SPECIALE STAND BY ME – Io ballo da sola, di Bernardo Bertolucci

Qualche estate fa. Un’altra latitudine. Un altro tempo. Una notte in Italia. Al cinema all’aperto si proiettava Io Ballo da Sola di Bertolucci. La campagna distruttiva sull’opera era già in atto da mesi con i soliti strali della critica pregiudiziale: Bertolucci predica il disimpegno, si fa le seghe in un casolare toscano, scopa la lolita Lucy (Liv Tyler) ad ogni inquadratura. Durante la visione mi volto verso un’amica per comunicare le mie sensazioni: mi accorgo che dorme e sembra anche in fase REM. Non è sempre negativo dormire in sala, magari stai sognando lo stesso film o una versione alternativa, o comunque il materiale inconscio portato alla luce può essere considerato copyright di Bertolucci. Però alla fine della proiezione sento la mia amica parlare di esile trama narrativa, di autocompiacimento onanistico, di qualunquismo alto borghese. La rivedrò dieci anni dopo che cerca di convincermi a sostenere una raccolta fondi per Forza Italia. Io esco dalla visione con due pensieri fissi nella mente: voglio sapere chi è il direttore della fotografia perché per la prima volta ho visto una luce che assomiglia a quella dei miei sogni. Imparo a memoria il nome di Darius Kondji e scopro che è lo stesso di Seven, quindi illumina anche gli incubi.

4C’è tanto rosso: le labbra e la gonna di Liv Tyler, le ciliegie, la tenda, il vestito della Sandrelli, il maglione di Ignazio Oliva. E c’è una particolare bravura nelle scene notturne come quando Lucy legge il diario con la candela tra i suoi piedi. Rubare la bellezza attraverso i fotogrammi, basta: Liv Tyler guarda in macchina e tutto l’intorno sparisce. E poi c’è il discorso sullo specchio del nostro tempo: al di là della ricerca del vero padre e della perdita della verginità di una adolescente americana in vacanza in Toscana, Io Ballo da Sola parla trasversalmente dell’arretramento e isolamento della classe intellettuale di sinistra di fronte all’irrompere della realtà, incapaci di decifrarla. Non ci sono le bandiere del partito come in Novecento. Qui sono tutti morti-viventi o in agonia come Jeremy Irons che ruba anche lui qualche istante di eternità vedendo (tra)passare la bellezza. Uno Nove Nove Sei. Sei borghese, arrenditi. D’Alema accettava l’abbraccio mortale di Berlusconi, la sinistra si imborghesiva e diventava indistinguibile dalla destra: l’inizio della fine, delle grandi idee che vanno a morire senza farti un saluto, di una canzone popolare che in una notte come questa ti lascia muto. Bertolucci anticipa di 15 anni la moderna società dello spettacolo tutta voyeurismo e selfie, esibizionismi da grande fratello, urla animalesche da neoprimitivi televisivi; dalla lotta di classe si passa a lotta per il passaggio in prima classe, si fa di tutto per entrare nelle stanze del potere anche solo per pulire i cessi.

liv3Il Cinema di Bertolucci non racconta una storia ma dialoga con lo spettatore attraverso la contaminazione con altre arti: le sculture di Mattew Spencer, la musica della colonna sonora che spazia dal classico Mozart al grunge di Courtney Love e all’alternative pop dei Portishead; dalle poesie di Lucy in sovraimpressione, al ballo tra l’anziano e l’adolescente che richiama quello di Mario Pisu e Barbara Steele in 8 e mezzo. Ballare per evocare una assenza, ballare per ricongiungersi con i fantasmi. Con i propri padri, mariti, figli, amanti.
Mentre sono perso tra le parole delle canzoni, la mia amica continua il sermone post ansiolitico: “epperò Bertolucci continua a guardare dal buco della serratura, guarda il sesso in maniera malata, non si schiera politicamente, ha la puzza al naso dell’alto borghese, non è realistico… mi sembri molto incoerente”. La mia incoerenza, pensare che vivresti benissimo anche senza… ma io non voglio realismo, voglio magia. Esco dal cinema, vedo allontanarsi per sempre la mia amica, una leggera brezza fresca mi accompagna nel percorso e annuncia che l’estate sta finendo, la luce si perde nella linea dell’orizzonte. L’amore non esiste, esistono solo le prove d’amore, è la frase di lancio del film. Forse sono io che ho troppa immaginazione, forse davvero comincio a vedere cose che non ci sono. Potrei fondare la categoria del critico psicotico, colui che non vede più la realtà, non vede più a che punto sta. La netta differenza tra il più cieco amore e la più stupida pazienza. Si spengono la luna e i falò e si affievolisce anche l’ultimo canto delle cicale… Il Cinema come un’emozione da poco, ma questo poco è già più di tanto, più delle terre sognate, più dei biglietti senza ritorno dati sempre alle persone sbagliate. E io ballo da solo.