SPECIALE IL NOSTRO NATALE – Il molto onorevole Mr. Pulham, di King Vidor

Il cuore inesplorato di King Vidor sembra battere all’unisono piuttosto che con la consolazione della memoria, con l’accettazione del presente.
Legato ad un Natale di molti anni fa Il molto onorevole Mr. Pulham (1941), tratto da un romanzo di John Marquand, è il film che mi ha permesso di scoprire la geniale qualità del cinema di King Vidor, talento progressivamente oscurato da un altrettanto graduale sbiadimento dell’interesse per il cinema americano dell’immediato post-muto al quale Vidor appartiene di diritto. Appartenenza meritata non fosse altro che per avere girato con La folla (1928) il film forse più modernamente dentro all’evoluzione della tecnica del sonoro e della visione, grazie ad un uso innovativo dei mezzi, una indiretta il molto onorevole Mr. Pulham_6riflessione sull’evoluzione capitalistica della società americana e per avere realizzato, qualche anno dopo, l’oggi introvabile Street sceene (1931), esempio mirabile di cinema popolare e, al contempo, sofisticato, antesignano di un realismo che solo successivamente si sarebbe sviluppato, quando i registi avrebbero abbandonato gli studios per trasferire i set tra la gente dei quartieri. Un film in qualche misura anche antitetico e opposto a La folla proprio per il suo sguardo su un microcosmo urbano, piuttosto che sulla dispersione nella modernità incontenibile della metropoli.
Vidor è stato un autore di grande vivacità artistica e sempre alla ricerca di un passo corretto da utilizzare per interpretare, un po’ controcorrente, una realtà che trovava ed esprimeva come articolata e complessa. Un regista che amava “mettersi in gioco” senza pregiudizi e senza remore, sperimentando le potenzialità del cinema. In queste caratteristiche le qualità artistiche di King Vidor, spesso ricordato per Duello al sole, western melodrammatico prematuramente crepuscolare e purtroppo non per La grande parata (1925), malinconico film sul ritorno a casa di un soldato dopo il primo conflitto mondiale, che nel rimarginare le ferite della guerra e dell’amore trova anche il modo per diventare un’opera antibellica in epoca prepacifista.
Il molto onorevole Mr. Pulham, VidorAppartiene a questa dialettica che non è altalenante modalità per guardare al mondo, ma è interrogarsi sulle questioni della vita degne di essere raccontate, Il molto onorevole Mr. Pulham, H.M. Pulham Esq., in originale, un film considerato minore nella lunga carriera dell’autore texano, prolifico regista e produttore che iniziò il suo percorso artistico nei primi anni dieci del secolo passato per terminarlo ufficialmente nel 1979.
Il molto onorevole Mr. Pulham conferma i presupposti e può considerarsi una riflessione sul dubbio e sulla sua soluzione, dotato di un tocco lubitschiano che gli conferisce una naturale grazia e una brillante leggerezza, costituisce, come gran parte della sua produzione, una eccezione alla regola dominante nella Hollywood di quegli anni. Vidor, regista decisamente integrato nello star system americano, ha sempre mantenuto una autonomia quasi assoluta, tanto da farlo assimilare ad un indipendente ante litteram e sicuramente annoverarlo tra i pochi autori controcorrente di quegli anni, lontani dai cliché e dai conformismi. Sono proprio i conformismi a segnare il personaggio di Pulham dai quali sembrerà liberarsi dopo la breve catartica avventura che il film ripercorre.
Un primo sintomo di questa autonomia artistica ci è fornito dai suoi attori protagonisti, considerati minori nel panorama hollywoodiano, ma che perfettamente incarnano la medietà dei personaggi, non geniali, non unici, ma modulati su una sensibilità comune e per questo davvero riconoscibili e facilmente acquisibili a categorie umane e caratteriali Il molto onorevole Mr. Pulham_5diffuse. Pulham non è un originale è un uomo qualunque, poco sopra la media, modernamente comune confuso tra la folla, diverso il personaggio di Marvin più dinamico e intraprendente, meno accomodante di quanto Pulham in fondo pretenderebbe.
Mr. Pulham è oggi un capitano di una piccola azienda, una telefonata inattesa dai suoi vecchi compagni di liceo che gli commissionano un discorso che ripercorra la sua vita e, a seguire, una telefonata di Marvin, suo travolgente amore giovanile, lo obbligano ad un ritorno al passato e a rivedere la sua vita. Ma il tempo sembra essere definitivamente perduto e Pulham, in fondo sta bene nelle sue vesti e con la sua famiglia, assapora felice il gusto benessere frutto di un capitalismo ancora non aggressivo, nella calibrata certezza dei gesti quotidiani che rendono piacevole la vita.
