volta la propria identità.
Il miglior regista/metteur en scene di se stesso è proprio Chan, in grado di dettare i ritmi interni della composizione scenica e di lanciarsi letteralmente lungo superfici sceniche che non sono mai date per intero.
E’ un cinema pericoloso quello di Rolf De Heer, uno sguardo fortemente ambiguo che uccide sistematicamente il cinema, mortificandolo.
E’ il cosiddetto cinema di denuncia allora che ci si presenta, mutato però questa volta in affresco volgare e qualunquista che opprime i personaggi descritti, trascinandoli in labirinti verbali in cui trovano sbocco tutte quelle insopportabili e mediocri figure tipiche di un cinema che non vuole saperne di morire.
"Il vendicatore" si contestualizza subito in un alveo visivo quasi fumettistico, in una concezione dello spazio mai però rigida e definitiva, ma appunto sempre aperta a scivolamenti che non avvengono però all’interno della dimensione narrativa, perché vissuti direttamente nell’hic et nunc della visione.
Holes pare quasi sfuggire alla legge temporale dell’attualità per scartare di due, tre livelli e imprimere sulla carne della scena un susseguirsi di salti che si infrangono contro la fisicità asincrona della Arquette (protagonista del flasback ottocentesco in cui viene accennata la sua vita di fuorilegge) e quella ancestrale della leggenda.
Nel lungometraggio d’esordio di Julie Lopes-Curval, premiato con la camera d’or a Cannes 2002, le vite dei protagonisti si intrecciano in una raffinata tessitura in cui un piccolo centro balneare diventa simbolo di una condizione umana più generale sospesa tra attese e inquietudini esistenziali.
Pete Jones si rifugia nei ricordi per richiamare alla mente la propria infanzia, provando a rievocare immagini oltre che una storia. Esperimento celebrativo in cui l’occhio non scruta, non scava, ma rielabora le impronte indelebili del passato con equilibrata spettacolarizzazione.
Film sui sentimenti che esigono limiti e chiarimenti, ha il pregio di non sostenere una tesi esclusiva, che rischierebbe di affondarlo nel moralismo. Tuttavia, le vicende che “Big Girls Don't Cry” descrive hanno qualcosa di eccessivamente aneddotico ed esemplare, mentre la messinscena pur controllata non attenua i toni estremizzati
Il film di Stone III è un bell’esercizio di stile, anche se un po’ troppo costruito sul modello Spike Lee, ma in grado comunque di saper raccontare la vita nella comunità nera
Il film di John Sayles (penalizzato da una indiscriminata data di uscita) è un capolavoro di sintassi e di fluidità, di umanità e di candore, di straordinaria coerenza estetica e strutturale. Un cinema di altri tempi, dove riecheggiano le influenze di quei maestri che ne hanno segnato il cammino e dove la realtà delle immagini si rivela
Horror dalle forti potenzialità e dalle forti tonalità cromatiche, Black Symphony è un’opera frammentaria che alterna momenti di grande tensione e di bellezza visiva a episodi assolutamente poco convincenti e superficiali, tra un citazionsimo che prende spunti da opere ormai celebrate del genere
Un’operazione estrema, sempre sul rischio di un sospetto di estetismo, ma comunque anche la forma di uno sperimentalismo fortemente coerente, realizzata da un cineasta che continua a negare la “parola”. La vita per Reggio, come la “trilogia qatsi” dimostra, è solo la fusione di musica e immagini
Dopo “Nameless”, esce in sala un altro horror spagnolo che penetra dentro rituali di carattere religioso guardando al “Rosemary’s baby” polanskiano, senza però la fulminante progressione che conduce al finale
Il film è costruito con un uso ricorrente di primi piani e sequenze brevi che spesso non si concatenano fra di loro in uno svolgimento compatto. Anche gli stessi personaggi non godono di una profondità psicologica ma vengono utilizzati per le esigenze del racconto prima di scomparire
Cervantes cominciò pensando ad una novella e finì per scrivere Don Chisciotte; Terry Gilliam voleva farne un film e si è trovato invischiato in un documentario. È un soggetto che una volta iniziato non ti lascia, anche quando i mulini a vento della realtà contrattaccano.
