Song to Song, di Terrence Malick

Una porta si apre, una fenditura squarcia il nero dello schermo, un fascio di luce illumina un volto nel buio… e si ricomincia. Davvero, potremmo anche fermarci qui. Fermarci alla primissima inquadratura di questo Song to Song, alla sua potenza di immagine-archetipo, alla sua ambizione consapevolmente teorica, alla sua ferrea credenza nella finestra del cinema aperta ancora sul mistero dell’uomo. Del resto Terrence Malick, almeno da The Tree of Life in poi (ma c’è veramente un poi? Gli ultimi cinque film non sono “pezzi” di un unico grande mosaico che concepisce come fuori campo solo un ciclico viaggio nel tempo?), ha notoriamente frantumato ogni narrazione, trasceso molti canoni linguistici, confinato ogni senso in un fluttuare nelle cose-del-mondo per cercare casuali ed estatici raccordi nel divenire dello stesso.

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Patti Smith e Rooney Mara

E allora: in questo particolare pezzo del mosaico malickiano incontriamo i personaggi del produttore Cook (Michael Fassbender) e degli aspiranti musicisti Faye (Rooney Mara) e BV (Ryan Gosling), che vivono ad Austin (città natale del regista) e cercano perennemente note musicali che diano un senso al loro stare al mondo, ai loro amori incrociati, ai loro viaggi oltre-confine, ai loro sentimenti in voice over colti nel flusso dalla macchina-da-presa di Emmanuel Lubezki. “È tutto in caduta libera” ci dice apertamente Fassbender, ma anche in questo perenne cadere riconosciamo le tracce di una storia semplice-semplice: l’amore totalizzante di BV per Faye è minacciato dal demone Cook che trascina nel suo vortice anche l’angelica cameriera Rhonda (Natalie Portman), aprendo infiniti link temporali come fossimo in un perenne Jules e Jim suonato al ritmo di un Millennium Mambo. Gli amori nascono e finiscono in un singolo stacco di montaggio, per poi tornare dal passato a riconfigurare il presente in una coalescenza di tempi e spazi che non concepisce mai un ordine. Le situazioni significano di per sé e il montaggio le asseconda, ma le tensioni originarie del cinema di Malick restano comunque le rabbie giovani colte nei fatidici giorni del cielo: si oscilla tra abissi perturbanti (Fassbender è un diabolico costruttore di simulacri tentatori) e purezza spirituale (Gosling e la sua ricerca della vita semplice al di là della musica), tra la discesa agli inferi (la Cenerentola Portman che si spegne come una stella cadente) e l’ascesa al cielo passando per il buio della perdizione (Rooney Mara rinasce in quell’ “è tutto qui?” spogliandosi di ogni ambizione e sfiorando attimi di trascendenza).

Michael Fassbender e Iggy Pop

Song to Song, allora, volteggia liberamente di canzone in canzone - dai notturni di Debussy a Bob Dylan, dal gospel di LaShunPace a Del Shannon, in una colonna sonora travolgente - perché a Malick non interessa minimamente la perfezione della singola song, ma solo il fugace to che tenti di raccordarla alle altre. Perché basta un solo raccordo casuale, uno solo, per trovare l’armonia (come ci insegna Patti Smith in una sequenza del film piazzata chissà quando e chissà dove…). Ed è proprio in questa folle ambizione, in questa totale fiducia nell’immagine come medium ultimo di umanità, che trova senso anche la parata di star che affolla puntualmente i suoi film. Mai come in questo caso le inquadratura sono popolare da icone della musica (Iggy pop, Patti Smith, Likke Li, i Red Hot Chili Peppers), del cinema (oltre ai protagonisti aggiungiamoci anche Val Kilmer, Holly Hunter, Cate Blanchett), addirittura confinate nel fuori campo (Christian Bale è il Knight of Cups “sacrificato” da questo montaggio). Le star sono già corpi-immagine che transitano inconsapevoli da un film all’altro (pensiamo a Cate Blanchett che irrompe di nuovo come il malinconico “amore del passato” per poi svanire nel nulla, proprio lei, la voice over di Voyage of Time…) opponendo un forte statuto iconico all’instabile fluttuare delle cose e riconsegnandoci un passato immaginario che non può essere altro che cinema. Del resto dal 2012 ad oggi l’altalena dei titoli di questo travagliato film segna (in)volontariamente proprio questo intento: da Lawless (senza legge), a Weightless (senza peso), al definitivo Song to Song

Malick5Insomma il cinema di Malick con la sua radicalità formale e le sue star da copertina, la sua irriducibile sincerità e le sue immense fragilità, va visto e ascoltato ben al di là delle ripetitive battaglie di gusto che ultimamente genera. Spostando invece il fuoco del discorso sul valore politico che manifesta in questo nuovo millennio. Perché proprio in un tempo di galoppante perdita referenziale delle immagini e dei sentimenti mediati dalle stesse, Malick è alla disperata ricerca di una “nuova forma” che riconsegni credenza al gesto cinematografico: ogni sua inquadratura viaggia ostinatamente controcorrente, cercando senza sconti quel “qualcosa che deve essere ancora trovato”, un sentimento originario e puro, un singolo raccordo che possa giustificare tutto il caos dei segni di questo mondo. Malick è alla ricerca di un attimo, di un singolo attimo di armonia, che si trasformi in esperienza viva per lo spettatore. E a questo punto parlare ancora di film riuscito o meno, di delirio solipsistico o meno, è veramente secondario… perché la commozione profonda che genera sta tutta nell’abbandonarsi senza riserve a questo coraggioso e sublime tentativo.

Titolo originale: id.
Regia: Terrence Malick
Interpreti: Ryan Gosling, Rooney Mara, Michael Fassbender, Natalie Portman, Cate Blanchett, Holly Hunter, Bérénice Marlohe, Patti Smith, Val Kilmer
Origine: USA, 2017
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 129′