Sicilian Ghost Story, di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza

Il nuovo film di Grassadonia e Piazza è sicuramente un azzardo, un tentativo non troppo frequentato dal nostro cinema che, a seconda della tendenza più o meno cinefila dello spettatore, può far pensare ad un inedito e sfrontatissimo teen drama fantastico d’ambientazione mafiosa oppure a certe favole militanti-autoriali del cinema messicano o spagnolo meno riconciliato (Agusti Villaronga?). In un caso o nell’altro rimane uno sforzo assolutamente da difendere, la ricerca di uno sguardo sulla cronaca nera più mostruosa e disumana della nostra Storia che possa smarcarsi dai rifugi rassicuranti della narrazione istituzionale del rimosso.
I due registi hanno così mano felice e sicura in tutta la componente coraggiosamente visionaria dell’impianto, complice la fotografia mai ammiccante di Luca Bigazzi, che non eccede neanche quando il modello young adult potrebbe sbilanciarsi una volta di troppo verso tendenze pop di capelli blu e disegni stilizzati sul muro – il progetto era d’altronde assai piaciuto al Sundance.

I sogni della protagonista adolescente Luna, le sue visioni a occhi aperti, i fantasmi e le apparizioni che la accompagnano nell’esperienza del suo primo, tenerissimo amore, sono visitazioni di una dimensione che prima di essere favolistica è arcaica e primordiale, parla con la voce di tutta la morte, la violenza e la rinascita millenaria di cui la natura è stata testimone sull’isola, in una sorta di tempo sospeso che si è preso una pausa dal progresso imposto e forzato.
Ma il rifiuto del canone narrativo ufficiale della storia di mafia siciliana tiene lontano il film da qualunque senso del sacro o vertigine onirica religiosa, qui le divinità e le presenze si muovono in un panteismo di boschi e rocce, acqua e caverne, rabbia animalesca e versi in codice che il mondo degli uomini e della ragione non riesce a interpretare neanche quando ne prende in prestito le procedure, come fanno le due amiche del cuore del film che comunicano a distanza via codice morse come fossero i richiami di una civetta in trappola.

E’ vero, il ritratto della tensione domestica e tutta la sezione sulla cultura dell’omertà e le dinamiche dell’intimidazione per strada o a scuola funzionano molto meno, nonostante il solito grande istinto attoriale di Vincenzo Amato, e confermano una certa tendenza dei due registi, già riscontrabile in Salvo, nel procedere talmente tanto per essenzialità del segno da metterne in mostra per contro i lati più aspri, acerbi.
Ma quanta potenza, magari poi fortunatamente non controllata, nelle derive più liberamente oniriche del film, che dei conti favolistici mantiene le foreste, le fiere, le madri cattive e i lupi travestiti da amici, per disperdere poi le carte da gioco in un respiro pulviscolare che astrae anche il riferimento diretto all’orrore vissuto dal 13enne Giuseppe Di Matteo, sequestrato e poi ammazzato da Cosa Nostra a metà anni ’90, mantenendone però l’unico epilogo possibile, quello nell’acido.
Nella messinscena per brevi frammenti dei due anni di prigionia del ragazzo ritrovi l’urgenza di denuncia di questo cinema, con una ricostruzione di spietata oscurità, da mettere a paragone magari con il secondo episodio del Tu ridi dei Taviani di 20 anni fa, Due sequestri, ispirato allo stesso fatto di cronaca, ma in quel caso visto dal punto di vista dei carcerieri del figlio adolescente del pentito Mezzanasca che stava parlando troppo.

Regia: Fabio Grassadonia, Antonio Piazza
Interpreti: Julia Jedlikowska, Gaetano Fernandez, Corinne Musallari, Vincenzo Amato, Filippo Luna, Sabine Timoteo, Andrea Falzone
Origine: Italia, 2017
Distribuzione: BIM
Durata: 105′