Nell’ennesima percezione del barbarico, l’oscurità è povera di sussulti immaginativi. Le tenebre non raggiungono il terrore della vita quotidiana, che squarcia le miti superfici dell’interazione comune per portare alla luce le inquietudini e le violenze sottostanti.
Le storie e i corpi, sfatti, di “Tre punto sei” si danno come accumulo di materia fantasma, di eroismo (e “eroinismo”) impossibili, con le inquadrature dal basso che ne accentuano l’assenza, così come i flashback in bianco e nero che riportano all’età dell’innocenza (dei personaggi, del cinema) sono ricordi al pari di tutta la vicenda “narrata”.
Con la struttura di un gangster movie continuamente spezzato da andirivieni temporali, il film è il ritratto dei primi dieci anni della Russia post-comunista, l’affresco di un paese “nuovo” dove mafia e politica gestiscono il processo di decadimento morale di un intero paese.
Si respira una contagiosa idea di cinema in "The Transporter", una linea di pensiero filmica da imputare senza dubbio (almeno a livello epidermico) alla spericolata regia di Yuen, ma ancor di più alla scrittura di Besson che qui pare essersi davvero rimpadronito di un cinema fatto come su misura.
Alla sostanziale riuscita delle prime immagini segue la mancanza della fluidità dei meccanismi comici che vengono inceppati per estinguersi in un’artificiosità di contesti e condizioni in cui la commedia degli equivoci giocata dai personaggi non appassiona
Sia pur comunque all’interno di un’opera molto scritta (e di fatto poi risolta più che altro a livello, diciamo così, letterario), Story sta addosso ai suoi personaggi, scandisce bene i registri che si accavallano continuamente in scena, finendo per aderire all’idea di un cinema comunque umanistico.
Se un tempo Damiani era portabandiera di alcuni filoni del cinema italiano segnando una determinata epoca, a settant'anni suonati è riuscito, forse suo malgrado, a realizzare un'opera che curiosamente sfugge ai dettami della definibilità temporale tanto che persino l'ambientazione negli anni '50 può considerarsi una vaga dicitura.
Funerea divagazione di periferia. Visivamente, narrativamente e concettualmente il film, realizzato nel ’97 e uscito solo ora in sala, è un gioco straziante. Incerta, impalpabile, balbettante, la regia procede a strappi, alla ricerca di un senso forse mai cercato o spasmodicamente rincorso.
Delplanque, pur cercando di osare qualcosa, non riesce mai a sublimare gli elementi basi del racconto in ricerca formale di un qualche interesse (quello che invece è riuscito perfettamente a “Jeepers Crepers”), finendo per smarrire la simulazione del doppio set in una successione di momenti inerti.
Gray con The Italian Job riesce con estrema maestria a rendere claustrofobici gli spazi esterni, da Venezia alle strade innevate austriache a Los Angeles, possedendo quella grazia ambigua dell’ultimo Wyler (“Come rubare un milione di dollari e vivere felici”) e rifacendosi a quell’ossessivo cinema del pedinamento di Friedkin
La vera forza del film della Bier risiede proprio nell’aver adottato uno stile sobrio e semi-documentaristico, “dogmatico” insomma, per cui anche l’apertura melodrammatica più improbabile riesce a diventare plausibile e la pellicola, nonostante venature dark, risulta sostanzialmente umana
Il film di Greenfield è solamente giocato sulla morfologia del corpo-protagonista “animalesco” Rob Schneider e sulla sua capacità di allargare, con una semplice smorfia, il ventaglio significante di un’attorialità sempre sulla soglia di un’implosione da disinnescare
Alla terza guerra mondiale il mondo risponde con il vuoto, oggetto di teoria e non di esperienza. L’anestesia emozionale che domina i sopravvissuti si espande nei dedali delle architetture mentali per l’autodissolvimento.
