Showgirls, di Paul Verhoeven

Un musical su Las Vegas. Questa è l’idea base del progetto di Showgirls, prendendo come modello West Side Story (1961) e Flashdance (1983). I fluidi movimenti di macchina immergono lo spettatore in una coreografia grottesca strizzando l’occhio all’ immaginario felliniano. Paul Verhoeven dopo il successo di Basic Instinct (1992) cerca di riportare lo scandalo nel cuore della società americana, nella capitale del gioco e del vizio, realizzando una versione erotico-parodica di Eva contro Eva (1950) e La valle delle bambole (1967).

Il paradosso critico che ha condannato a priori Showgirls come mero contenitore di culi e tette e stroncato la carriera della giovane attrice protagonista Elizabeth Berkley, si basa sulla confusione tra superficie e profondità: come in certi affreschi scavando più a fondo emerge un altro dipinto, così dietro la storia della fuggiasca Nomi Malone divisa tra il peccato (la diva Cristal) e la innocenza (la costumista Molly) si cela una invettiva spietata alla società dello spettacolo, partendo dai locali di striptease di Las Vegas fino ad arrivare ad Hollywood. Per fare questo Verhoeven agisce su tre livelli: showgirls elizabeth berkley kyle mac lachlanil linguaggio, la fotografia e la musica. La serie di parolacce sottendono un mondo nevrotico/competitivo nel quale il “fuck!” viene utilizzato come intercalare anche davanti ai bambini. L’apoteosi sono i numeri comici di Henrietta Mama (novella “saraghina” di ) che ironizza sulle sue forme e intrattiene il pubblico maschile con doppi-sensi a sfondo sessuale. Per i colori viene privilegiata una estetica al neon che esalta il rosso e il blu: gli interni della discoteca, quelli del locale Cheetha’s, le scene del musical Goddess, le insegne fuori dal Casinò (Jesus is coming soon con la “s” traballante) sono un continuo stimolo elettrico per la retina dello spettatore. Questa estetica iper-cromatica è amplificata dalle superfici riflettenti: gli specchi dei camerini sono interrogati in una continua disperata ricerca di identità. In una scena magistrale vediamo raffigurate in uno stesso specchio Molly, Cristal e Nomi con un effetto fotocopiativo che suggerisce le diverse sembianze di un unico soggetto. La musica è un rumore di fondo incessante e sottolinea i momenti più importanti del film: I’m Afraid of Americans di David Bowie accompagna la rissa in discoteca, le note erotiche di Prince dettano il ritmo delle lap dancers e della prova ravvicinata di ballo di Nomi con l’amico di colore James (Glenn Plummer),  Wasted Time dei My Life with the Thrill Kill Kult celebra lo spogliarello di Nomi nel privé davanti a uno sbavante Zach (Kyle MacLachlan), la New Skin dei Siouxsie and The Banshee schiude il circolo vizioso sui titoli di coda.

showgirls gina gershon elizabeth berkleyVerhoeven fa evolvere il personaggio di Nomi da rozza e ingenua spettatrice di un mondo luccicante (lei mima con le mani i passi di danza, sbaglia il nome di Versace) a ballerina testarda che con mezzi illeciti riesce a prendere il posto della musa Cristal ristabilendo la posizione di dominanza su tutti i personaggi maschili. “Dovete vendervi, vendervi, vendervi” urla il trainer mentre le ragazze sfoderano le unghie una contro l’altra per la sopravvivenza: quelle di Nomi sono le più curate e anche le più affilate. Il segreto di Nomi è oscillare tra Pollyanna e Lolita, tra insulti e scatti di nervi, sfruttando la dipendenza sessuale di maschi che assomigliano a scimmie (l’invasione dei primati nei camerini ha una forte valenza simbolica).

In un recente saggio di rivalutazione critica Adam Nayman ha affermato che Showgirls “doesn’t suck” ma al contrario conferma le doti di Paul Verhoeven nell’utilizzare il burlesque come categoria dello spirito. Forse aveva ragione Jacques Rivette che aveva intuito per primo l’esprit de finesse dell’opera parlando del percorso di sopravvivenza di Nomi Malone in un ambiente maschilista popolato da stronzi. Così Showgirls sembra paradossalmente anticipare di vent’anni il trionfo di Donald Trump e incarnare lo spirito del nostro tempo: il prodotto escrementizio di un mondo neo-primitivo che si è auto-fagocitato tra avidità e lussuria.

Titolo originale: id.

Regia: Paul Verhoeven

Interpreti: Elizabeth Berkley, Kyle MacLachlan, Gina Gershon, Glenn Plummer, Robert Davi

Durata: 95′

Origine: Usa 1995

Genere: drammatico