SPECIALE STAND BY ME – Ragazzi perduti, di Joel Schumacher

Sleep all day. Party all night.

Never grow old. Never die.

It’s fun to be a vampire.

 

Anch’io, come molti di noi, per questo speciale mi trovo a fare i conti con un “coming of age”, anche io imprigionato lì, in quegli anni ottanta che hanno segnato il mio “coming of age” alla vita e al cinema.

Ragazzi perduti mi parlava e mi parla di quell’età in cui si comincia a guardare se stessi e il mondo (anche attraverso la lente della macchina da presa) con occhi nuovi, si sente di aver compiuto quel “cambio di stato” che da bambini ci trasforma in adulti, finalmente coscienti delle “leggi che regolano la vita” e quindi “predatori” sessualmente consapevoli. Cos’è l’adolescenza se non una lenta mutazione in vampiri!lost_boys_ver2

 

Come per Pinocchio nel Paese dei Balocchi, l’ingresso di Michael a Santa Carla (e nell’adolescenza) è rappresentato da un bombardamento di suoni ed immagini. La colonna sonora rappresenta, come in tutti i teen movie, un importante elemento narrativo, ma qui deve anche cercare di restituirci lo spaesamento del giovane Michael di fronte ad un mondo sconosciuto. Per fare questo ci si è affidati a brani originali (come la stupenda “Cry little sister” del pressoché sconosciuto Gerard Mc Mahon, carica di atmosfere dark che ricordano gli inglesi  Sisters of Mercy) e ad autori british per le cover di classici rock, come Echo and the Bunnyman per “People are Strange” e Roger Daltrey per “Don’t Let The Sun Go Down On Me”. Anche il modo di vestire dei ragazzi di Santa Carla sembra avere influenze inglesi (fra il punk ed il new romantic), in contrasto con lo stile molto americano di Michael: ancora inclusione/esclusione tipico dell’adolescenza.

 

Ben prima della saga di Bella ed Edward, Joel Schumacher (anticipando anche la Bigelow, che pochi mesi dopo girerà il gemello “Near Dark”) ha la felice idea di puntare su questa ammiccante analogia (adolescente/vampiro) per realizzare un film mutante, perennemente in bilico fra John Hughes e Tom Holland.

Infatti, anche se esteticamente il film si traveste da consueto horror adolescenziale tipico di quegli anni, strizzando l’occhio ai capostipiti Landis e Dante ed ai vicini “The Hunger” e “Fright Night”, in realtà sembra più a suo agio nei territori sperimentati da John Hughes.

Lost BoysCome Hughes, Schumacher mette in scena la paura e il coraggio della scoperta di corpi nuovi (il proprio e l’altrui) con il contraltare dei fratelli minori pronti a tutto (“aspetta che dico alla mamma che sei diventato un vampiro”) per impedire la “mutazione”, e salvare il legame infantile. Perfino l’uso della musica e dell’abbigliamento (sempre con influenze europee) è praticamente identico ai film di Hughes.

Infine, è interessante notare come Schumacher si diverta a portare avanti per l’intero film quella che sembra un’inutile sottotrama da commedia familiare fra la madre di Michael ed il “padre” dei vampiri (ovviamente ancora in incognito) con il solo scopo di farla fallire in un finale dissacratorio nel quale sembra voler dire che è la famiglia il vero orrore, mettendo in scena una parodia horror di “Appuntamento sotto il letto” di Melville Shavelson.