Mongelli, tentando di raccontare sentimenti forti e difficoltà quasi insormontabili, a volte degenera in situazioni confuse e di difficile gestione, con quadri sovraffollati che suscitano smarrimento
I film di Gray sono affreschi fatti con il sangue schizzato via dalle membra dell’uomo. Gray filma con estrema onestà la dinamica al lavoro dei corpi e dei rapporti fra loro, i patti che la contingenza li costringe a stipulare. Il suo cinema è l’umanesimo dell’action perché fasciato nelle spire salvifiche di un continuo negoziare
Uno dei più apprezzati cineasti thailandesi si cimenta con il melodramma, recuperando la tradizione musicale e sentimentale del passato e contaminandola con passioni forti e con un umorismo povero (non sempre indovinato), a incidere sulle svolte fatalistiche dell'odissea di un povero ingenuotto in cerca di se stesso.
Esce nelle sale il film che Emidio Greco ha realizzato nel 1982, tratto dal romanzo di Karen Blixen e ambientato nel Settecento
Il film, solo parzialmente compiuto, ha comunque più d’un motivo d’interesse, a partire dal contrasto – ben governato dalla regia di Piscicelli – tra il “calore” derivante dalla profonda e sincera condivisione dell’autore nei confronti della materia trattata e il glaciale distanziamento tipico di tanto suo cinema
Sotto il costume… poco; anzi, andrebbe spolverato oltre che rattoppato. “Il Gattopardo” ha lasciato solo le briciole. Nel film, la storia non è sfondo ma è proprio in fondo, granitica. Due mondi, due blocchi senza sbocchi: il cinema si fa da parte e non guadagna posizioni.
Riflessione sulla vecchiaia, la memoria e le infinite possibilità della vita, il film di Schepisi è una commedia malinconica che, con struttura frammentaria e continui andirivieni temporali, ricostruisce la vita di un gruppo di amici riunitisi per l’ultimo saluto a uno di loro.
Hickenlooper (seguendo peraltro la linea wellesiana che già aveva intrapreso in “Giochi sporchi”), punta i riflettori su una formidabile profondità di campo, in cui tratteggiare linee, colori, aperture, finendo così per allargare il set a dismisura.
John Stockwell filma con uno spropositato uso di effetti digitali le acrobazie acquatiche di un'aspirante campionessa di surf che riscatta un'esistenza difficile grazie alla gloria sportiva e all'incontro con un ricco giocatore di football.
Ingravescente smemoratezza: il figlio non vuole ricordare, la sposa-madre non può. In un’Argentina distante dalle matite spezzate, la demenza neurologica tappa quella esistenziale. Commedia dei sentimenti proiettivi: nell’assenza di manierismi di condotta, è la “vicenda raccontata” ad incarnare emozioni.
Il limite del film è l’incessante verbosità che riempie ogni singola inquadratura, sopportabile quando ci sono due ‘clerks’ in fase di cazzeggio permanente, meno quando ci sono angeli e apostoli dal sermone facile. I difetti sono però continuamente bilanciati da quelle trovate folli che hanno reso celebre Smith
Non traspare mai passione dal racconto, che si adagia su tappe quasi obbligate, percorse da un disegno tematico sempre rassicurante e appunto dominato da uno sguardo insolitamente distante, immerso in una routine sentimentale davvero lontana dal restituirci la magia incantata del mondo descritto.
I movimenti di Lawrence appaiono come forzati, ingabbiati in strutture costruite quel che basta per dare l’impressione di un’artificialità davvero posticcia, e il ritmo è come bloccato in un vicolo chiuso
La Colpa che torna dagli abissi dell'anima non si può tollerare, vedere o spiegare. E' gia presente. Un'immanenza di cui Twohy mostra di fare uso ed abuso.
