SOME PREFER CAKE 2011 – "Paris was a woman". Incontro con Greta Schiller e Andrea Weiss

Solita Solano e Djuna Barnes a Parigi nel 1922 - PARIS WAS A WOMAN

 

Greta Schiller e Andrea Weiss, documentariste indipendenti, storiche e ricercatrici statunitensi, vincitrici di un Emmy per Before Stonewall (1985) sono a Bologna ospiti del Festival Some Prefer Cake, dove hanno presentato due film sulle musiciste degli anni '30 e '40, International Sweethearts of Rhythm e Tiny and Ruby: Hell Divin' Women (Teddy Award a Berlino nel 1989) e il documentario Paris was a woman: cinque anni di lavoro per raccontare la fervida comunità di pioniere della Rive Gauche – scrittrici, pittrici, fotografe, poetesse, editrici, giornaliste – che a partire dagli anni '20 hanno vissuto, lavorato e si sono amate a Parigi, facendone il cuore della sperimentazione culturale e delle avanguardie per gli artisti di tutto il mondo.
 

Schiller e Weiss sottraggono la Parigi di inizio secolo al ruolo passivo di musa ispiratrice per artisti, raccontando una Musa che scende a piedi scalzi dal suo piedistallo e si incarna in una rete di donne esploratrici che desideravano condurre pienamente e liberamente la propria esistenza, sia nei sentimenti e nella vita quotidiana, sia agendo da protagoniste delle avanguardie artistiche che di là in avanti avrebbero influenzato tutto il XX°secolo. Paris was a woman ha la peculiarità di lavorare a fondo in una storia "ufficiale" che tende a insabbiare il ruolo delle artiste, per portare alla luce la dimensione radicale delle loro azioni, l'impatto rivoluzionario delle loro pratiche con la società del primo novecento.

Adrienne de Monnier nella sua libreria La Maison des Amis des LivresVediamo così la ventitreenne Adrienne de Monnier e la sua amata Sylvia Beach aprire due librerie leggendarie, a poca distanza l'una dall'altra: La Maison des Amis des Livres (dove i libri, allora molto costosi, si potevano prendere in prestito, per la prima volta in Francia) e la celebre Shakespeare & co.
Adrienne e Sylvia diventarono ben presto vere e proprie agitatrici culturali, rivoluzionando con il loro gusto anticipatore la vita intellettuale di Parigi, alla quale i visitatori delle librerie partecipavano direttamente: fu Adrienne a pubblicare in Francia T.S. Eliot, Walt Whitman, William Carlos Williams, E. E. Cumming, mentre nello spazio di Sylvia leggevano le loro poesie André Gide, Paul Valéry e Jules Romain. Non mancava Ernest Hemingway, che insisteva perchè le due instancabili libraie lo accompagnassero ad assistere a qualche incontro sportivo. A catturare i volti degli artisti più importanti del 900, anche nelle prime foto a colori, era Gisèle Freund: nel documentario ci racconta di persona la vita di questo gruppo di donne, come una delle poche testimoni sopravvissute all'epoca delle ricerche di Schiller e Weiss. Parigi era una donna anche dal punto di vista concretamente produttivo: Sylvia si indebitò clamorosamente per pubblicare l'opera di un certo James Joyce: l'Ulisse, impubblicabile negli USA. Pochi di noi sanno, però, che gli anni di sostegno e di incoraggiamento di Sylvia, la prima a credere nel suo valore, non furono ripagati con ben poca riconoscenza, e nel documentario scopriamo che Joyce, una volta riconosciuto, non esitò a passare a un altro editore.

NIGHTWOOD [La foresta della notte, 1936 Djuna Barnes]In questo fermento accorrevano sulla Rive Gauche Djuna Barnes, che scrive il suo romanzo Nightwood ispirandosi alla passione per la bellissima e inquieta scultrice Thelma Wood, le giornaliste Solita Solano e Janet Flanner, che con lo pseudonimo Genêt raccontava l'Europa ai lettori del neonato New Yorker in una rubrica chiamata Lettere da Parigi, la cineasta avanguardista Germaine Dulac, la meravigliosa e spregiudicata scrittrice Colette, le fotografe Berenice Abbott e Lee Miller – che si rifiuta di lavorare solo come modella (per Man Ray) e attrice (per Jean Cocteau) e diventa lei stessa fotografa, nonchè una delle prime corrispondenti di guerra – le afroamericane Bricktop, regina dei club che permetteva ai parigini di ascoltare dal vivo Duke Ellington e Cole Porter, e Joséphine Baker, che rivelava senza paura all'Europa la bellezza e la potenza di un corpo nero.

