Suburbicon, di George Clooney

Uno spot fatto di immagini pubblicitarie parla di Suburbicon come di una fiorente cittadina degli Stati Uniti del sud. Si può vivere tranquilli a Suburbicon, crescere la propria famiglia e coltivare il sogno americano come in un perfetto manuale degli anni 50. E infatti qui siamo proprio in quel decennio, per la precisione nel biennio 59-60, ovvero alla vigilia dell’elezione del presidente John F. Kennedy e della traumatica lotta per i diritti civili che avrebbe provato a cambiare l’America, almeno fino al recente ritorno reazionario targato Trump. Una famiglia di colore – i Meyers – si trasferisce in città scatenando le isteriche reazioni della comunità bianca. I “civili” si ribellano, tormentano la famiglia giorno e notte e non si accorgono che nella casa adiacente, all’interno di una apparentemente normale famiglia “bianca”, si consuma un perverso intrigo sentimentale e omicida in perfetto stile Coen. Gli autori di Fargo – di cui Suburbicon è davvero una sorta di rielaborazione in chiave politica e quindi clooneiana – sono infatti gli ideatori di una sceneggiatura sfornata molti anni fa e successivamente ritoccata dall’attore americano e dal suo fido collaboratore Grant Heslov. Il film si trasforma presto in un noir con venature pulp sorretto dall’ambiguità sottrattiva del capofamiglia Matt Damon – il nome del personaggio è Garden Lodge – che architetta un improbabile piano per uccidere la moglie invalida Julianne Moore, intascare i soldi dell’assicurazione e costruirsi una nuova vita con la sorella di lei, che è sempre Julianne Moore. Una parabola acidissima su una certa America del passato e del presente, un po’ cinema di denuncia e molto cinema di genere. In questo affresco rabbioso e didascalico l’unica ancora di salvezza rimangono i figli, con il solo Nicky Lodge che è l’unico a dire sempre la verità e a rimanere amico con il figlio nero dei vicini.

suburbicon julianne mooreAppare presto chiaro come l’operazione si configuri principalmente sotto l’impronta fortissima dei fratelli Coen, con tutto il campionario di asfissia drammaturgica e visiva che il loro cinema spesso contiene. Clooney, la cui opera da regista è a sua volta frequentemente contraddistinta anche nei suoi risultati migliori (Le idi di marzo) da una sospetta programmaticità, cerca di “personalizzare” il testo, facendo di Suburbicon metafora impietosa sul razzismo e sull’ipocrisia della middle class. Ne viene fuori però un’opera bipolare e pensata, con due anime che provano a dialogare tra loro come fanno i due ragazzini del film, senza riuscire a ottenere un autentico sentimento, né uno sguardo particolarmente nuovo.

Qui a scavare in profondità non resta che un marchingegno fatto di regole precise e ingombranti, con i colpi di scena che alternano stupore a scoppi di risa e personaggi che entrano ed escono dallo schermo, e dalla narrazione, come fossero manovrati da un cinico burattinaio che conosce tutti i trucchi del mestiere e del discorso da fare. Strana ma colpevolmente poco destabilizzante, questa operazione alchemica cerca il pezzo di bravura ma rischia molto meno di quanto voglia dare a vedere.

Titolo originale: id.

Regia: George Clooney

Interpreti: Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe, Glenn Flesher, Oscar Isaac, Alex Hassell

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 105′

Origine: Usa 2017

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