Shankman gioca con le apparenze dei corpi, centrando l’essenza della rappresentazione con un succedersi di schemi simili a quelli della slapstick commedy, centrifugati in quadri prospettici che attraversano tutti i luoghi deputati al genere.
Azione fisica, azione rituale, svago anarcoide. Dalla “banlieue” metropolitana si scala l’illusione del reale: acrobazie proletarie tra le architetture del benessere. Il gioco virtuale non è solo valore aggiunto ideale, ma si interseca tra le maglie semiotiche del cinema.
Una marcata frammentazione e un sostanziale sconvolgimento della linearità del racconto insieme ad un montaggio serratissimo e ad una fotografia che a volte lambisce l’artificiosità e la vivacità dei colori propri di un cartone animato, contribuiscono a rendere il film molto vicino, per resa e costruzione, ad un videoclip
“Ken Park” è un film da non vedere anche se bello da guardare. Ancora una volta Larry Clark e Harmony Korine si arrogano il diritto di offendere una generazione, banalizzandone le sue forme d’espressione più intime sotto uno sguardo pietista
Un dramma multifamiliare, di quelli sporchi e trasandati che sarebbero piaciuti a Tenessee Williams, con quel caldo che fa esplodere ogni sensazione, ogni desiderio. I luoghi aperti e sconfinati della provincia americana, atmosfere che sembrano venire dalle opere di Sam Shepard, ma che trovano la loro dimensione tragica nel corpo di Melora Walters
Proprio come “Dreamcatcher” per Kasdan, “Identity” è il film che radicalizza la poetica della patologia e dell’anormalità di Mangold, ora definitivamente implosa ed esplosa nel cervello-schermo del protagonista dove le moltiplicazioni dell’io non sono più semplici distorsioni del corpo, ma produzioni di nuovi e altri corpi dotati di vita propria
Era il 1987, e Leconte svoltava verso la commedia amara, presentandosi ad una Francia in grande trasformazione con una coppia da romanzo, da film o da fumetto, in cui se Rivetot è Sancho Pancha, Bernardo e Cico insieme, Mortez non è né Don Chisciotte, né Zorro né Zagor.
Un film d'azione ambientato in una cabina telefonica? Niente sparatorie feroci ma solo avvenimenti condensati nell'unità di tempo, luogo, azione, oltre che di presenza in scena del solo Farrell. Un'idea coraggiosa, che alla lunga non paga.
Singleton prosegue sulla falsariga di Rob Cohen filmando le macchine prima delle figure umane ma allo stesso tempo sgombra la strada da ogni tipo di presenza umana e dirige questo action-movie con insospettata sicurezza
La Patagonia "è" viaggio, e i viaggi sono storie: quelle di tre personaggi, nelle tre stagioni fondamentali della vita, alle prese con un regolamento di conti - più inconsapevole che desiderato - con la loro esistenza.
Un clima freddo raggela ogni inquadratura, mistifica ogni scorcio di panorami paradisiaci, omologa ogni movimento di macchina e devitalizza ogni primo piano, tanto che non è il canguro a sembrar vero come gli umani ma gli umani a sembrar fasulli come il canguro
Charlie, il suo tesoro di diamanti scintillanti nascosti, è l’oggetto e il soggetto della ricerca di Demme, che con fare da chirurgo estetico riduce e ricuce a brandelli “Charade” di Donen, scava con il bisturi il corpo/set Parigi anni ’60, ne lascia fuoriuscire flussi vitali, odori e umori
Ci pare che nel lavoro di Pettigrew manchi proprio l’attualizzazione del lavoro felliniano, il chè non significa traslazione degli estremi figurativi del suo cinema all’oggi, ma una necessaria interrogazione critica che ne lasci intravedere la sagoma di cinema ancora aperto (nonostante tutto) all’emozione della critica, e del dubbio.