 

Vere e proprie fucine del pensiero erano due case: quella di Gertrude Stein, che accanto alla compagna di vita Alice B. Toklas portava avanti una ricerca stilistica estremamente personale e audace (“Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa”) e totalmente incompresa all'epoca; allo stesso tempo, a partire dal primo acquisto, con intuito sicuro, il quadro di uno sconosciuto di nome Picasso, esponeva e diffondeva le opere degli artisti che apprezzava (Marie Laurencin, Matisse, Renoir, Gauguin, Cézanne, Tolouse-Lautrec, Delacroix); e la casa della poetessa e drammaturga Natalie Barney, che incurante della miopia dei benpensanti conduceva una vita tumultuosa piena di amanti, ma a lungo condivisa con la pittrice Romaine Brooks, e che aprì per 60 anni il suo Salon al cubismo e al surrealismo, a figure memorabili come Tamara de Lempicka e Isadora Duncan, ricevendo poeti, scrittori, pittori (Pierre Louÿs, Max Jacob, Paul Claudel, Louis Aragon, Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald, mille altri).

 

Le documentariste Andrea Weiss e Greta Schiller - PARIS WAS A WOMANIncontro con Greta Schiller e Andrea Weiss

 
Che tipo di ricerche avete affrontato per il documentario?

Gran parte del merito va a Gisèle Freund. Uno dei problemi principali è che la maggior parte delle donne che volevamo raccontare erano già morte. Perchè il filtro non fosse eccessivo, abbiamo parlato con le persone che le avevano conosciute e frequentate all'epoca. Gisèle ha rifiutato per molte volte di partecipare, perchè temeva che il documentario finisse per parlare come sempre delle figure maschili del tempo: quando ha compreso il nostro intento ha accettato con gioia. Noi volevamo fare esattamente questo: ritrarre il modo in cui queste artiste si sostenevano l'una con l'altra, l'aspetto comunitario che le legava, il mettere in pratica una vera e propria forma di vita alternativa. Al di là del valore e della fama delle singole autrici, ci interessava difendere l'idea della loro comunità, e questo è stato uno degli ostacoli principali per trovare i finanziamenti. Tutti i produttori volevano che ci soffermassimo su un unico personaggio. In realtà questa difficoltà si è trasformata in un fattore positivo: abbiamo avuto cinque anni, più tempo per fare ricerca, cosa che accade di rado.

 

Come vi siete procurate il materiale?

Uno dei problemi maggiori è che negli stessi archivi non c'è traccia delle donne, e spesso nemmeno chi li gestisce ha idea del materiale che nascondono: spesso è archiviato sotto nomi maschili. Per esempio, abbiamo trovato dei filmati di Gertrude Stein non archiviati, su Djuna Barnes non abbiamo trovato nulla, se non un film di Germaine Dulac [L'Invitation au Voyage del 1927, ndr] che abbiamo usato perchè rappresentativo delle atmosfere del suo romanzo, e non trovavamo nulla su Sylvia Beach finchè non ci siamo imbattute in una ricevuta di una tv straniera che le aveva fatto un'intervista. Non compare mai il suo nome: compare quello di Joyce. Praticamente ogni spezzone del nostro film ha richiesto un lavoro di questo tipo. L'intervento di Gisèle Freund è stato capitale per questo aspetto: grazie a lei, siamo riuscite a documentare effettivamente un fatto poco conosciuto come la "creazione" di Joyce da parte di Sylvia Beach. Abbiamo trascorso molte ore negli archivi anche perchè non volevamo utilizzare le immagini preconfenzionate della Parigi degli anni '20 che si trovano in tutti i documentari e i film. A noi non serviva un commento o un'illustrazione decorativa, ma qualcosa che introducesse profondamente nell'atmosfera del tempo.

 

In questi tempi di sovrainformazione e di memoria storica piuttosto labile, avete dovuto operare uno scavo per ripristinare ciò che è stato occultato, o comunque reso non visibile perchè considerato scomodo.

 
Quando giri un documentario devi fare i conti con il fatto che è la cultura dominante a conservare il materiale. Questo è il principale ostacolo: lavorare da un altro punto di vista pur usando anche quel materiale. Ci interessava ad esempio mostrare che il lavoro di ricerca letteraria sperimentale della Stein e della Barnes sono stati riconosciuti con estremo ritardo. La cultura dell'epoca era assolutamente aperta all'avanguardia… ma non all'avanguardia fatta dalle donne. Un aspetto preoccupante è che oggi, con la digitalizzazione, paradossalmente è più difficile accedere al materiale che è sfuggito alle maglie della cultura mainstream: molte delle nostre ricerche sono partite dal cartaceo, dalle lettere, dalle stampe, dalle foto.