SPECIALE SILS MARIA – Nuvole fluttuanti…

Sils Maria, Olivier Assayas

Questo film, che ha a che fare col passato, con le relazioni che abbiamo avuto in passato, e con ciò che ci ha formato, ha una lunga storia alle spalle, che Juliette Binoche ed io condividiamo in maniera implicita.

 

Ci siamo incontrati per la prima volta all’inizio delle nostre carriere. Assieme ad André Téchiné avevo scritto Rendez-vous, una storia piena di fantasmi, dove, all’età di vent’anni, Juliette interpretativa il ruolo della protagonista. Anche quel film indagava sul percorso che una giovane attrice deve compiere per calarsi in un ruolo. Da allora, le nostre strade hanno fatto un cammino parallelo, e si sono incrociate solo in seguito, nel 2008, quando abbiamo girato assieme L’Ora D’Estate. Fu Juliette a intuire per prima che stavamo perdendo un’opportunità, in termini cinematografici, che avrebbe riportato entrambi all’essenziale. Con questa intuizione in mente, ho iniziato a buttare giù qualche idea, poi ho cominciato a creare i personaggi e, in seguito, ho scritto questa storia, che aspettava di essere raccontata da tempo.

 

Scrivere è come seguire un sentiero, e questa storia in particolare si trova alle altezze vertiginose del tempo sospeso tra le origini e il divenire. Non sorprende che abbia inspirato in me immagini di paesaggi montani e di strade scoscese. Dovevano esserci la luce primaverile, la trasparenza dell’aria, e le nebbie del passato, quelle di Cloud Phenomena of Maloja. E’ stato un cammino che mi ha riportato indietro a dove tutto ha avuto inizio, lo stesso vale per Juliette.

 

Maria Enders è un’attrice. Assieme alla sua assistente, Valentine, esplorano la ricchezza e la complessità dei personaggi creati da Wilhelm Melchior – personaggi che devono ancora svelare tutti i loro segreti, anche a distanza di vent’anni.

 

La questione non è tanto il teatro e le sue illusioni, né la tortuosità del racconto; ma piuttosto il tema è l’Umano, più semplice e intimo. In questo senso, le parole, quelle scritte dagli sceneggiatori, quelle di cui si appropriano gli attori, e che poi risuonano negli spettatori, evocano proprio quelle domande che tutti ci poniamo, ogni giorno, nei nostri monologhi interiori. Sì, certamente, il teatro è la vita. E’ anche un po’ meglio della vita, perché svela la grandiosità nel momento migliore delle situazioni, e anche il peggio, in ciò che è triviale e nei nostri sogni.

 

In questo senso, Maria Enders non è Juliette Binoche, e non sono io. Lei è ciascuno di noi attraverso la necessità di rivisitare il passato, non per spiegarlo, ma per trovare le chiavi della nostra identità; ci ha reso ciò che siamo e continua a spingerci avanti. Lei guarda nel vuoto e osserva la giovane donna che era all’età di vent’anni. Nel suo cuore è sempre la stessa, ma il mondo è cambiato attorno a lei e la sua giovinezza è volata via – giovinezza nel senso di verginità, di scoperta del mondo. Che non torna più indietro. D’altro canto, non dimentichiamo mai ciò che la giovinezza ci ha insegnato: quella costante reinvenzione del mondo, il decifrare la realtà iper-contemporanea e il prezzo che si deve pagare per farne parte. Conferendo a ogni nuova volta l’urgenza e il pericolo di una prima volta.

 

Il confronto tra il passato e il presente di un paesaggio mi sembrava un’ambientazione ideale per una commedia (o per un dramma, a seconda della prospettiva che si sceglie) su un’attrice che si tuffa nell’abisso del tempo, sia per ragioni professionali che morali, ma non per suo personale desiderio. Quando fissiamo questo vuoto, esso non riflette molto, a parte la nostra immagine, che è congelata nel momento presente. E’ questa l’immagine alla base di Sils Maria. Maria Enders si vede diffrangere in migliaia di avatar che riecheggiano nel mondo virtuale della fama – e nell’avversione – dei moderni media. E’ qui che il confine tra lo spazio intimo, quello più pateticamente banale, e quello pubblico si fa più labile. Lo cerchiamo, ma non riusciamo a trovarlo. Probabilmente, ha semplicemente cessato di esistere.

 

Sils Maria

Maria Enders è ancora la giovane donna interprete del ruolo di Sigrid, nel film di Wilhelm Melchior? Oppure è l’adulta, la donna matura come la vedono le altre persone? O forse è ancora uno dei personaggi che ha interpretato, o uno dei volti che appaiono quando si scrive il suo nome su Google Immagini o su YouTube?

 

C’è ancora qualcosa alla quale possa aggrapparsi, a parte la segretezza della sua privacy, l’unico posto dove il tempo non può lasciare traccia? Il posto dove può solo fluire, come il Fenomeno delle Nuvole del Maloja?

 

In principio, pensai alle nuvole, al cielo sopra alla Valle Engadina, a come un paesaggio sia immutabile e in movimento allo stesso tempo, qualcosa d’inquietante e allo stesso tempo umano. Il paesaggio è inspiegabilmente inciso nel tempo, ha assistito alle vite di tutti gli esseri viventi che l’hanno popolato, che si sono fusi con esso, in ogni epoca; e che hanno fatto esperienza delle sue altezze vertiginose. Nel 1924, agli albori del cinema, Arnold Fanck, uno dei pionieri della fotografia di montagna, girò il singolare Cloud Phenomena of Maloja, in cui le cime delle montagne, le nuvole e il vento si mescolano assieme in maniera astratta, evocando la pittura cinese classica. Girò in bianco e nero, e oggi quel film esiste solo sotto forma di una copia logora e graffiata. In una parola, un ricordo di quello che sarebbe potuto essere e su cui il tempo ha inciso se stesso.

 

E’ inquietante avvertire una verità intima e misteriosa in questi spazi, nonostante (o grazie a) i filtri che ci separano da essi. Essi rivelano se stessi attraverso una remota soggettività, con quasi un secolo a separarci da loro.

 

Non è forse questo il processo stesso dell’arte? Che riproduce il mondo attraverso un singolo colpo d’occhio, che toglie e allo stesso tempo rivela, portando indifferentemente alla luce l’invisibile e il visibile?

 

Olivier Assayas