SPECIALE IL NOSTRO NATALE – La Vita è Meravigliosa, di Frank Capra

Al mio fratellone George, l’uomo più ricco della città. Ogni volta che rivedo La Vita è Meravigliosa mi commuovo sempre nello stesso punto, quando Harry brinda in onore del fratello maggiore George Bailey. Non ricordo la prima volta che vidi il classico natalizio di Frank Capra; fa parte di quell’insieme di film che mi sembra di conoscere da sempre. In molti ritengono che La Vita è Meravigliosa non sia l’opera migliore del regista, che da un paesino in provincia di Palermo si trasferì a sei anni a Los Angeles, diventando l’uomo che ha cullato gli americani, con le sue storie solo apparentemente ottimiste e votate al lieto fine. Io La Vita è Meravigliosa, l’ho sempre accostato ai classici Disney, di conseguenza un sentimento profondamente tragico mi accompagna costantemente per tutta la visione.

Molti (almeno quelli della mia generazione, quella dell’infanzia nei ‘90) ricorderanno la storia uscita sul giornaletto della Disney, Topolino e le Dolcezze del Natale di Renato Scarpa. Il povero Topolino, esattamente come George Bailey, afflitto da un debito con la banca, passa le più terribili disavventure finché, depresso e sconsolato incontra Babbo Natale che gli mostra come sarebbe Topolinia senza la sua presenza. Gambadilegno è diventato sindaco, Pippo un vagabondo, Tip & Tap due poveri orfanelli infreddoliti…Ogni volta che mi veniva la febbre da bambina potevo sempre contare su un giornaletto Topolino, fresco fresco di edicola. Chi è venuto prima per me, se Scarpa o Capra, davvero non lo ricordo. Ma so bene, perché succede ancora adesso, che è sempre nello stesso momento della storia che inizio a star male: ovviamente quando Clarence, l’angelo buffo senza ali, mostra a George Bailey come sarebbe stata la piccola cittadina di Bedford se lui non fosse mai nato.

la vita è meravigliosa

I primi piani di James Stewart, così sconvolto di fronte a quell’incubo, ancora adesso mi atterriscono. La vita di George Bailey non è certo delle migliori. Dotato fin da piccolo dello spirito del viaggiatore, puntualmente, prima di partire, qualcosa gli impedisce di lasciare Bedford, costringendolo all’immobilità di fronte ai cambiamenti degli altri. Ma quando George Bailey scopre grazie a Clarence di quale enorme responsabilità è investito, di quanto la sua sola esistenza condizioni quella degli altri, (conoscenti e non, costretti senza la Costruzione e Mutui a vivere a Pottersville) terribili e inconsce paure mi ribollivano dentro da bambina. La perdita improvvisa del calore degli affetti (ingrediente essenziale per il Natale), l’orribile indifferenza dei suoi cari, mi fanno tutt’ora vivere quegli attimi come se stessi guardando un film horror.

Ma poi il ritorno alla realtà, improvvisamente più splendida che mai. Qui sta la grandezza di Capra, abile prestigiatore che costruisce l’incanto, e orchestra ogni scena come una sinfonia, la caduta e la rinascita, l’incubo e il risveglio. Tutto mi è sempre sembrato meravigliosamente suonato, una coccola per fronteggiare i momenti difficili. Certo, c’è un’ambiguità costante, una voragine dietro al lieto fine, una crepa in quella felicità così perfetta. Per questo molti sbagliano pensando al film come a una mera storiella buonista e natalizia. Siamo piuttosto di fronte a una fiaba e non manca l’abisso, un messaggio che si insinua fra gli abbracci finali. George Bailey, lavoratore vero, contribuisce a rendere Bedford un posto migliore, sacrificandosi, rinunciando ai suoi sogni. Una voragine si apre dietro al lieto fine, dietro alla gioia così pura di quella festa natalizia. Si avverte l’inganno. Io però tutt’ora abbocco e me lo godo ogni Natale, Frank Capra che ammorbidisce questa vita in preda alle intemperie. In barba a tutti i cinici.