Nell’opera non si arriva davvero mai a stagliare i corpi filmati in una regione immaginativa a ridosso della Storia, per filmarne invece l’emersione con costanti meccaniche e ripetitive che chiudono il set, trincerandolo in un andirivieni di montaggi ora documentaristici, ora finzionali, ispirati all’idea di un cinema ricostruito in vitro.
In "Riders" si ha come la sensazione di trovarci coinvolti in spostamenti prospettici più legati al puro esercizio fisico, corporale di un cinema già cassato, che a quelli sciolti nella fluidità di un digitale ormai inarrivabile, ma controllatissimo, di un Rob Cohen, per esempio.
In questa commedia sul “doppio” non riposa solo la volontà di intraprendere un difficile confronto con la tradizione; piuttosto si ha come l’impressione che il film si trovi a godere i benefici di una sceneggiatura sfilacciata e di una regia e ordinaria che, in altre occasioni, avrebbero dovuto penalizzarlo
Robbins proietta i tratti distintivi del suo impegno civile nell'America degli anni '30 e ragiona di potere e libertà, creazione artistica e ideologia, in un mosso e diseguale affresco corale.
Costa ha voluto allargare il pretesto iniziale a vera e propria macchia narrativa, restringendo via via i confini della scena e abbandonandosi ad un campionario artefatto di regionalismi d’accatto.
Quello di Don Micheal Paul è senza dubbio un cinema muscolare, tutto risolto nei fraseggi isterici di una cinepresa che rimodella la riapertura fantascientifica del carcere di Alcatraz, ma mai capace però di vivere squilibri d’intensità.
Un’operazione fallimentare per il regista britannico che è stata annunciata tale da mesi e in cui un finale amaro, frettolosamente raggiunto, ci lascia con la sensazione di un film irrisolto, probabilmente boicottato fin dal suo concepimento
E’ davvero come se Rosenthal ignorasse di fatto i sequel succedutisi fino a questo momento, per riallacciarsi idealmente al suo vecchio episodio, dove i corpi inquieti (fra tutti il rapper Busta Rhymes) riconfigurano nuove possibilità di svolgimento della storia.
Sissako torna sugli spazi e sul senso dell’attesa. Nel tempo sospeso, interiore e esteriore, si inscrive quest’opera di leggiadro humour e inscalfibile leggerezza. Qui usa toni più smorzati, un bianco che si espande oltre l’inquadratura, nei fuoricampi che le dune creano. Luogo che si fa cinema prima dell’arrivo del cinema.
Edmund Budina, stimato spirito libero noto e apprezzato in patria da professionisti e intellettuali, ha il merito di restituirci la fragile immagine ed i respiri inquieti della sua nazione e delle disordinate dinamiche che la governano
Paradossalmente “28 giorni dopo” trova la sua massima riuscita proprio nei giorni precedenti il ventottesimo, per meglio dire, nel suo fuoricampo, in quello spazio, in quel tempo lasciati immaginare, respirare nei primissimi minuti.
A “Nerolio”, modello narrativo di controversa collocazione, risponde un’opera non allusiva ma di immediato impatto figurativo. Il dramma del giovane precede l’essenza del “profeta”. “L’immoralista” guadagna in punta di piedi lo spazio scenico e abbatte, con “fendenti diaristici”, l’esaltazione del presente.
La passione autentica del film è proprio quella volontaria mancanza di distanza dal personaggio, quell’immedesimazione in un mondo fatto di tensioni pronte a esplodere dove si vede l’invidiabile maturazione di un cineasta capace di gestire i tempi
La regista finge di disinteressarsi alle dinamiche del caso (in ciò preferiamo l'arrogante stile/destino del Lelouch di “Ci sono dei giorni... e delle lune”) ma la distanza da movenze e motivazioni dei personaggi è purtroppo prossima allo zero.