Vidor affida i suoi personaggi principali all’elegante Robert Young (Mr. Pulham) e alla bellissima Hedy Lamarr (Marvin), un viso pulito dell’est europeo, tra le tante e i tanti attori e intellettuali (come l’attrice viennese), rifugiatisi negli Stati Uniti per sfuggire al nazismo.
Il film è in fondo una felice commedia romantica e sofisticata, attraversata da un tocco malinconico che non si lascia mai andare alla nostalgica rievocazione del passato felice, ma nella consapevolezza di averlo speso bene, privilegia sempre il presente. Vidor ama il suo Pulham e lo mette davanti alle prove che con convinto rifiuto il personaggio sa superare, vincendo quel tanto di vanità che lo spingerebbe a cedere. Pulham rappresenta l’affidabilità nel quotidiano e la sua radicata convinzione nella fiducia del suo presente, si trasforma in un frammento di un orizzonte più largo. Lo sguardo di HM Pulham Esq, 1941Vidor sembra allargarsi e guardare con fiducia al Paese intero. Questo percorso fatto di attimi (l’abbassare della tendina durante la prima notte di nozze per non vedere una pubblicità ideata con Marvin, la sua ostinazione nel non abbandonare l’amata Boston per la più dinamica New York, etc..) sembrano ricomporre una tela fitta e sicura. Ma in fondo a rassicurare basterebbe la sequenza iniziale, i gesti sicuri e consueti restituiscono la misura del personaggio e il riflesso della società in cui vive, il suo benessere frutto maturo di un lavoro assiduo.
Marvin e il carico di ricordi che porta con se, appaiono quindi come il perturbante in questo quadro idilliaco, ma a rischio, che trova un vulnus proprio nel rapporto matrimoniale che sembra sopito e segretamente scricchiolare. Marvin, ancora bella e piacente, nonostante il grigio tra i capelli, mette in crisi per un momento la quasi perfetta esistenza di Pulham.
King Vidor con l’elegante H.M. Pulham Esq., compie, ancora una volta, un’operazione originale e questa volta sulla memoria, lontano da ogni pessimismo e da ogni Il molto onorevole Mr. Pulham, Lamarresistenzialismo negativo. A differenza di Lettera da una sconosciuta che da radici assai simili giunge a conclusioni drammaticamente opposte, Vidor oppone la sicurezza del presente. Il cinema di Ophuls e quello di Vidor, così distanti tra loro negli esiti, segnano la distanza anche tra le due culture dalle quali provengono. Alla malinconica costruzione del regista tedesco, frutto di una tradizione fortemente segnata da un lacerante romanticismo letterario europeo, si oppone la (tutto sommato) scanzonata gita nel passato che il gioviale Pulham compie fino a comprendere la bellezza della certezza del presente.
Mr. Pulham sembra rivelare il suo vero cuore, quello di una acquisita maturità che no lascia spazio alla superficialità di ciò che nel ricordo appare come felicità. La memoria non è più (o almeno non è solo) romantica divagazione nel (presunto) felice passato, ma strumento di misura del presente. Pulham divaga, ricorda, affastella memorie, nomi, amici, giornate felici, il matrimonio, la fanciullezza e con soddisfazione che non è quella dell’accontentarsi si ritrova con la moglie in auto nella felicità di un pomeriggio di Il molto onorevole Mr. Pulham, Young e Lamarrsole tra le strade della tanto amata Boston pronto ad un viaggio con lei che risani le ferite.
Eleganza e certezze in questo film dal sapore solo lontanamente malinconico che si fa profondamente amare perché da corpo e volto ad una allegra consapevolezza della felicità del presente. Pulham sarà libero e la sequenza finale libera da ogni routine, costituisce la naturale antagonista di quella iniziale.
Vidor fa il suo mestiere di regista americano e dopo avere romanticamente fatto incontrare i due protagonisti, già riscaldati alla luce di un camino dopo una gita sulla neve, rimarca le distanze e molti anni dopo, ingrigisce i capelli di entrambi nella stanza d’albergo dove, senza drammi, avverrà l’ultimo incontro tra i due ex amanti. Un addio condiviso, tra due cuori non più appassionati, ma solo reduci da una bella avventura che a volte la vita riserva. Un film frutto di una riflessione che non può essere giovanile, che prelude alla definitività della scelta, un film per questo forse oggi fuori dal tempo, che riscopre la condivisione dell’amore di coppia in età matura, non quando spinge il bisogno e la malattia, ma nel momento dell’incertezza, la dove più aspro si fa il confronto con il passato e quando il finale di partita diventa tema non più discutibile. Un film da recuperare in tempi di consuntivo.