Tra molteplici riferimenti cinematografici, il film di D’Ambrosi è vittima di un virtuosismo formale dove l’apologo sulla necessità della follia, sull’alienazione restano solo pallide ipotesi
Putroppo di fronte a segnali d'allarme come “Amici per la morte”, non si è sviluppata un'ipotesi alternativa, un'intensa riflessione su come dovrebbe essere scritto un bel film d'intrattenimento
Certamente non mancano spunti di riflessione per il primo lungometraggio del regista. Tra commedia, diario e rimandi autobiografici, il digitale frammentato e poi "gonfiato" si fa medium e messaggio mescolando vari moduli narrativi e sezionando il tempo e lo spazio. In un vortice percettivo talvolta si confonde la fonte primaria dell'immagine.
Polson complica troppo le cose, si avventura sin da subito in un’architettura macchinosa e claudicante, in cui i personaggi appaiono più come pretesti drammaturgici che come carne, sangue, passione.
Il cugino di Spike Lee riesce ad arrivare a ritmo di funky fino in Italia. Il parallelo con Austin Powers è immediato: al posto della swingin' London, una funkin' America, ma la matrice demenziale della comicità è la stessa.
La Miller descrive e tratteggia figure che appaiono come slegate. Il film della regista americana punta a descrivere la donna per meglio giudicarla e studiarla come fosse un esperimento.
“L’anima di un uomo” è accomunato a “Buena Vista Social Club” da una precisa strategia/garanzia di marketing, dove però il blues (come la musica cubana nell’altro film) non riprende vita ma resta dentro filmati e testimonianze quasi asettici.
Si respira una libertà innegabile nei movimenti di Dillon fuori/dentro il set, nei suoi strani incontri,nel suo errare scoprendo di volta in volta corpi differenti, spazi vergini, superfici calpestate per la prima volta.
Non è la prima volta che “I soliti ignoti” vengono riesumati dal cinema statunitense e i fratelli Russo attingono all’originale recuperando molte delle trovate del ’58 che sorprendentemente riescono a sfuggire all’infiacchimento del riciclaggio e a funzionare ancora
Esplode nel fragore della metropolitana e nel bianco e nero dei cruciverba il terzo appuntamento con New York del regista già iraniano Amir Naderi. Un capolavoro potente nella sua natura elementare. Un tour de force che racchiude tutta la ragione del cinema di questo cineasta, ai vertici del panorama internazionale
L’amore tra Yossi e Jagger nasce sotto le armi, passaggio obbligato per la gioventù israeliana; maschi e femmine ventenni che si ritrovano negli hangar al confine con il Libano a combattere un nemico invisibile, a rinunciare alla vita “normale” che si fa parole nei loro discorsi/sogni.
Shadyac scrive direttamente sulla fisicità di Carrey, fissando sulla retina lo spettro di un’architettura filmica tanto passionale, quanto appunto scoperta, affiorante come segno di vita nascosta.
“Paura.com” è un horror urbano senza nerbo e spessore, che pesca volentieri nel torbido tentando di mascherare le proprie lacune narrative, ma che non riesce ad allontanare la sgradevole sensazione del “già visto”.
Lo sguardo di Washington accarezza i corpi messi in campo (da quello dei due protagonisti, a quello ugualmente curato di tutti i caratteristi), con uno sbilanciamento continuo che non ha paura di rischiare il vero e proprio mélo
Opera già calcolata per piacere, ma al tempo stesso con quell’atteggiamento di superiorità intellettuale che si nega di lasciarsi racchiudere nella formula del cinema commerciale. Tutto l’universo che gira attorno a Tanino è infine composto di figure volutamente deformate ma inconsistenti, alle quali viene negata la minima possibilità di esistenza
Dolce e innocente il film di Barreto mostra l’America, con i suoi stereotipi e le sue contraddizioni, i suoi paesaggi e i suoi luoghi, tra iperrealismo e citazionsimo, dove le tematiche, i personaggi, le ambientazioni, le psicologie umane sono abilmente collocati in un territorio che si adatta perfettamente alle scelte e alle azioni dei personaggi.
Bielinsky annaspa fra i detriti di una superficie di scorrimento ipercostruita, mai veramente densa e materica, ma sempre affastellata da segni ingombranti che asfissiano la visione.
Un affresco corale di varia umanità borghese e infelice, con il vecchio e il nuovo del cinema italiano. Un film che rilegge stilisticamente il filone "alla Altman", ma che anche pare come il suo titolo dal tono arrendevole: tramortito, senza calore, appiattito.
Gabbriellini, ondivago, dinoccolato e scostante come i personaggi ai quali ci aveva abituato, si impossessa della macchina da presa per girare un film dal gusto molto riservato, una specie di "personal movie" simbolico ed onirico.
Remake di “Bob le Flambeur”, noir acceso di atmosfere firmato nel 1955 da Jean-Pierre Melville, il film è sorretto da una scrittura solida ma mai eccessiva e da dialoghi verbosi ma mai superflui
Pur non conoscendo che pochi fotogrammi di “The Brown Bunny” di Vincent Gallo, sembrerebbe che tra stili, valori ed intensità diverse i due road-movies – curioso che entrambi insistano tanto sui cartelli delle località incontrate - si siano macchiati dello stesso peccato mortale: la vita.
Ci si ritrova compressi in un mondo molto più nero e dipendente: se Matrix era ancora trattenuto nel bilico di una non-realtà ancora non del tutto rivelata, sulla pelle di un Neo non ancora Neo/Messia... Matrix Reloaded appare molto più dark, occlusivo, assoluto nel suo stare dentro lo scontro, abitarlo con disperata sensazione di libertà...
Ali G: il cinema trash torna sul grande schermo ma lo fa utilizzando gli stilemi televisivi. E tra sesso e marijuana non c’è nulla di politicamente sovversivo: la commedia sexy made in England premia infatti la monogamia e il rispetto dei ruoli
Mondi che si incontrano nelle rispettive fughe da Primi e Terzi mondi che condannano l’uomo all’alienazione. Il film vuole offrire una generosa speranza e tra danze liberatorie e crisi/crescite di conoscenza lanciando una
bottiglia in mare con un bigliettino ben arrotolato al suo interno.
Il regista non riesce mai a catturare l’esplosione fisica del set, la frizione dei corpi dei due protagonisti, ma prosegue lungo traiettorie quasi virtuali.
Il Battiato regista altro non fa che continuare il lavoro fatto all’interno della dimensione musicale delle sue canzoni, con sovrimpressioni impensabili di linguaggio e suono, e con una ricerca continua di un senso che scavalchi appunto ogni costruzione premeditata.
Lo spirito del luogo affiora attraverso uno sguardo pulito che si avvicina rispettosamente all’intimità dei personaggi e con rigore concretizza la solitudine interiore nella solitudine fisica dei ruoli e degli spazi
Si assiste in “Tentazione mortale” al trionfo dei luoghi comuni: la femme fatale bellissima e malvagia (ma inconsistente), la voice over suadente, ruffiana e ipernarrativa che fa da cornice alla storia, la città americana (nella fattispecie New Orleans) malata e corrotta, regno della depravazione.
Franklin è tra quei pochi registi capaci di scavare fra le macerie dei generi classici americani, in cerca di frammenti da ricomporre, di storie che chiedono di essere raccontate ancora una volta, magari con microscopiche oscillazioni di senso, con piccoli ritocchi stilistici capaci di reinventare un’altra Hollywood “nera” e marginale, mai filmata
Nel film si ha pure il coraggio di rischiare qualche cosa, ma è come se il giovane Taddicken si arrestasse timoroso di fronte alla storia raccontata. Non c’è mai vera libertà nel suo filmare gli scampoli di vita del protagonista ritardato e della sorella desiderosa di perdere la verginità
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